Dal palco della Leopolda Matteo Renzi ha messo in fila i nemici di sempre, spostato lo sguardo al centro per trovare una collocazione politica, attaccato i magistrati che lo indagano e spinto sull’accordo con Forza Italia a partire dalle comunali di Palermo lanciando come candidato a sindaco il senatore Davide Faraone. Di un nemico non ha parlato, non ha fatto menzione, lui stesso, il Renzi della prima ora che dettava un’agenda che, alla presa del potere, è rimasta inattuata.

LA LEOPOLDA SALVIFICA

L’undicesima edizione della Leopolda serviva a Renzi per uscire dall’angolo stretto tra indagine giudiziaria e i viaggi in Arabia Saudita. Nel primo giorno dell’evento fiorentino ha iniziato con l’attacco a Giuseppe Conte, «lo mandino a Rai Gulp», le stilettate contro il reddito di cittadinanza e gli avversari di sempre, elenco che ha sviscerato in tutto l’evento. «Bersani spieghi i soldi presi dai Riva, non accetto lezioni di etica da nessuno», dice Renzi prima di evocare i 101 franchi tiratori che impallinarono Romano Prodi al Quirinale, colpa ovviamente dell’incompetenza politica di Bersani. A Massimo D’Alema, il primo nella lista dei rottamati, Renzi ricorda il «disastro Mps». Giù legnate anche per Luigi Di Maio: «ha scoperto dalle carte di Open che volevamo distruggere il M5s? Sì, ma non ci siamo riusciti, stanno facendo tutto da soli».

Poi ha apparecchiato, nel secondo giorno, un talk di due ore per raccontare i mali della giustizia. Relatori che hanno sciorinato il frasario caro a Silvio Berlusconi: i magistrati sono politicizzati, c’è squilibrio tra i poteri fino alla messa in discussione dell’ergastolo ostativo, quello che tiene in carcere i mafiosi che hanno insanguinato e distrutto il paese. Da ultimo ha lanciato un appello ai moderati per costruire il grande centro dopo aver litigato con tutti, a partire da Carlo Calenda, ora cerca una strada per uscire dall’isolamento.

Così ha fatto salire sul palco il grillino pentito Emilio Carelli, il deputato di Azione Enrico Costa e il sottosegretario, in quota +Europa, Benedetto Della Vedova. Un centro dove colloca Italia viva, visto che nel 2022, sostiene Renzi, si andrà a votare perché così vogliono, per egoismo, i segretari degli altri partiti.

Da Palermo potrebbe nascere Forza italia viva con la candidatura del senatore Davide Faraone a sindaco del capoluogo siciliano e l’incontro o colloquio telefonico, negato dai renziani e confermato da Gianfranco Miccichè, del leader con Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiose e braccio destro di Silvio Berlusconi.

IL CONTO DEL PASSATO

Il futuro del senatore semplice di Scandicci è dietro le spalle, ma Renzi i conti con il passato, con le modalità di gestione del potere, con quanto emerso in questi mesi non vuole farli. Propina sempre lo stesso schema. «Ogni anno ci dobbiamo inventare una cosa e così quest’anno lanciamo radio Leopolda», dice.

Ci sono i ragazzi della generazione Ventotene, parlano poco meno di un minuto, alla stregua del pubblico di un talk, e danno ragione al capo, in modalità martire, che è perseguitato dalla giustizia. «Non c’è niente di male ad andare in Arabia Saudita, ogni cosa è una polemica per attaccarlo, è inaccettabile questa violenza», dicono a margine alcuni giovani renziani. Parlano come i deputati e i senatori schierati tutti sulla stessa linea. Una linea semplice: la legalità smacchia ogni questione di opportunità politica. Renzi rispetta le leggi e questo neutralizza ogni critica. «Paga anche le tasse in Italia», sottolineano con vanto.

Quindi nessun problema generano i soldi presi dai sauditi così come da imprenditori in rapporti con lo stato o da quelli che poi finiscono nelle aziende partecipate. In platea, però, di giovani ce ne sono pochissimi, ci sono quelli che alla narrazione renziana continuano a credere, nostalgici di annunci e proclami archiviati appena conquistato il potere. Il suo format non cambia, non prevede autocritiche, ma l’ambizione di rilanciare a ogni costo lasciando una comunità smarrita.

«Obiettivamente è perseguitato, gli resta una lucidità rara che ha dimostrato mandando a casa Giuseppe Conte, ma non si capisce dove vuole portarci, litiga con tutti, spesso l’arroganza non è una forza, ma segno di debolezza», dice un dirigente di Italia viva.

