In quella solitudine ha trovato il suo dio

 

umberto galimberti

Umberto Galimberti

Forse Silvia si è convertita, forse per necessità, forse per sopravvivenza nel tempo della prigionia, forse per intima convinzione. Non credo per la “Sindrome di Stoccolma”, tipica di chi prova un sentimento per il proprio sequestratore, che si alimenta per tutto il periodo della prigionia fino a tradursi in un rapporto d’amore e di sottomissione volontaria, perché in questo caso Silvia, appena liberata, non avrebbe detto orgogliosamente: «Sono stata forte». E al suo ritorno non avrebbe abbracciato con gioia i suoi familiari, dopo essersi separata per sempre dal suo amore.
E allora perché la conversione? Non lo sappiamo. E non dobbiamo neppure indagare, per non violare quel segreto che ciascuno di noi custodisce nel profondo della propria anima, quale è appunto la nostra dimensione religiosa. Una dimensione così personale, così propria, così difficile da comunicare, perché quando si ha a che fare con sensi e significati che oltrepassano la nostra esperienza condivisa, ogni discorso, nel momento in cui si offre alla chiacchiera comune, rischia il fraintendimento.
E allora perché occuparsene? Per trarre spunto da questo episodio per capire che cos’è per davvero una dimensione religiosa, al di là di quanti vi aderiscono per tradizione, per un bisogno di consolazione o peggio per un bisogno di appartenenza. Religioso è quell’atteggiamento che caratterizza chi non accatta che ogni senso e ogni significato si esaurisca nella realtà esistente in cui quotidianamente viviamo. Religiosa è la ricerca di una ulteriorità di senso che coloro che credono chiamano “trascendenza” e che ciascuno di noi avverte in ogni momento di insoddisfazione, di delusione, di sconforto, o anche di non compiutezza per quanto si va realizzando nel corso della propria esistenza.
Forse fu proprio questo vissuto a spingere Silvia ad abbandonare per un certo periodo i propri progetti di vita in Italia e andare a prestare il suo aiuto in terra d’Africa tra la popolazione più indigente e più dimenticata della Terra. E già questa sua scelta, che per il nostro abituale modo di pensare non trova di solito un’incondizionata approvazione, parla della sua dimensione religiosa che forse non trovava un’adeguata e sufficiente risposta nel suo dedicarsi alla cura dei bambini della parrocchia in cui viveva. E’ la stessa dimensione religiosa che promuove le scelte dei medici senza frontiere, di Emergency, delle Organizzazioni non governative che salvano in mare i disperati della terra, di quanti si dedicano al volontariato, sia che credano o non credano in Dio. «Dio nella religione è arrivato con molto ritardo», scrive Gerardus Van der Leeuw, il più grande storico delle religioni del secolo scorso.
Dio non è l’unico destinatario della dimensione religiosa, così come non lo è un generico amore del prossimo. Perché il prossimo non è l’indigente che ha bisogno di noi, ma, come ha scritto in un suo libro Enzo Bianchi, il prossimo siamo noi quando ci «facciamo prossimi» a chi ha bisogno di noi.
Nella sua lunga prigionia e convivenza con carcerieri musulmani, nelle notti insonni e nei lunghi silenzi che caratterizzano ogni reclusione, Silvia può aver letto il Corano e, meditando qualche passo di quel Libro, può aver concluso che la religiosità, come è vissuta in Occidente, ha perso, per molti, ogni contatto con il mondo della trascendenza, con quell’ulteriorità di senso che caratterizza ogni vera dimensione religiosa. E partendo da lì può aver accolto quel Allah akbar quel “Dio è il più grande”, non per fare stragi, ma per riconoscere che c’è una dimensione più grande del nostro Io, dei nostri progetti, dei nostri sogni, delle nostre ambizioni. E quando non siamo noi, come nel caso di Silvia in prigionia, a decidere della nostra vita, può accadere che si tocchi con mano quello che Freud, ateo, già costatava quando diceva che «il nostro Io non è padrone in casa propria».
Se la conversione di Silvia, di cui nulla sappiamo e nulla vogliamo sapere, avesse questo significato, peraltro coerente con la sua biografia, sarebbe un grande insegnamento anche per noi. Non per convertirci all’Islam, ma per non esaurire nei progetti del nostro Io ogni senso della nostra esistenza, che è comunque sempre alla ricerca di un’ulteriorità di significato, rispetto a quello predisposto dall’ipertrofia del nostro Io. E questo con o senza Dio. —
