Un azzardo che minaccia di indebolire l’esecutivo

di Massimo Franco

I vertici del partito di Nicola Zingaretti rileggono con malizia quanto Matteo Renzi disse nel marzo del 2017, mentre si consumava la scissione di Pierluigi Bersani e di Massimo D’Alema.

«Si mettano il cuore in pace: il Pd c’era prima, ci sarà dopo e ora cammina con noi». Due anni e mezzo dopo, col governo tra M5S e Pd appena formato, la prospettiva di un’uscita, stavolta della componente renziana, prenderebbe corpo prima con una separazione dei gruppi parlamentari, poi si vedrà. Eppure, nell’esecutivo di Giuseppe Conte ci sono ministri e sottosegretari della corrente.

La mossa appare furba e disperata: come quella avversaria del 2017. A occhio, il tentativo è di occupare a tavolino uno spazio «centrista», lasciato sguarnito dall’alleanza di governo; e di ritrovare in quella terra di nessuno spezzoni di FI, elettori orfani di rappresentanza, e tutta la nebulosa che non si riconosce in nessuna forza. L’incognita è quale credibilità e possibilità di successo possa avere un’operazione del genere. Mirerebbe a unire una somma di debolezze, più che delineare un grande progetto; e a occupare uno spazio virtuale che promette di accentuare il trasformismo.

Viene definita separazione «consensuale», di fatto avallata da alcuni esponenti del Pd vicini a Zingaretti. In realtà, può diventare potenzialmente destabilizzante per un governo appena entrato in funzione, gracile e in attesa di consolidamento. La sensazione è che la scissione servirebbe soprattutto a garantire una posizione di rendita parlamentare, visti i numeri risicati di M5S e Pd al Senato; e dunque a dare potere contrattuale a una pattuglia renziana poco popolare nel Paese, ma convinta di potere ottenere di più fuori dal recinto del partito.

L’impressione, però, è che nelle stesse file dell’ex segretario e ex premier non ci siano né concordia né entusiasmo sullo strappo. Se a definirlo «incomprensibile» sono esponenti dem che con i renziani hanno vecchi conti da regolare, nessuna sorpresa. Ma quando il sindaco di Firenze, Dario Nardella, avverte «gli amici del Pd che vogliono lasciare il partito di pensarci bene», il segnale è netto. Anche perché aggiunge: «Per quanto mi riguarda resto nel Pd».

Si tratta di un avvertimento e un altolà che danno voce a dubbi diffusi. Serafico, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, liquida lo psicodramma come una dinamica fisiologica in una «comunità in cui c’è chi esce e c’è chi entra». Oltre tutto, nel Pd c’è chi da tempo pensa che una scissione sarebbe un elemento di chiarezza: l’epilogo inevitabile di una rottura in incubazione da anni, figlia della sconfitta referendaria del dicembre 2016, mai analizzata da una dirigenza non solo renziana che fatica a emanciparsi dal passato.

 

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