Eppure dal 2010, anno del primo evento fiorentino, è cambiato tutto, ma lui sembra non essersene accorto. Matteo Renzi, all’epoca, lancia dalla stazione Leopolda, dopo un’intervista a Repubblica, la rottamazione senza incentivi. «I partiti normalmente cambiano nomi ai leader, in Italia i leader cambiano i nomi ai partiti», diceva nel 2012.

DOPO L’ADDIO AL PD

Qualche anno dopo con Italia viva, abbandonando il Pd, fa esattamente il contrario. «Sono un sincero sostenitore del bipolarismo quale sono, penso che non serva Casini. Basta con queste piccole formazioni, se vinciamo noi non ci sarà il potere di veto dei piccoli partiti», diceva mentre ora ne guida uno che vale il 2 per cento nei sondaggi e sogna il grande centro. Ammoniva sulle modalità di selezione della classe dirigente propugnando merito e un’altra Italia.

«Un paese dove si trova lavoro perché si conosce qualcosa, non perché si conosce qualcuno. Un paese dove la scommessa sul capitale umano stronchi la cultura della raccomandazione», diceva.

Quando è arrivato al governo, amici, avvocati, finanziatori sono stati scelti come consiglieri nelle partecipate di stato. «Erano i migliori», lo difendono i suoi.

E ancora oggi per attaccare il reddito di cittadinanza lancia il merito di cittadinanza e motiva i giovani da veterano dei sacrifici e della cultura del lavoro. «Ai giovani non diciamo non ti preoccupare c’è il reddito di cittadinanza, ma non ti preoccupare ce la puoi fare. Non c’è stato mai stato un momento così bello. Non siete sfigati, avete tante opportunità», dice dal palco della Leopolda coperto dagli applausi.

Rivendicava trasparenza e, in televisione, mostrava il suo conto corrente fissando i suoi principi. «La politica si fa per ideali, se volete fare soldi non fate politica. Se vuoi fare i soldi vai nelle banche d’affari, prendi contratti milionari», diceva. Era il 2018. Passa poco e riempie, in ossequio alla legge, il suo conto corrente grazie alle elargizioni di società di consulenze, sauditi e generosi donatori.

«Ha perso la testa», dice l’amico Alberto Bianchi quando scopre che ha speso 130 mila euro per un volo. Così come non è più tempo di lanciare anatemi contro il conflitto di interessi, «perché non avete fatto la legge?», urlava qualche anno fa alla Leopolda rivolgendosi ai vertici della sinistra da rottamare. La legge, neanche quando ha governato lui, è stata mai approvata, anzi.

Tra i tanti finanziatori della fondazione Open che, dopo aver bonificato decine o centinaia di migliaia di euro, chiedevano contropartite ai renziani ci sono diversi imprenditori. Rapporti che hanno originato indagini penali a carico dei fedelissimi, ma oltre la responsabilità penale che dovrà essere accertata dai giudici c’è una questione politica con gli interessi privati che si mischiano con quelli pubblici.

Contraddizioni che non trovano spazio perché alle domande Renzi preferisce il monologo, tre per l’esattezza, uno per giorno in una Leopolda costruita a sua immagine e somiglianza, trasformata in una radio pronta a partire a inizio gennaio.

Le canzoni trasmesse dagli altoparlanti raccontano bene questa tre giorni. Venerdì scorso Renzi sale sul palco accompagnato da un brano di Jovanotti perché il senatore si sente, nonostante gli attacchi, un ragazzo fortunato. Una canzone profetica, a tratti, quando recita «se devo dirla tutta qui non è il paradiso, ma all’inferno delle verità io mento col sorriso».

La chiusura della Leopolda è accompagnata, invece, dal singolo dei Maneskin. Renzi scatta i selfie con le ragazze e i ragazzi, mentre dagli altoparlanti arriva la strofa manifesto: «Siamo fuori di testa, ma diversi da loro».

Renzi lo ribadisce continuamente che Italia viva è diversa dagli altri partiti, «noi siamo quelli delle leggi in gazzetta ufficiale, non del bla bla bla. Sul ddl Zan gli altri pensavano ai like sui social, noi ai risultati». E, infatti, quando si votava per la tagliola che ha sepolto la legge Zan, Renzi era in Arabia Saudita. Lì dove l’omosessualità è punita con la fustigazione e il carcere.

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