L’uomo che guarda

 

Il suo è stato l’occhio del XX secolo, lo stesso Secolo breve di Hobsbawm. Ma di «breve» lo sguardo di Henri Cartier-Bresson non ha davvero nulla. D’altra parte (lo diceva lui stesso) «la fotografia può fissare l’eternità in un istante», in una continua ricerca di quel Momento decisivo a cui nel 1952 dedicherà un libro (con tanto di copertina di Henry Matisse) diventato una sorta di Bibbia per ogni reporter che si rispetti. Cartier-Bresson ha usato la fotografia (la prima macchina, una Leica 35 mm con lente 50 mm, l’aveva comprata nel 1932) come un «album da disegno meccanico» in grado di ritagliare immagini dalla vita quotidiana con una precisione e un tempismo ineguagliabili.

Con lui l’attimo fuggente è così diventato eterno, oltrepassando il confine del Secolo breve. Questa è l’opinione condivisa dai cinque curatori della mostra su Cartier-Bresson che si aprirà a Palazzo Grassi a Venezia dopo il 3 aprile (in base alle disposizioni ministeriali adottate contro l’epidemia da Covid-19): il regista Wim Wenders (che in questi giorni rende omaggio anche al genio di Edward Hopper in un’esposizione alla Fondation Beyeler di Basilea; ne parliamo a pagina 34), lo scrittore Javier Cercas, il collezionista-mecenate François Pinault, la fotografa Annie Leibovitz e Sylvie Aubenas (direttrice del dipartimento di Fotografia della Bibliothèque nationale de France). Ne scrivono in queste pagine per «la Lettura», conquistati da quelle immagini che mettono insieme «testa, occhio e cuore».

LA REALTA’ COSI’ COM’E’

 

Se ci fosse un’unica immagine

che potesse sintetizzare l’atto del fotografare in un unico, straordina-

[rio istante

con naturalezza, disinvoltura, delicatezza, modestia, ironia,

sarebbe certo questa, scattata da un giovane Henri Cartier-Bresson.

È una fotografia di strada:

due uomini condividono, piuttosto clandestinamente, l’atto di guar-

[dare qualcosa

e un terzo, invisibile, si inserisce nel loro gioco,

come testimone e, naturalmente, come fotografo.

L’uomo con la coppola in secondo piano, lo chiameremo il «Primo

[Uomo»,

guarda attraverso la fessura di un telone, una recinzione.

Sembra essere stranamente rapito,

come se stesse cercando di decifrare ciò che sta vedendo.

Un cantiere?

La futura attrazione di un circo?

Sicuramente nulla di «proibito»

perché avrebbe potuto semplicemente abbassarsi, in ginocchio,

e sbirciare da sotto la recinzione.

Uno spioncino è per definizione un’apertura

attraverso la quale guardare senza essere visti.

È stato proprio un foro stenopeico a produrre anche il primo, vero,

[primitivo «effetto fotografico»,

proiettando, in una stanza buia, un’immagine rovesciata

di ciò che veniva visto dall’altra parte del foro

sulla superficie opposta, dove lo spettatore, stupefatto,

poteva vedere il mondo capovolto.

La camera oscura è stata il conseguente risultato.

Con una lente al posto del foro,

veniva usata dai pittori, spesso clandestinamente, per dipingere.

(Si dice che lo stesso Vermeer abbia utilizzato questo dispositivo).

È stato solo nel XIX secolo

che queste «macchine stenopeiche» si sono evolute nei primi veri

[dispositivi fotografici,

grazie all’invenzione di materiali fotosensibili

che «catturavano» l’immagine rovesciata sulla parete di fondo,

rendendola riproducibile.

Forse l’uomo in primo piano, il «Secondo Uomo»,

stava sbirciando proprio come il suo compagno, qualche secondo

[prima?

O forse sta per dare un’occhiata?

Ad ogni modo, si sta guardando intorno per un attimo,

quasi ad assicurarsi che nessuno scopra lui, o entrambi.

Questo conferisce alla scena un’atmosfera che ricorda il film Peeping

[Tom (L’occhio che uccide),

due uomini che non vogliono essere disturbati nel loro atto di osser-

[vare.

La cosa sorprendente è che entrambi sembrano essere totalmente

[inconsapevoli

del «vero osservatore» che li sta spiando:

l’uomo con la fotocamera, il «Terzo Uomo», Henri Cartier-Bresson,

mentre i due uomini incarnano l’origine stessa della fotografia:

vedere con i propri occhi versus guardare attraverso un’apertura.

La bellezza di questa foto

sta nel riconoscere l’intera gamma del «vedere»,

proprio grazie all’invisibile terzo spettatore, il fotografo.

La sua figura può essere vista quasi come il risultato delle altre due.

Lui vede attraverso un foro, la lente della sua Leica,

vede con i suoi occhi

e preserva un’immagine di questo momento per tutti noi.

Benché ci lasci all’oscuro rispetto a quello che sta oltre la recinzione,

ci mostra quello che accade di fronte ad essa, e molto di più.

Dato lo stile dei loro cappelli,

(per non parlare dei baffi!)

questa fotografia potrebbe essere stata scattata tra la fine degli anni

[’20 e i primi anni ’30.

All’epoca non erano molti gli uomini che giravano per le strade con

[una fotocamera

come il giovane Henri, questo è certo.

Allora perché il «Secondo Uomo» non guarda l’obbiettivo?!

Ne è semplicemente inconsapevole?

Oppure Henri Cartier-Bresson è stato così dannatamente veloce

da essere riuscito a scattare la foto prima che il «Secondo Uomo»

riuscisse a vederlo con la coda dell’occhio?

(Se se ne fosse accorto, la foto sarebbe stata del tutto diversa…).

