Il ritorno dei vecchi fantasmi adesso rischia di pesare sul futuro della banca senese

Le operazioni fatte dodici anni fa e lo scandalo esploso nel 2013 incidono sui 10 miliardi di cause del gruppo: vendere è più diff icile
Un bilancio semestrale di cinque anni fa, per uno scandalo scoppiato otto anni fa su due operazioni di dodici anni fa. Se non è una maledizione, quella di Monte dei Paschi, gli somiglia molto. In dieci anni, la banca ha accumulato perdite per oltre 22 miliardi di euro. Dal 2008, anno dell’operazione Antonveneta, ha realizzato operazioni di rafforzamento patrimoniale per oltre 24,7 miliardi di euro. Eppure, il futuro è quanto mai incerto. Anche perché la sentenza del tribunale di Milano rischia di avere un impatto sul futuro della banca e sui 10 miliardi di rischi legali che gravano sull’istituto.
Tutto ruota stavolta intorno alla contabilizzazione nei bilanci della banca delle operazioni Alexandria (con Nomura) e Santorini (con Deutsche Bank). Due complessi contratti derivati, che avevano permesso alla banca di «abbellire» i bilanci fino al 2012 e coprire le perdite realizzate con l’acquisizione di Antonveneta. A gennaio del 2013 scoppia lo scandalo e Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, da poco arrivati ai vertici, avviano l’operazione di pulizia.
Resta però un problema di non poco conto. Un passaggio tecnico che però può cambiare la sostanza dei conti: come scrivere in bilancio le due operazioni. Mps, gestione Viola-Profumo, li iscrive a «saldi aperti», come se il sottostante delle due operazioni, essenzialmente Btp italiani a lunga scadenza, fossero nel portafoglio dell’istituto. Invece, ma sarà chiaro solo dopo, andavano iscritti a «saldi chiusi». Quei Btp non c’erano, o meglio non erano nella titolarità della banca. Profumo e Viola lasciano la banca nel 2015, dopo tre anni estremamente tormentati durante i quali riescono – gli va riconosciuto – a evitare il crac dell’istituto. A chiarire definitivamente il trattamento contabile dei due contratti arriverà la Bce qualche tempo dopo. In mezzo, un lungo carteggio tra la banca, la Bce, la Consob, l’autorità tedesca (Bafin). Per la procura di Milano, i reati contestati ai due manager non sussistono e chiede l’archiviazione. La procura generale decide l’imputazione coatta. Il giudice ieri ha stabilito che il 2012 è prescritto, per i bilanci 2013 e 2014 i reati non sussistono mentre sul primo semestre del 2015 in effetti i due (più l’ex presidente del collegio sindacale) vanno condannati.
Oggi i Tesoro sta cercando, con scarsi risultati, un compratore per il suo 68%. Probabilmente chiederà una proroga: a spaventare i compratori sono (anche) i 10 miliardi di rischi legali. La sentenza di ieri impatta direttamente sull’aumento da 3 miliardi del giugno del 2015. E potrebbe far lievitare ulteriormente le richieste in sede civile e/o aumentare la probabilità di perdere le cause che riguardano quel periodo. G.Pao.
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