Giorni fa, presso l’International university college of Turin, piccola istituzione accademica privata, un convegno su «Le politiche pandemiche» promosso da un giurista, Ugo Mattei, ha riunito intellettuali fortemente critici di quelle politiche.

Brillava tra i partecipanti la singolare coppia di filosofi, Massimo Cacciari e Giorgio Agamben, l’uno showman onnipresente nei talk show, l’altro molto appartato (all’incontro presente da remoto). Nel luglio scorso i due erano stati tra i primi ad aprire le ostilità contro il green pass, dichiarando che «tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie». E i discriminati, paradossalmente, «sono quelli abilitati dal green pass» dal momento «che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi».

NO-VAX MODERATI?

I convenuti a Torino ridimensionano l’importanza del covid ma non negano né la sua esistenza né l’utilità dei vaccini. All’occorenza praticano distanziamento e mascherine. E come è costume dei No-vax moderati fanno presente di essere vaccinati, e con loro coniugi figli e zii.

Sono perciò molto irritati di essere etichettati come No-vax, un composito universo al quale sono peraltro assai contigui: non a caso hanno accolto come un onore la presenza a Torino di Stefano Puzzer, il portuale a capo della protesta no green pass a Trieste.

Contestano però l’informazione difettosa o fuorviante sui meccanismi e sulla gravità del contagio, sull’efficacia dei vaccini e sui loro effetti, nonché la sacralizzazione-personalizzazione della scienza («la scienza ha detto che…»).

IL CONTROLLO GENERALIZZATO

Contro le verità ufficiali chiedono e propongono maggiore raziocinio e più solidi argomenti, dialogo, contraddittorio. Ma a tutto ciò mostrano per primi di non credere, perché al di là dei singoli argomenti tecnico-scientifici – e molti sono degni di attenzione – hanno un’altra certezza, superiore e complessiva. Sostengono infatti che il Covid è stata l’occasione per mettere in atto un controllo generalizzato, un disegno di sistema (da non intendersi, specificano, come un complotto da attribuire a qualche specifico agente). Il disegno, celato ai più – intenzionalmente celato -, a loro è evidente, ma appunto è evidente solo a loro.

Si ripromettono di dare una qualche formalizzazione, una qualche struttura e continuità al loro movimento, magari con un documento che aiuti a diffondere il messaggio, e contando anche su alcuni parlamentari profughi del Movimento 5 stelle presenti a Torino. Ma invano.

La loro è una verità indimostrabile perché ha natura deduttiva, secondo la logica di tutti i negazionismi, per i quali il dato di fatto, le realtà tangibili, sono soprattutto cortine fumogene, illusioni create ad arte, o artatamente utilizzate. E di fronte all’a priori non vale più alcun ragionamento, né confronto né analisi.

Rispetto ad altri negazionismi l’evidenza da loro dichiarata del controllo pandemico pretende maggiore autorevolezza perché è dichiarata da pensatori, filosofi, accademici, in particolare messaggeri di pensiero astratto, spesso astruso, di difficile e non immediata comprensione, una iperrealtà intimidente in quanto irraggiungibile.

Un pensiero che porta con sé anche una buona dose di disprezzo per il sentire della gente comune, in ultima analisi per la democrazia, che non è mai cosa semplice. A loro parere infatti se alte percentuali di cittadini pensano sia utile, o necessario, adottare il green pass, vorrà dire che costoro sono fuorviati dai media, inconsapevoli, distolti dalla ragione.

Insomma solo il filosofo vede l’evidenza e a noi come popolo tocca di prestargli fede, senza possibilità di verifica. Delle sue varie personificazioni che hanno accecato il Novecento, quello marx-leninista è il più incisivo. È storia nota.

C’era un tempo in cui solo chi era edotto della logica dell’imperialismo sapeva leggere la cronaca delle lotte, poteva leggere vicende di paesi esotici, dalla Cina al Nicaragua, e sapeva ciò che sarebbe accaduto, vedeva prossima la rivoluzione proletaria della quale non c’erano segni apparenti. Così oggi solo chi scruta nei fondi del caffè le logiche del capitalismo globale è in grado di vederne il disegno. E oggi come allora spesso lo vede dipinto in caratteri cinesi.

Prima che si prendesse atto dei suoi orrori, palpitava nel cuore degli antagonisti una Cina immaginata, la Cina del libretto rosso, di Lin Biao, della rivoluzione culturale. Oggi, rovesciata la clessidra della storia, la Cina è immagine fantasticata non più di liberazione, ma di totalitarismo statuale. Il nostro futuro è già pronto in Cina, ammonisce Cacciari.

E come nulla sapevano i padri di quel paese, così oggi ben poco mostrano di sapere i figli – o di voler sapere – del complesso intreccio di democrazia di base, meritocrazia e autoritarismo che governa quel paese. È sufficiente farne l’emblema di un totalitarismo, di un regime di controllo pubblico. Pubblico, ovvero statale.

I big data e l’intelligenza artificiale inseguono e conoscono ogni nostro respiro, ma non è tanto su questi processi che concentrano l’attenzione gli antivaccinisti, quanto sulla loro proiezione sulla sfera pubblica-statuale della quale temono i poteri. Il fatto che solo gli stati abbiano potuto e saputo garantirci i vaccini non è cosa che li conforta, al contrario li allarma.

È in particolare Giorgio Agamben, l’uomo-che-illumina-da-lontano, a dettare il quadro concettuale del discorso. Sono noti i suoi studi sullo schmittiano stato d’eccezione. E già agli inizi del 2020 Agamben parlava della «cosiddetta pandemia» segnalata da «cifre prive di ogni consistenza scientifica», ma poi ha scritto che «non importa se vera o simulata», perché in ogni caso è uno strumento di controllo.

Un controllo che discende direttamente dal doppio stato nazista come teorizzato nel 1941 da Ernst Fraenkel (dove il nazismo era retto da uno stato normativo e uno discrezionale). Il riferimento al nazismo è ricorrente in questo argomentare: «Già Hermann Göring aveva messo in pratica il concetto di emergenza per l’incendio del Reichstag», dice un convenuto torinese. E già agli inizi del 2020 ad Agamben era chiaro che «mai prima di ora, nemmeno durante il fascismo  e le due guerre mondiali, la limitazione della libertà era stata spinta fino a questo punto». Ditelo a Liliana Segre.

Ecco ciò che è evidente ai filosofi antivaccinisti, che si concentrano sull’assolutismo totalitario e disdegnano il suo grande interlocutore e contraddittore storico, quel processo liberal-costituzionale e poi democratico che da qualche secolo si sforza di circoscrivere i poteri assoluti, di bilanciarli, di difendere gli individui dal terrore, di dar loro voce. I democratici sanno quanto sia incerta e confusa la battaglia. Ma non la danno per persa. Ai filosofi anti green pass la cosa non interessa.