Le navi delle armi a Genova: a volte ritornano…

La flotta saudita con il suo carico di morte è ritornata nel porto ligure indisturbata. Un tema su cui siamo tornati più volte su queste pagine, denunciando come la mancanza di controlli e di applicazione della legge porti l’Italia vicina ad essere complice delle stragi in corso sui teatri di guerra mediorientali

Inesorabili e puntuali all’appuntamento come la lama che scende sull’infelice vittima ne Il pozzo e il pendolo di Edgar Allan Poe, le navi della flotta saudita cariche di armi sono tornate ad affacciarsi nel porto di Genova, presidiato per l’occasione da un munito schieramento di polizia in funzione antisommossa. Si temevano, infatti, nuove manifestazioni da parte dei pacifisti e del Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp), che nei mesi scorsi ha promosso una campagna nazionale per il respingimento delle navi dirette agli scenari di guerra mediorientali. Va detto che in realtà finora le manifestazioni contro le navi delle armi non hanno mai conosciuto momenti di violenza, per cui lo schieramento delle forze dell’ordine appare svolgere principalmente una funzione di mirata deterrenza. Qualcuno evidentemente non ha gradito quanto avvenne nel maggio del 2019, quando una mobilitazione impedì che venissero caricati micidiali cannoni “Cesar” su una delle imbarcazioni della flotta saudita.

Questa volta la sorpresina all’interno delle navi è stata particolarmente ghiotta: sui social circolano fotografie di carri armati presenti nella stiva della nave “Bahri Ahba”, già all’ordine del giorno per precedenti trasporti d’armi. È il risultato dell’opera di denuncia svolto dalla Weapon Watch, Ong che ha raccolto e pubblicato, negli ultimi due anni, numerose prove sulle violazioni della legge 185/1990 e del trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali. Weapon Watch denuncia che nella nave, che ha fatto nei giorni scorsi sosta nel porto di Genova, sarebbero stati presenti dodici tank Abrams M1A2 ed elicotteri da combattimento Sikorsky UH-60M Black Hawk, del tipo in dotazione alla Guardia nazionale saudita.

Ormeggiata al ponte Eritrea, nel terminal Gmt del gruppo olandese Steinweg, la nave, presidiata dalla polizia per impedire ogni forma di protesta, ha fatto sosta il 13 e il 14 novembre nel porto, e pare che contenesse, oltre ai mezzi di combattimento prima citati, anche un arsenale di esplosivi e munizioni. Peraltro l’Autorità portuale, dopo avere inviato i suoi ispettori, ha dichiarato di non avere riscontrato nulla di pericoloso per la salute dei lavoratori e per i cittadini del quartiere di Sampierdarena che vivono in zone prospicienti il terminal. D’altro canto, un vero controllo del contenuto dei carichi containerizzati è impedito dalla dogana.

L’autorità portuale e la capitaneria di porto si limitano in realtà a controlli burocratici formali: sembra non interessare a nessuno il rispetto della legge 185/1990, che vieta il transito di armi verso paesi in guerra come Siria e Yemen. La legge è stata approvata il 9 luglio 1990 e regolamenta il controllo dell’esportazione, dell’importazione e del transito di materiali di armamento. Successivamente, nel 2003, le sono state apportate modifiche aggiuntive. L’articolo chiave della legge è il primo, nel quale si proibisce l’esportazione di armi verso “Paesi in stato di conflitto armato”. Nell’articolo si vieta anche l’esportazione di materiale bellico nel caso in cui possa “entrare in contrasto con la Costituzione, con gli impegni internazionali dell’Italia e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato”. E ancora, nel caso in cui non siano presenti “adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali”.

La legge parla, come si è visto, piuttosto chiaro; tuttavia la procura della Repubblica, come abbiamo accennato in un precedente articolo sulla questione, non solo non è intervenuta, ma ha aperto dei procedimenti contro i portuali del collettivo che avevano in passato manifestato contro il passaggio delle navi Bahri. Questo nonostante i portuali pacifisti siano stati recentemente ricevuti da papa Francesco, che li ha incoraggiati ad andare avanti nella loro lotta.

La nave, ripartita il 15 novembre con destinazione Alessandria d’Egitto, giungerà poi in Arabia saudita con il suo carico micidiale, e questa pare che sia la prima di una nuova catena di spedizioni. Intanto è attesa a Genova per il 24 novembre la nave “Bahri Ofuf” che, in questo momento, sta caricando container al Military Ocean Terminal in North Carolina, uno dei più importanti porti militari americani. Non è difficile indovinare il contenuto dei container in arrivo…

Così, in mancanza di controlli e di applicazione della legge (non a caso recentemente messa in discussione da alcune interpellanze parlamentari e da dichiarazioni di esponenti dei servizi), l’Italia finisce per essere complice delle stragi in corso sui teatri di guerra mediorientali. A Genova l’opinione pubblica segue con attenzione quanto avviene: l’ultima mobilitazione, con un partecipato presidio sotto la sede dell’Autorità portuale, è stata tenuta il 21 luglio scorso quando era attraccata alle banchine una precedente nave della morte, la “Bahri Jazan”.

Il riprendere e l’intensificarsi di questo viavai di navi saudite, e la sostanziale indifferenza delle autorità riguardo al transito delle armi, fanno pensare non solo ovviamente che pecunia non olet, ma, come accennato in un precedente articolo, che esistano interessi di tipo geopolitico più ampio che vedono l’Italia coinvolta in uno scacchiere internazionale sempre più complesso, che fanno sì che su questo scandaloso traffico si preferisca chiudere un occhio.

 

 

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