L’addio a Ghita Vogel l’ultimo pilastro dell’Oltrarno popolare «Mamma di tutti noi»

 

Si guardano negli occhi, ordinatamente distanziati, due per ogni panca. Si contano, da dietro le mascherine: delle 170 persone accorse alla chiesa di San Frediano in Cestello per piangere e salutare per l’ultima volta Ghita Vogel scomparsa due giorni fa a 96 anni, loro, i figli di quel quartiere popolare che non esiste più, sono circa settanta.

Chi era stato «a scuola da Fioretta Mazzei», come Lori Pecchioli seduta sulle panche perpendicolari all’altare, nell’ultima cappella a destra, in disparte, mentre manda un cenno di intesa alle amiche in prima fila. Chi appartiene alla folta schiera dei «nessuno voleva avere a che fare con noi, tranne Ghita». Ovvero gli emarginati, i più poveri di un quartiere che era povero e artigiano. Mentre ora è marchiato dall’epiteto de «il più cool» affibbiatogli dalla Lonely Planet. Chi ancora ricorda che i propri genitori sono riusciti a tenere insieme la famiglia solo grazie a Marigù Pelleri, la terza anima di quella «squadra che ha trasformato San Frediano per sempre», per usare la definizione della signora Lori.

In prima fila, insieme all’assessore Alessandro Martini, c’è Adriana. Si è voluta sedere il più vicino possibile al feretro di Ghita Vogel, quasi a toccarlo, per tutto il tempo della cerimonia: è la vedova di «Steve» Ugolini, il compagno di viaggi in moto su e giù per il mondo di don Cuba, «Il prete di San Frediano» con l’articolo determinativo maiuscolo. Il padre spirituale e mentore insieme a Giorgio La Pira. È lei che con la scomparsa di Ghita Vogel ha assunto il ruolo di decana, di guida, di memoria, per tutte le altre, per tutto il rione. Adriana che in quel mondo ci è entrata praticamente per caso: «Avevo bisogno di ripetizioni di latino» ricorda. Gliele diede Marigù.

Ghita Vogel era l’ultima colonna di quel mondo ormai completamente cancellato dalla trasformazione della città. Don Cuba si è spento 14 anni fa. Fioretta Mazzei otto anni prima. Poi è toccato a Marigù Pelleri. L’ultimo è stato don Carlo Zaccaro della Madonnina del Grappa. «Sono state le persone che hanno trasformato non solo il rione ma tutti coloro che hanno incontrato: hanno accolto tutti, hanno abbracciato tutti, ti davano amore, un tetto, un piatto. E non esistevano domande. Non importava da dove venissi, chi fossi» ricorda la signora Lori. Una squadra nata intorno al sindaco santo Giorgio La Pira, che ha segnato una stagione di Firenze lunga tutta la metà del secolo appena concluso. Che ha dato un’impronta originale, realmente «sanfredianina», al cattolicesimo sociale. Vicino agli ultimi e a quelli ancora più ultimi degli altri, come i detenuti.

Come il caso di don Cuba e di Ghita Vogel. Lei che era nata nobile, di origine tedesca, medico di rango a Santa Maria Nuova. Come la Mazzei, la cui azione sociale era più legata al mondo giovanile, parallelamente a quella politica con la Dc. Mentre Marigù incarnava lo spirito borghese. Tutte e tre così distanti inizialmente dallo spirito popolare e artigiano del rione. Eppure capaci più di chiunque altro di dargli un’impronta, una firma. Di fare di San Frediano la «loro San Frediano», dove potevi nascere in difficoltà ma sapevi «che non saresti stato abbandonato perché c’erano loro», come ricorda Lori. Se qualcuno aveva problemi a pagare le bollette, si rivolgeva alla Mazzei. Se uno aveva problemi di salute o di sopravvivenza, si rivolgeva alla Vogel. O a Marigù che ti ospitava in casa. Ed erano così riservate che scoprivi quello che facevano solo se le frequentavi. Non raccontavano mai niente. E non hanno mai chiesto un soldo a nessuno. Facevano tutto in silenzio.

Il figlio di Steve e Adriana Ugolini sta per compiere 50 anni. La madre ricorda bene quel Natale tra il 1960 e il 1961: «Quando ho sposato Stefano, poi diventato famoso come lo “Steve” dei viaggi con Cuba, non avevamo un tetto sulla testa, un lavoro, nemmeno i genitori che avevo perso quando avevo quattro anni — racconta — Quando rimasi incinta non sapevo dove andare. Piangevo qui in piazza del Cestello e Ghita mi ferma e mi chiede: perché piangi Adriana? Le dissi: non so cosa fare, non ho altri mezzi, devo andare al dormitorio pubblico. E mi aprì casa sua. Ho partorito a casa di Ghita in via del Drago d’Oro. Ci siamo rimasti per tre anni, ci ho cresciuto mio figlio. E per tutta la vita lei è stata presente. Per qualsiasi bisogno Ghita ha sempre provveduto, con la sua amicizia, con l’esempio, l’affetto, la presenza. Una sorella, una madre, un’amica». Le dividevano 15 anni. Adriana nata nel 1939, Ghita Vogel nel 1924.

«Non c’è rimasto più nessuno a svolgere queste attività: vivevano come suore e facevano opere di testimonianza e di concretezza, ogni giorno» ripensa Giovanni Pallanti che nonostante appartenga a una generazione successiva, è forse l’ultimo esponente di quel mondo cattolico popolare sanfredianino rimasto in vita. «Queste tre signore legate in modo fortissimo tra loro e tutte e tre con La Pira, erano una certezza incrollabile per il quartiere: la Mazzei con il suo cenacolo di famiglia che si occupava delle ragazze povere, la cardiologa Vogel che si dedicava alla povera gente, Marigù che aveva aperto una casa famiglia in via dei Serragli per persone sbandate, una pioniera».

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