Dal Colle la spinta a Draghi E avanza l’idea di rivedere la cabina di regia

di Tommaso Ciriaco
ROMA — Lo “scudo” del Quirinale c’è. E offre copertura all’esecutivo. Mario Draghi ascolta in Aula Sergio Mattarella. Lo applaude. Lo considera essenziale per poter difendere la continuità dell’azione di Palazzo Chigi. Di più: una volta tramontata la scalata al Colle, il bis rappresenta l’unica opzione in grado di garantire il percorso del governo. L’ex banchiere sa anche – e non è poco – che l’agenda del Capo dello Stato aiuta a stabilizzare un quadro politico lacerato da partiti frantumati. Capaci, nei prossimi mesi, di mettere a repentaglio l’esecutivo.
È un giorno importante per il suo governo, ma non è il suo giorno: Draghi, che ha ambito alla Presidenza della Repubblica, si ritrova ad assistere davanti a mille grandi elettori all’insediamento di Mattarella. Deve riorientare la prospettiva, modificare i progetti, dare nuovo slancio all’impegno della Presidenza del Consiglio. E questo anche perché alcuni passaggi del discorso presidenziale sono un assist al governo, altri invece uno stimolo, altri ancora punture di spillo su cui riflettere.
L’appello a riformare il Csm, in particolare, rientra nella categoria dello stimolo. Subito dopo le parole pronunciate in Aula dal Capo dello Stato, trapela di un incontro tra Draghi e la ministra della Giustizia Marta Cartabia organizzato al mattino per discutere del nodo della riforma del Csm. Il premier, d’altra parte, conosceva l’intenzione del Quirinale di dare una scossa al dossier. E sceglie di riprenderlo in mano, dopo mesi in cui era rimasto imbrigliato dalla partita per il Colle e condizionato dai difficili equilibri politici tra i partiti. Il rischio, ancora una volta, è che riproponendo il testo si verifichi una nuova frattura nel governo. E infatti, a sera, non è per nulla scontato che Palazzo Chigi consenta l’approdo della riforma nel prossimo Consiglio dei ministri.
Ogni sillaba del discorso di insediamento va interpretato. Indicare la prospettiva della piena uscita dalla pandemia, come ha fatto Mattarella, è per la galassia draghiana il segnale più chiaro della volontà di “difendere” la navigazione di questo governo, nato per volontà del Presidente della Repubblica. E però, gli avversari di Draghi notano anche altro. Che è mancato ad esempio un richiamo alla formula dell’unità nazionale.
Anche il ragionamento sulla centralità del Parlamento va pesato fino in fondo. È evidente che l’ovazione riservata al Presidente della Repubblica rappresenta anche una sorta di “rivincita” dell’Aula sullo strapotere del governo nelle dinamiche parlamentari. E su un premier che quella stessa Aula ha preferito non promuovere al Quirinale. Ma è altrettanto chiaro che il richiamo è l’ultimo di una lunga serie che, nel corso degli anni, ha portato diversi Presidenti a condannare l’abuso della decretazione d’urgenza. Nel dubbio, comunque, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà tende la mano: «Mi impegnerò per assicurare quell’indispensabile dialogo tra le Camere e l’esecutivo». Draghi sta valutando di fare anche di più. Potrebbe rinunciare presto alla formula della “cabina di regia”, quel contenitore che gli ha finora permesso di decidere insieme ai ministri capi-delegazione. Se infatti è prioritario ascoltare il Parlamento e se accade sempre più spesso che le leadership politiche contestano alcune posizioni di chi li rappresenta in cdm (succede soprattutto alla Lega) – allora il premier potrebbe inaugurare un nuovo format. Che sia una struttura permanente con i capigruppo parlamentari o con i leader, l’obiettivo è migliorare proprio l’ascolto delle istanze delle Camere.
Draghi è tra i primi a lasciare l’Aula, al termine della cerimonia. Attraversa rapido uno dei corridoi che lambisce il Transatlantico, uno spazio che la Presidenza della Camera potrebbe richiudere nelle prossime ore – sempre per le norme anti-Covid – complicando molto (e ancora una volta) il lavoro dei giornalisti, dopo la parentesi dell’elezione del nuovo Presidente. Il premier torna nella sede del governo convinto di poter contare su un “ombrello” decisivo, quello del Capo dello Stato. Ma anche certo che le fibrillazioni dei partiti provocheranno noie alla navigazione dei prossimi mesi.
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