Referendum e legge elettorale, il vicolo cieco del Pd

Nuova legge elettorale a garanzia del pluralismo, cambio della base elettorale dei senatori, aggiornamento dei regolamenti di camera e senato e un percorso di riforme costituzionali: non c’è un solo impegno di quelli sottoscritti solennemente dalla maggioranza dieci mesi fa (7 ottobre 2019) per accompagnare e «bilanciare» il taglio dei parlamentari che sia stato effettivamente mantenuto. La riforma costituzionale intanto sta per compiersi, con il prossimo referendum negli election days di settembre. Anzi, se la novità delle camere bonsai – 400 deputati e 200 senatori, il che farà dell’Italia il paese europeo con il peggior rapporto tra eletti ed elettori – non è stata ancora promulgata è solo perché un po’ di senatori (anche della maggioranza) hanno avanzato la richiesta di referendum. Il che espone il Pd e il suo segretario a una contraddizione. Zingaretti, infatti, ha definito «un errore» la richiesta di referendum. Ma poi ha spiegato – e recentemente lo ha enfatizzato Goffredo Bettini – che la riduzione dei parlamentari introduce rischi di «pesanti distorsioni della rappresentanza» senza l’approvazione, almeno in un ramo del parlamento, di una nuova legge elettorale prima del varo definitivo del taglio. Varo che senza il referendum ci sarebbe già stato.

Al punto in cui sono le cose, dopo che Renzi ha stracciato l’accordo di maggioranza sottoscritto da Iv per una legge elettorale proporzionale con sbarramento nazionale al 5%, non c’è più alcuna possibilità che un qualsiasi testo possa essere approvato dalla camera entro il 20 settembre, data del referendum costituzionale. Per cui decidendo di lanciare l’allarme sulla vittoria dei sì in assenza di una riforma elettorale, il Pd ha imboccato con decisione un altro vicolo cieco. Il partito non potrà certo impegnarsi in una campagna elettorale per il no, dopo che ha votato sì nell’ultimo passaggio parlamentare cambiando linea in extremis per rispetto del patto con i 5 Stelle. Né potrà cavarsela solo parlando d’altro, malgrado la coincidenza con le regionali (che richiedono ben altro impegno) un po’ favorisca questa via d’uscita. Il disimpegno nella campagna elettorale sul referendum – se e quando comincerà – è la strada scelta da Leu, ma il Pd una indicazione di voto dovrà pur darla. Anche a rischio di vederla smentire da un numero crescente di parlamentari e altre personalità del partito che stanno cominciando a denunciare l’impronta antiparlamentare (peraltro evidente dal principio) della riforma costituzionale voluta dai 5 Stelle.

«Noi 5 Stelle rispettiamo gli accordi per una nuova legge elettorale proporzionale – ha detto ieri il ministro per i rapporti con il parlamento Federico D’Incà -. Se dobbiamo fare alcune modifiche per far sì che possano rientrare Italia Viva o altre forze politiche dell’arco parlamentare siamo aperti a migliorare il testo». Al momento il Pd non può che accontentarsi di queste rassicurazioni, offerte l’altro giorno anche da Di Maio. L’accenno alla possibilità di coinvolgere l’opposizione che fa il ministro grillino viene incontro proprio a una richiesta che è arrivata dal Pd. Così come l’ipotesi avanzata sempre ieri dal presidente della prima commissione Brescia di ritornare al sistema elettorale di tipo spagnolo, che non servirebbe a recuperare Renzi ma potrebbe avvicinare la Lega. È stato proprio Zingaretti a rivendicare le mani libere nella ricerca delle alleanze sulla legge elettorale, dopo che Renzi aveva «tradito» la maggioranza affossando il proporzionale con sbarramento al 5%. Il difetto di questa strategia sta nel fatto che il sistema di voto attualmente in vigore (Rosatellum), dunque il fallimento di qualsiasi tentativo di riforma, è preferibile alle alternative in campo. Tanto per Renzi, più interessato alla data delle elezioni – la più lontana possibile – che al sistema con il quale si terranno, quanto per Salvini.

 

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