Sconfitte e segnali eloquenti.

 

Sinistra e ritorni
L a sinistra deve sperare in una «eccezionalità» siciliana rispetto all’Italia. Il voto regionale di ieri aspetta la verifica della conta che si inizia oggi, perché questo prevede una discutibile legge regionale. Dall’elaborazione dei dati raccolti all’uscita dei seggi ieri sera, comunque, sembrerebbe confermato il testa a testa tra centrodestra e Movimento 5 Stelle. Il centrosinistra è sconfitto e quasi certamente terzo: nessun sorpasso da parte del candidato di Mdp. La foto di sistema restituisce uno schema ancora tripolare ma sbilanciato fortemente a sfavore del Pd dopo la scissione dell’estate scorsa; e uno spostamento a destra, che forse anticipa una tendenza nazionale.
L’elemento meno rassicurante è la conferma di un astensionismo che fa rimanere a casa oltre la metà dei potenziali elettori: un indizio di malessere profondo nei confronti dei partiti, al quale non riesce a porre rimedio nemmeno il movimento di Beppe Grillo. Il fenomeno si registra sia in Sicilia che a Ostia, la cittadina a sud di Roma dove pure si è votato. Evidentemente, il M5S fotografa la crisi delle forze tradizionali e se ne nutre; ma non riesce a calamitare chi si sente lontano dalla politica. Non si è ripetuta la partecipazione al referendum istituzionale del 4 dicembre scorso, quando a Palermo aveva votato oltre il 55 per cento degli elettori.

Che la sinistra non fosse molto popolare dopo cinque anni di governo della regione si era intuito anche un anno fa. In Sicilia il «no» alle riforme renziane aveva toccato percentuali schiaccianti.

A guardare bene, se le prime, approssimative indicazioni sono corrette, la somma dei voti dei due candidati di sinistra si attesterebbe intorno al circa 30 per cento referendario nell’isola. Ma il risultato andrebbe oltre le responsabilità dell’attuale vertice del Pd e dei suoi avversari di Mdp. Certamente, cresce la sensazione che senza un ripensamento radicale, la maggioranza dell’attuale governo corra verso una sconfitta alle Politiche del 2018. Ma non è detto che basti. L’Europa è investita da un’ondata culturale segnata dall’incertezza e dall’estremismo. Il Pd oscilla tra cultura di governo e tentativo di arginare questa deriva inseguendo gli avversari sul loro terreno: operazione spericolata. Da oggi, si assisterà all’ennesimo psicodramma di un partito che da quattro anni è perno dell’esecutivo e del Paese.

Lo scontro che si aprirà sulla leadership, con un Matteo Renzi logorato ma blindato dai numeri congressuali, difficilmente contribuirà a risollevare il Pd. I critici del segretario dem avranno un ulteriore motivo per chiedergli di cambiare atteggiamento e di cercare alleati a sinistra. In teoria, una sua disponibilità esiste. Ma le prime reazioni renziane e dei «compagni separati» di Mdp promettono una guerra interminabile.

Rimangono i due candidati alla vittoria: centrodestra e Cinque Stelle. Il primo, costretto a essere unito nonostante la competizione tra FI e Lega; e capace, comunque, di rovesciare un pronostico che dava per facile e scontata la vittoria grillina. E il M5S, toccato poco o niente dalla prova poco esaltante delle sue sindache a Roma e Torino; e gonfio di ambizioni per il governo nazionale, nonostante le contraddizioni. Da oggi, la sinistra dovrà cercare di deviare una traiettoria che la esclude nella competizione tra centrodestra e Grillo; e dimostrare che è stato davvero un voto insulare. Ma sarebbe una sottovalutazione pericolosa.

 

Corriere della Sera.

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