Purché l’Italia non diventi la Croce rossa dell’Africa.

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I militari in Niger
Riflettendo sui nostri obblighi e sui nostri interessi di lungo periodo, la decisione di inviare un contingente di 470 militari italiani in Niger appare opportuna. È infatti conveniente concentrare le nostre forze operanti all’estero in uno scacchiere più vicino e più utile alla nostra sicurezza. La presenza italiana in Iraq (e ancora più in Afghanistan) è stata infatti dettata più dall’appartenenza ad un’alleanza internazionale che non da un interesse diretto dell’Italia, dato che questi Paesi gravitano in un contesto abbastanza distante dal nostro. Nel caso del Niger le cose stanno diversamente perché, fra terrorismo e migrazioni, l’Africa sub-sahariana è ormai la frontiera sud dell’Europa e preme direttamente su casa nostra. Anche una media potenza regionale, come è oggi è l’Italia, deve perciò prendersi cura di quanto le accade intorno. Credo quindi che, nei dovuti modi e nei dovuti tempi, la nostra presenza dovrà ancora diminuire e poi annullarsi in Afghanistan e in Iraq e trasferirsi maggiormente verso le aree di nostro interesse. Entrando in modo specifico nelle caratteristiche della missione in Niger, dobbiamo precisare che, almeno in questa prima fase, ci limiteremo, insieme ai tedeschi, ad una funzione di addestramento delle forze militari e di polizia e a un’attività di sorveglianza e protezione della capitale. Continua a pag. 20 segue dalla prima pagina Il lavoro prettamente militare continuerà, almeno nel prossimo futuro, ad essere svolto da forze americane e, soprattutto, francesi. Ciò non toglie che il nostro contingente sia fornito delle più moderne dotazioni di armi. Nei commenti dei media italiani (per ovvie ragioni di politica interna) si è lanciato il messaggio che il contrasto della migrazione clandestina sia l’obiettivo dominante della nostra presenza in Niger mentre lo scopo dell’intera missione è invece il contenimento delle milizie terroristiche che, dopo il disfacimento della Libia, estendono la loro influenza in tutto il sub-Sahara. Milizie naturalmente rinforzate dal trasferimento dei combattenti in fuga dal disfacimento dello stato jhadista in Medio Oriente. Una maggiore presenza nel Territorio del Niger è certamente utile anche per l’azione di controllo dei flussi di emigrazione clandestina, ma è sufficiente osservare quanto siano numerose le vie alternative che gli emigranti già oggi praticano per capire come quest’obiettivo, pur dominante per noi, sia di secondaria importanza rispetto allo scopo principale della missione in Niger. Germania e Italia si muovono quindi principalmente in aiuto all’azione militare della Francia, azione che si estende lungo l’intero Sahel dove la sua presenza e i suoi interessi sono davvero cospicui: dalle imprese produttive alle miniere, dagli ospedali alle scuole, dagli alberghi ai servizi pubblici. Grande è lo sforzo militare francese nell’area smisurata in cui si esprime: solo in Mali sono oltre 3 mila i militari francesi che si affiancano ai 12 mila caschi blu dell’Onu per arginare i terroristi, eredi di una notevole parte degli arsenali di Geddhafi. Relativamente modesto è per ora l’impegno tedesco e italiano. Esso è tuttavia suscettibile di rafforzamento se la presenza militare a livello europeo sarà affiancata da una parallela strategia politica. Se cioè l’African Peace Facility dell’Unione Europea, approfondendo la cooperazione con i cinque Paesi del Sahel, si affermerà come valido strumento per affrontare il terrorismo. Finora la Francia ha fatto fronte a quest’incombenza sostanzialmente da sola e per questo motivo ha comprensibilmente gestito in esclusiva il rapporto con i cinque Stati del Sahel per mezzo della missione Barkhane. Mi rendo conto che al nostro contributo militare minore non può che corrispondere un ruolo politico minore ma non vorrei che capitasse anche in questo caso quello che è avvenuto recentemente in Libano, dove da dieci anni portiamo la massima responsabilità del mantenimento della pace e della sicurezza in una delle più delicate aree del Paese, con un numero di militari notevolmente superiore a quello francese. Ebbene, nell’ultima crisi politica avvenuta in Libano, il presidente francese ha gestito il tutto in esclusiva, senza alcuna consultazione. Certo, come si dice in Francia, “Chapeau” al suo dinamismo e alla sua abilità, ma non è bello sentirmi chiedere da un mio antico collega politico libanese: «Et l’Italie? Ou est elle?». E sentirmi poi aggiungere, con un misto di rimpianto ed ironia, che, forse, l’Italia ha scelto di essere semplicemente «la Croix Rouge de la Mediterranee». Sono personalmente colpito dal grande compito che la Croce Rossa svolge, ma non accetto che questo sia il ruolo esclusivo dell’Italia nel Mediterraneo e in Africa. Al nostro doveroso aiuto alla Francia nel Sahel deve perciò corrispondere un nostro ruolo politico, finalmente nel quadro di una comune politica europea.
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