Tutti contro i giganti del digitale Tranne Trump

 Federico Rampini
NEW YORK — Donald Trump ha deciso di cooptare i giganti tecnologici come suoi alleati. «M.A.G.A sta per Make America Great Again, ma si può leggere anche come Microsoft Amazon Google Apple», ha detto il presidente. La realtà vede i padroni dell’economia digitale in guerra contro diversi governi, e nel mirino dello stesso antitrust americano. Su Google pendono multe europee di 9 miliardi di dollari per abuso di posizione dominante; Facebook deve vedersela con il fisco americano che la accusa di elusione in Irlanda e pretende la stessa somma. Tutti i big del digitale infine sono sotto inchiesta per un decennio di acquisizioni di aziende minori con cui avrebbero cercato di soffocare la concorrenza.
Google si è difesa di fronte al tribunale europeo del Lussemburgo, per cercare di fermare ben tre condanne dell’antitrust europeo, quelle che valgono 9 miliardi di dollari di multe. L’offensiva europea risale al 2017 quando la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, concluse le indagini incriminando il motore di ricerca più potente dell’Occidente. La conclusione di Bruxelles giungeva dopo un decennio di indagini, sollecitate da numerose concorrenti tra cui Microsoft. L’accusa scattò dopo che Google aveva modificato l’algoritmo del motore di ricerca, in modo da declassare i siti dei concorrenti e da mettere in risalto i prodotti delle proprie piattaforme pubblicitarie. L’azienda californiana non ha mai negato l’addebito. In sua difesa si limita a dire che nulla vieta a un’impresa di privilegiare i propri prodotti. I legali della Commissione europea sostengono che vi è stato un danno prolungato per i consumatori, privati dei risultati di ricerca migliori per i loro interessi. Nelle varie cause contro Google in sede europea sono scesi in campo — come parti lese e quindi dal lato dell’accusa — anche associazioni di consumatori e gruppi editoriali tedeschi, oltre a diversi motori di ricerca che sono stati marginalizzati dal numero uno. La Corte generale del Lussemburgo che ha ascoltato la difesa di Google è il penultimo livello di giudizio, oltre il quale rimane la Corte europea di giustizia per fare appello. L’esito di questa causa è considerato molto significativo anche perché altre azioni europee contro l’abuso di posizione dominante sono già avviate ai danni di Amazon, Apple e Facebook.
Negli Stati Uniti, nonostante gli attestati di sostegno da parte di Trump, le autorità federali hanno avviato un’indagine a tutto campo su un’altra ipotesi di abuso di potere monopolistico. La Federal Trade Commission — una delle authority competenti in materia di antitrust — ha ordinato a Microsoft, Amazon, Apple, Alphabet-Google e Facebook di fornire informazioni dettagliate su tutte le acquisizioni compiute nell’ultimo decennio. Le cinque aziende nel mirino di questa nuova inchiesta formano tra l’altro il gruppo di testa per la capitalizzazione di Borsa. Le acquisizioni su cui dovranno fornire la documentazione riguardano almeno 400 imprese più piccole. L’accusa è che attorno alla propria posizione dominante ciascuno di questi colossi abbia costruito delle “riserve di caccia”, dove ogni start-up di successo viene acquistata per impedire che diventi grande e possa minacciare il numero uno. Uno dei sostenitori di questa tesi, il senatore democratico Richard Blumenthal, accusa: «Generazioni di nuovi concorrenti sono state schiacciate, mentre avrebbero potuto favorire i consumatori con i loro progressi tecnologici».
È presso il tribunale di San Francisco invece che l’Internal Revenue Service (equivalente dell’Agenzia delle Entrate) chiama Facebook a rispondere dell’accusa: avrebbe eluso 9 miliardi di dollari d’imposte, travasando profitti dalle proprie attività americane verso il paradiso fiscale dell’Irlanda. La macchina fiscale americana si è messa in moto per recuperare quel gettito e spingere le multinazionali a riportare in patria i capitali parcheggiati all’estero. Spicca l’atteggiamento di Trump in controtendenza, ma ha una logica e una coerenza. Il presidente difende le “MAGA” dagli appetiti fiscali europei — vedi le varie proposte di digital tax — perché vuole che il loro imponibile sia tassato negli Stati Uniti.
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