La sinistra, i tradimenti e la «kista».

 

Un secolo di liti
«I o sottoscritto, cane puzzolente e criminale, mi pento…» Per carità, nessuno chiede a Giuliano Pisapia un’abiura come la «kista» imposta nel 1920 ad alcuni operai di una fabbrica sovietica di armamenti a Tula. Non stupisce, però, la scelta del leader di Insieme di abolire l’incontro coi fuoriusciti di Mdp: le pressioni perché ripudi l’abbraccio a Maria Elena Boschi (troppo affettuoso!) gli erano ormai insopportabili. Perché sempre qui si torna: alla diffidenza ostile verso il «traditore». O a chi minaccia di diventare un «traditore». O che comunque un giorno potrebbe, chissà, rivelarsi un «traditore».
Da sottoporre a quel pubblico esame di fedeltà ai «veri valori» del partito (la «kista», appunto) che alla scuola delle Frattocchie, come raccontò un giorno Maria Antonietta Macciocchi, veniva pretesa come «la maieutica dell’autocritica non socratica».

È un vecchio tarlo che divora la sinistra, quello del «tradimento». Al punto che a suo tempo ispirò a quel geniaccio di Fausto Amodei, così pare, l’omonima canzone: «C’era una volta un tarlo,/di discendenza nobile,/che cominciò a mangiare/un vecchio mobile». Obiettivo perseguito con missionario vigore. Fino a morirne.

Non ce n’è uno praticamente, nella storia della sinistra, che si sia salvato dai dubbi sospettosi dei compagni. Perfino Marco Rizzo, il marxista-torinista noto come «Partigiano Kojak» per il cranio rasato a zero come quello del commissario newyorkese, non è stato risparmiato. Lui! Lui che da Lotta Continua a Rifondazione, dal Pdci alla Lista Anticapitalista è sempre stato a sinistra della sinistra, si ritrovò un giorno, accusato di essersi schierato dalla parte dei bombardamenti in Kossovo, su un muro di via Po. Spray nero: «Rizzo pelato/servo della Nato!».

Va così da sempre. Da quando Alfonso Leonetti, tra i fondatori a Livorno del Partito Comunista, teorizzava che dal nuovo partito (anni dopo sarebbe toccato anche lui) dovevano essere «periodicamente espulsi opportunisti e carrieristi». Tra le risse, restò allora negli archivi lo scontro tra il siciliano Vincenzo Vacirca e il romagnolo Nicola Bombacci, destinato a convertirsi al fascismo e a finire appeso a piazzale Loreto. «Zitto tu, rivoluzionario da temperino!», urlò il primo al secondo. E quello gli si catapultò contro mulinando la «esse»: «Ti amasso! Ti amasso!».

Sono state così tante, le scissioni delle scissioni verso gruppuscoli sempre più piccoli e gelosamente identitari, da rasentare il ridicolo. Rileggiamo «Quando la Cina era vicina» di Roberto Niccolai: «Interessante (la scissione) avvenuta a Brescia nel 1970 che condusse alla costituzione della Lega marxista-leninista d’Italia, con leader Elidio De Paoli. Questa nuova formazione politica si distinse da tutti gli altri frammenti sorti dall’implosione marxista-leninista per una particolare scelta: continuò a sostenere il pensiero di Lin Piao…». Avanguardie.

Possono mettersi davvero insieme oggi, dietro alla parola «Insieme» lanciata da Pisapia e già contestata, gli eredi d’una storia così frammentata? Una storia ricca di continue «precisazioni della propria identità» sempre diversa da quella degli altri? «Quello lì ha fatto sette scissioni», sbottò un giorno Achille Occhetto additando Lucio Libertini. E quello, che aveva cominciato a far politica collaborando alla rivista «Risorgimento Socialista» fondata da Aldo Cucchi e Valdo Magnani, i dissidenti liquidati da Palmiro Togliatti come «pidocchi sulla criniera di un cavallo», rispose: «È vero, sono stato nel Psi, nel Psiup, nel Pci e in Rifondazione ma perché sono cambiati gli altri. Io sono sempre rimasto fedele a me stesso: vent’anni di monoton a fissazione».

Una risposta presa in prestito, successivamente, da decine di scissionisti e fuoriusciti. Decisi a rivendicare la loro scissione come l’unica dettata dall’obbligo di restar fedeli, loro sì, a differenza degli altri, all’antico ideale. Come Livio Maitan, il leader dei trotzkisti che partecipò all’abbattimento del governo di centro-sinistra guidato da Prodi esultando: «Oooooh! Erano decenni che aspettavo di far cadere un governo borghese».

Un pezzo della sinistra-sinistra, del resto, ha sempre faticato a immaginarsi «prigioniera» dei lacci e lacciuoli imposti dallo stare al governo. Tra gli aneddoti più divertenti c’è quello di una vecchietta che la sera della vittoria dell’Ulivo nel ’96, alla fine dello storico comizio in piazza dei Santi Apostoli, strattonò entusiasta Massimo D’Alema urlando: «Adesso che abbiamo conquistato la maggioranza, finalmente possiamo fare una bella opposizione!». Vero? Falso? Possibile. Basti ricordare quanto raccontò Claudio Burlando, poi ministro e governatore della Liguria, a proposito dell’ultima riunione per mettere a punto gli accordi per quella campagna elettorale: «Usciamo e avviandoci verso casa Fausto Bertinotti fa, preoccupato: “E se poi vinciamo?” “Ma come, tu non vorresti vincere?”».

Mica tanto, evidentemente. Come spiegherà anni dopo Luigi Malabarba, capogruppo al Senato di Rifondazione e contrario agli accordi con la sinistra moderata, «avere ministri significa essere in gabbia, servirebbe a tener calmi i lavoratori e frenare le lotte sociali». Meglio le mani libere. La contestazione a vita. Come quella immaginata qualche anno fa da due gruppi lillipuziani: «progettocomunista.org» e «progettocomunista.it». Quest’ultimo da Marco Ferrando, il surfista-trotzkista ligure che tuonava: «Solo la rottura col centro dell’Ulivo e coi poteri forti che lo sorreggono può liberare le potenzialità di un’opposizione vera, radicale e di massa». Auguri.

No, non sarà proprio facile mettere insieme i pezzi di una sinistra tanto frantumata. Anche perché a ogni tentativo di guardare avanti, «se no si perde», c’è chi premette l’obbligo di fedeltà a un chiodo irrinunciabile. Quello descritto ne «I piccoli maestri» da Luigi Meneghello: «Noi eravamo col Partito d’Azione e ammiravamo profondamente i comunisti. Veramente alcuni, anche molto giovani, erano esasperanti; bravissimi nelle cose pratiche, non si aveva però mai il piacere di fare un vero ragionamento con loro; pareva sempre che facessero apposta a non capire le nostre osservazioni, così sottili, aperte e umane. Piantavano una specie di chiodi, con due tre martellate efficienti; e poi quando si parlava noi stavano a sentire e ogni tanto tiravano una martellatina per conto proprio, sempre sullo stesso chiodo, come se noi non ci fossimo». Ognuno, va da sé, è ancora lì a martellare il «proprio» chiodo. Unico. Esclusivo. Oggettivamente corretto …

 

Corriere della Sera.