L’arma di Draghi nel semestre bianco è solo il voto di fiducia

 

  • La riforma della giustizia è insidiata in parlamento da forze che nel Consiglio dei ministri l’hanno approvata. La risposta del presidente e della ministra Cartabia è stata saggiamente politica.
  • Le elezioni possono diventare una necessità. Cosa succede nel momento in cui si aprisse una crisi di governo in un parlamento che è impedito di far ricorso alle elezioni?
  • L’unica possibilità sarebbe quella drammatica, di un presidente della Repubblica costretto a dimettersi, per far eleggere, nel caos, un nuovo presidente che poi potrà sciogliere le camere.

Negli scorsi giorni, in poche ore, è avvenuto qualcosa di straordinario. Il Consiglio superiore della magistratura ha assunto un orientamento ostile alla riforma della giustizia. Il che vuol dire che il presidente del Csm, ovvero il presidente della Repubblica, o è consenziente o è in minoranza.

Contemporaneamente la riforma della giustizia, elemento essenziale per il rinnovamento ma anche per rispettare obblighi internazionali, è insidiata in parlamento da forze che nel consiglio dei ministri l’hanno approvata. E insidiata in maniera apertamente ostativa, con 900 emendamenti. La risposta del presidente Mario Draghi e della ministra Marta Cartabia è stata saggiamente politica. Ciò che abbiamo deliberato, è la sostanza, è talmente vincolante per la maggioranza che poniamo la questione di fiducia. E il consiglio dei ministri, che comprende anche chi in parlamento si appresta a un’azione di ostruzionismo, ha dato l’autorizzazione a chiedere il voto di fiducia. L’episodio è il segno che vi è una maggioranza nel governo, e una diversa maggioranza possibile in parlamento. E questo è un elemento che pone il governo fuori della garanzia di essere sostenuto da una maggioranza parlamentare stabile su argomenti fondativi.

Draghi, alla domanda «che succede nel semestre bianco», in sostanza risponde «si vedrà». Cioè si vedrà il senso di responsabilità delle forze politiche. Perché la situazione che potrebbe determinarsi è che nessun esponente delle istituzioni può tutelarne la funzionalità. Tutto è affidato a una probabile virtuosità delle singole forze, sperando che non vi sia un impazzimento generale e che ognuno trovi il limite oltre il quale non andare. Ma le garanzie non riguardano solo il senso di responsabilità delle singole forze politiche: a settembre vi saranno le elezioni in Germania; le evoluzioni della campagna elettorale presidenziale in Francia per la primavera prossima; e non sappiamo cosa succede nel Mediterraneo, e cosa avviene nell’equilibrio delle grandi potenze imperiali post crisi pandemica e post economia fondata sul petrolio.

In questa situazione di grande caos il presidente Draghi e la ministra Cartabia sono apparsi le uniche persone con capacità di riflessione politica, pur non essendo politici di professione. Certo non hanno affrontato la soluzione della instabilità del semestre bianco, ma nel consiglio dei ministri non hanno rotto il filo fra politica e singole questioni.

Se avviene qualcosa di incompatibile fra una maggioranza di governo e una diversa maggioranza in parlamento, il presidente del Consiglio ormai ha una sola arma, porre la questione di fiducia. Sarà sufficiente? Probabilmente no. Cosa succede nel momento in cui, mancando la fiducia, si aprisse una crisi di governo in un parlamento che è impedito di far ricorso alle elezioni? Le elezioni possono diventare una necessità, se una forza politica dovesse fare mancare la maggioranza. Alcune voci, dalla politica all’accademia, avevano messo in guardia le massime istituzioni dall’arrivare a questa situazione limite e pericolosa per la tenuta democratica e delle istituzioni stesse. L’unica possibilità sarebbe quella drammatica, di un presidente della Repubblica costretto a dimettersi, per far eleggere, nel caos, un nuovo presidente che poi potrà sciogliere le camere. Altro non può fare il presidente del Consiglio, perché chi aveva il potere di scioglimento delle camere, fin qui, altro non ha fatto.

 

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