La preoccupazione in via Sarpi: «Temiamo l’odio più del virus»

Venti minuti: è quanto occorre per trovare parcheggio in Chinatown, a Milano. Venti minuti per un posto auto tra Via Lomazzo e via Rosmini (due delle principali strade del quartiere, le uniche accessibili alle macchine). Alla fine tocca andare al Monumentale: 5 minuti a piedi dalla zona clou. È domenica sera, in via Paolo Sarpi avrebbe dovuto tenersi la sfilata per i festeggiamenti del capodanno cinese, per l’inizio dell’anno del topo.

Ma le associazioni e la comunità cinese locale hanno deciso di annullare le celebrazioni in solidarietà con i propri connazionali che non hanno potuto festeggiare a causa dell’epidemia da coronavirus. Chinatown, però, non è deserta: alla ravioleria c’è sempre la fila, fuori dalla birreria il solito capannello di giovani. Insomma, tutto sembra essere tornato alla normalità. All’angolo tra via Sarpi e via Canonica c’è un gruppo di persone con un megafono: il Pd metropolitano, insieme ad alcune associazioni cinesi, ha organizzato “Passeggiata e cena a Chinatown”, in segno di vicinanza a questi cittadini di Milano. Un gesto per dimostrare che non c’è alcun rischio di contagio nel frequentare i locali gestiti da cinesi. “Già la scorsa settimana, l’assessore Cristina Tajani (Politiche del lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse umane per il comune di Milano, ndr) ha voluto organizzare un pranzo in uno dei miei ristoranti con lo stesso obiettivo. Questa passeggiata è un’altra dimostrazione di solidarietà e inclusione che fa piacere alla comunità italo-cinese”.

A parlare è Francesco Wu, imprenditore, referente in Confcommercio Milano per l’imprenditoria straniera e presidente onorario dell’Unione Imprenditori Italia-Cina, nonché personaggio di spicco della comunità del Dragone milanese. “Ci siamo resi conto che queste iniziative sono molto utili: la gente ha ricominciato a frequentare Paolo Sarpi. Anche se continuiamo a fare la conta dei danni e stimiamo che in questo weekend le perdite sugli incassi siano state del 30% rispetto a un normale altro weekend dell’anno”, spiega Wu. “Meglio, comunque, rispetto al -50% della scorsa settimana”, aggiunge. Nonostante le strade non siano vuote come qualche giorno fa – picco negativo all’indomani della notizia dei primi due casi in Italia – la situazione non è ancora tornata alla normalità.

“Se le persone hanno capito che il virus non si trasmette attraverso il cibo – spiega ancora Wu – continuano, invece, a essere diffidenti nel frequentare parrucchieri e centri estetici, dove il contatto umano è ravvicinato e inevitabile”. A confermare quanto riferito da Wu è la receptionist di uno dei nail center più apprezzati e frequentati (specie dalle milanesi) della zona. “Appuntamento martedì alle 12 per una manicure? Nessun problema. L’agenda è piuttosto libera”.

Nonostante la sensibilizzazione a tutti i livelli, le persone sembrano paralizzate in un immobilismo fatto di paura e irrazionalità. “Anche la comunità cinese teme il contagio. Siamo esseri umani, anche se ci dipingono come i nuovi untori”, si sfoga Wu. “Qui ci sono persone che quotidianamente leggono le notizie sui media cinesi e le informazioni che arrivano sono allarmanti. C’è chi ha la famiglia lì e sa che non può fare nulla per aiutare”, aggiunge. Tuttavia, la passeggiata in Chinatown con la segretaria dem metropolitana Silvia Roggiani è un bel momento di condivisione. Italiani e nuovi italiani sfilano insieme lungo via Sarpi all’ombra delle enormi lanterne rosse issate a mò di lampioni.

Tra loro anche il viceministro dell’Interno Matteo Mauri (Pd). “Sono qui perché è importante ricambiare la solidarietà che la comunità cinese ha dimostrato nei confronti dei terremotati del Centro-Italia e anche perché non mi piace questo gioco al massacro di fomentare le paure per guadagnare qualche punto percentuale nel consenso politico”. Il numero due del Viminale si sofferma anche sulle dichiarazioni del leader della Lega Salvini, che in un post su Facebook chiedeva la chiusura delle frontiere per arginare il rischio contagio. “Temo più il virus dell’odio, sinceramente, perché non so come gestirlo”, commenta.

Preoccupazione condivisa anche da Wu: “Qui in Chinatown la situazione si sta stabilizzando. Il problema è nel resto della città e nel resto d’Italia. Una mia amica cinese ha fatto fatica a prendere un taxi in centro, un’altra è stata insultata da un gruppo di adolescenti che le hanno mostrato il dito medio”. Basta fare un giro in metro, di lunedì mattina all’ora di punta, per averne conferma: il vuoto intorno alle persone di origine asiatica, specie se dotate di mascherina. Segnali positivi, però, arrivano dalla scuola: al suono della campanella, ieri mattina, tutti gli 800 alunni dell’Istituto comprensivo di via Giusti, nel cuore di Chinatown, sono entrati in classe.

Tra loro 160 di origine cinese. Un segnale importante, dopo quanto accaduto nei giorni scorsi a Telese Terme, in provincia di Benevento dove le mamme e i papà di una classe si sono rifiutati di mandare i propri figli a scuola per la presenza, tra gli alunni, di una bambina di origine cinese rientrata da una vacanza in Cina con la famiglia. L’episodio ha costretto la preside dell’Istituto a inviare una nota per tranquillizzare i genitori e sfatare tutte le notizie false diffuse sul conto della piccola.

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