Pertanto, considerando che il giovane Henri

ha avuto solo una frazione di secondo per mettere a fuoco la foto,

non si può non ammirare la forza dell’inquadratura.

È assolutamente perfetta e non potrebbe essere meglio di così.

La tecnica di stampa molto personale di Cartier-Bresson —

che conserva i bordi neri del negativo —

conferma che questo è esattamente ciò che ha inquadrato

in quella frazione di secondo in cui ha accompagnato la fotocamera

[all’occhio.

Non c’è stato alcun ritocco successivo.

Questa è la foto effettiva, in tutta la sua veridicità.

(Lo sottolineo perché, sfortunatamente, nella nostra epoca,

quasi ogni foto digitale viene tagliata o ritoccata con Photoshop).

L’immediatezza del momento è sempre impressionante.

Il «Terzo Uomo» era totalmente consapevole dell’intensità della foto,

lo si percepisce — aveva un unico scatto.

È esattamente lo spirito della fotografia di strada,

ad eccezione di chi pianifica e organizza la scena

come molti fotografi hanno fatto, in generale senza alcun segreto.

Per dire un’ovvietà,

come ogni grande pittore ci insegna a vedere,

così fa ogni grande fotografo.

Ma, per come la vedo io, non c’è nessun altro

tra i mostri sacri di quest’arte

che abbia dedicato così tanto del suo lavoro

al semplice atto del vedere stesso, come Cartier-Bresson.

Basti solo guardare le foto di questa mostra che ritraggono persone

[che guardano qualcosa,

di persone «tutt’occhi», per così dire,

sia che si sappia cosa vedono o no.

«Guardare» era chiaramente la passione di Henri,

sia in quanto occhio dietro l’amata Leica, con la sua lente 50mm,

sia rispetto a ciò che interessava i suoi soggetti.

Ciò che ritraeva erano i loro occhi,

sapendo che in essi era racchiusa la loro essenza, come in un guscio.

(Anche quando fotografava un uomo con gli occhi chiusi,

sembrava essere proprio quella la circostanza ad attrarlo fin dall’ini

[zio).

Il modo in cui si guarda il mondo, dal punto di vista di Henri Cartier-

[Bresson,

è il modo in cui il mondo ci guarda.

Benché preferisse restare nascosto,

in tutte le sue fotografie lasciava un sottilissimo segno distintivo:

l’invisibile controcampo

del rapido e gentile occhio del «Terzo Uomo».

 

Il bello nasce da gesti semplici

Più guardo quest’immagine, più ne scopro minimi dettagli di una grande bellezza. Ho scelto questo ritratto perché mi tocca personalmente in modo particolare.

Questa fotografia è una delle ultime della Master Collection (377 su 385). È quindi dopo avere sfogliato questo magnifico panorama della carriera del fotografo che questo scatto ha attirato la mia attenzione, nonostante la sua apparente semplicità.

Qui è proprio dalla semplicità che nasce la bellezza. Il gioco di andirivieni degli sguardi, tra il sorriso della bambina, la soddisfazione che si indovina nell’espressione del signore anziano, l’eleganza desueta del salotto e i ritratti di persone care appesi al muro con goffaggine: tutte queste piccole cose banali compongono la grandezza di quest’immagine.

Questo ritratto richiama sia l’umanità sia il genio della composizione e l’umore e l’amore che Henri Cartier-Bresson porta alla vita e ai piaceri semplici.

La missione di guardare

Sono stati i lavori di Henri Cartier-Bresson a farmi scegliere di diventare una fotografa. Ero una giovane studentessa di pittura al San Francisco Art Institute alla fine degli Anni Sessanta quando mi sono imbattuta nel libro The World of Cartier-Bresson, che era stato da poco pubblicato. Dev’essere stato qualcosa nella parola world, mondo, ma anche nelle stesse fotografie, a sedurmi. L’idea che un fotografo potesse viaggiare con la macchina fotografica da un posto all’altro, vedere come vivono le altre persone, fare del «guardare» una missione — che quella potesse essere la vita di qualcuno — era per me qualcosa di incredibile ed elettrizzante.

Volevo che la mia selezione di foto della Master Collection ricalcasse la memoria di quello che all’inizio mi aveva tanto colpita di Henri Cartier-Bresson. Bougival, France, 1956 (qui a destra) è in The World of Cartier-Bresson (non compare in The Decisive Moment, uno dei più grandi libri mai realizzati sull’opera di un fotografo, perché scattata pochi anni dopo la pubblicazione del volume).

Un giovane uomo in tuta da lavoro, senza la maglietta, in piedi su un molo, dà le spalle alla fotocamera e guarda quella che è probabilmente la sua famiglia, a qualche passo da lui a bordo di una chiatta. Una delle due donne regge un bambino. Il bambino sorride al ragazzo. Cartier-Bresson sta prendendo in prestito lo sguardo del giovane uomo. È geniale. La foto è verticale. Non so come Cartier-Bresson facesse i formati verticali. Ho sempre pensato a lui come un fotografo di formati orizzontali. Come si fa a tenere la macchina fotografica in quel modo?

Oggi, quando guardo le foto di Henri Cartier-Bresson, mi rendo conto di quanto la sua grandissima intelligenza influenzasse il suo aspetto. Così come anche la sua formazione in arte e pittura. Capisco anche quanto importante fosse il suo essere atletico. Era fisicamente molto forte e aveva un’incredibile resistenza, unita a una straordinaria concentrazione. Ha dichiarato che la macchina fotografica era un’estensione del suo occhio.

Ho studiato la Master Collection in qualità di fotografa, ammirando il talento e la passione di Henri Cartier-Bresson. Un intuitivo maestro della composizione che, con la sua piccola fotocamera 35 mm, ha lavorato in un modo completamente inedito.

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