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Forse Silvia si è convertita, forse per necessità, forse per sopravvivenza nel tempo della prigionia, forse per intima convinzione. Non credo per la “Sindrome di Stoccolma”, tipica di chi prova un sentimento per il proprio sequestratore, che si alimenta per tutto il periodo della prigionia fino a tradursi in un rapporto d’amore e di sottomissione volontaria, perché in questo caso Silvia, appena liberata, non avrebbe detto orgogliosamente: «Sono stata forte». E al suo ritorno non avrebbe abbracciato con gioia i suoi familiari, dopo essersi separata per sempre dal suo amore.
E allora perché la conversione? Non lo sappiamo. E non dobbiamo neppure indagare, per non violare quel segreto che ciascuno di noi custodisce nel profondo della propria anima, quale è appunto la nostra dimensione religiosa. Una dimensione così personale, così propria, così difficile da comunicare, perché quando si ha a che fare con sensi e significati che oltrepassano la nostra esperienza condivisa, ogni discorso, nel momento in cui si offre alla chiacchiera comune, rischia il fraintendimento.
E allora perché occuparsene? Per trarre spunto da questo episodio per capire che cos’è per davvero una dimensione religiosa, al di là di quanti vi aderiscono per tradizione, per un bisogno di consolazione o peggio per un bisogno di appartenenza. Religioso è quell’atteggiamento che caratterizza chi non accatta che ogni senso e ogni significato si esaurisca nella realtà esistente in cui quotidianamente viviamo. Religiosa è la ricerca di una ulteriorità di senso che coloro che credono chiamano “trascendenza” e che ciascuno di noi avverte in ogni momento di insoddisfazione, di delusione, di sconforto, o anche di non compiutezza per quanto si va realizzando nel corso della propria esistenza.
Forse fu proprio questo vissuto a spingere Silvia ad abbandonare per un certo periodo i propri progetti di vita in Italia e andare a prestare il suo aiuto in terra d’Africa tra la popolazione più indigente e più dimenticata della Terra. E già questa sua scelta, che per il nostro abituale modo di pensare non trova di solito un’incondizionata approvazione, parla della sua dimensione religiosa che forse non trovava un’adeguata e sufficiente risposta nel suo dedicarsi alla cura dei bambini della parrocchia in cui viveva. E’ la stessa dimensione religiosa che promuove le scelte dei medici senza frontiere, di Emergency, delle Organizzazioni non governative che salvano in mare i disperati della terra, di quanti si dedicano al volontariato, sia che credano o non credano in Dio. «Dio nella religione è arrivato con molto ritardo», scrive Gerardus Van der Leeuw, il più grande storico delle religioni del secolo scorso.
Dio non è l’unico destinatario della dimensione religiosa, così come non lo è un generico amore del prossimo. Perché il prossimo non è l’indigente che ha bisogno di noi, ma, come ha scritto in un suo libro Enzo Bianchi, il prossimo siamo noi quando ci «facciamo prossimi» a chi ha bisogno di noi.
Nella sua lunga prigionia e convivenza con carcerieri musulmani, nelle notti insonni e nei lunghi silenzi che caratterizzano ogni reclusione, Silvia può aver letto il Corano e, meditando qualche passo di quel Libro, può aver concluso che la religiosità, come è vissuta in Occidente, ha perso, per molti, ogni contatto con il mondo della trascendenza, con quell’ulteriorità di senso che caratterizza ogni vera dimensione religiosa. E partendo da lì può aver accolto quel Allah akbar quel “Dio è il più grande”, non per fare stragi, ma per riconoscere che c’è una dimensione più grande del nostro Io, dei nostri progetti, dei nostri sogni, delle nostre ambizioni. E quando non siamo noi, come nel caso di Silvia in prigionia, a decidere della nostra vita, può accadere che si tocchi con mano quello che Freud, ateo, già costatava quando diceva che «il nostro Io non è padrone in casa propria».
Se la conversione di Silvia, di cui nulla sappiamo e nulla vogliamo sapere, avesse questo significato, peraltro coerente con la sua biografia, sarebbe un grande insegnamento anche per noi. Non per convertirci all’Islam, ma per non esaurire nei progetti del nostro Io ogni senso della nostra esistenza, che è comunque sempre alla ricerca di un’ulteriorità di significato, rispetto a quello predisposto dall’ipertrofia del nostro Io. E questo con o senza Dio.