Il pubblico è privato.

Cinquant’anni dopo si inverte lo slogan del ’68. La società è percepita come una casa. Con le porte sbarrate
GIORGIO FONTANA
La distinzione fra pubblico e privato è un fondamento del pensiero politico moderno: la presenza di uno spazio entro cui lo Stato non può intervenire garantisce una serie di libertà individuali di base. E tuttavia, con la decennale erosione dell’etica pubblica – della volontà di difendere i diritti e il bene altrui, allargando progressivamente lo spazio di questo “altrui” – il privato è divenuto il compimento ideale della società. La torsione è perfettamente visibile nello stile politico di Matteo Salvini, ed è una delle ragioni del suo successo.
In effetti, la retorica salviniana si basa per intero su concetti appartenenti al campo dell’esistenza privata. Si rivolge agli elettori o simpatizzanti chiamandoli “amici”; ribadisce a piè sospinto di essere un padre e di pensare da padre oltre che da ministro; spesso aggiunge “una preghiera” nei momenti di cordoglio; dona volentieri spaccati della sua vita famigliare. I pochissimi contenuti sono meno importanti di questa forma comunicativa, che bilancia la violenza con cui tratta i nemici. Fornisce l’immagine di un uomo duro e intransigente sul lavoro, ma mite e sorridente nella sfera degli affetti: ed entrambi questi volti sono equamente rappresentati nei suoi profili social.
In questo modo Salvini intercetta qualcosa di assai più profondo del suo 17 per cento alle ultime elezioni, e la paradossale comunità che gli si stringe attorno – che abbia votato Lega o Movimento 5 Stelle o si sia astenuta non importa – lo incarna pienamente. Per certi versi è un’involuzione del metodo berlusconiano: allora la politica serviva innanzitutto a farsi i fatti propri, con un tono godereccio che nascondeva la violenza di fondo. Oggi la violenza è manifesta, e la politica serve per sfogare i peggiori istinti restando comodamente seduti sul proprio divano.
Perché a parte l’odio verso alcune categorie di individui, una brutalità spinta e qualche vaga nozione di sovranismo nazionalista, non è chiaro di cos’altro si nutra questa comunità. I suoi riti sono stanchi e ripetitivi come i suoi slogan e insulti: e il ritornello con cui accusa i difensori dei diritti altrui – Perché non li prendi a casa tua? – è un’altra spia di questa miseria.
Tutto si riduce alla “casa propria”, di qualsiasi argomento si tratti, come se appena oltre il cancello ci fossero orde di criminali o di immigrati o di semplici questuanti: qualsiasi problema al mondo viene da lì fuori, mentre qui dentro – nella sacrosanta proprietà – è tutto felicemente ordinato come ai vecchi tempi. Salvini offre, anche attraverso la sua pratica politica, un sogno dove l’enorme complessità del sociale è ridotta a zero.
L’unico interesse reale è quello del privato cittadino, ben armato contro qualsiasi intrusione e difeso da una polizia altrettanto agguerrita. Il “populismo” si rovescia così in un individualismo rancoroso; se c’è una massima che potrebbe appartenere a questa ondata è Odia il prossimo tuo come te stesso. Il muro invisibile ma oscenamente reale del Mediterraneo non è che un prolungamento di quello a casa propria; e in quest’ottica la questione morale si dissolve del tutto. Non si pone. Il risentimento del singolo è sempre giustificato; c’è sempre una ragione per “sfogarsi” e detestare i più deboli; l’argine civile di vergogna è stato rimosso; e disprezzare è tanto più facile perché non costa nulla. Come scriveva Céline, «Quando l’odio degli uomini non comporta alcun rischio, la loro stupidità si convince presto, i motivi arrivano da soli».

E tuttavia, a causa della sua preponderanza, il privato è anche uno degli spazi su cui è possibile intervenire: a patto di conferirvi nuovamente un elemento politico, come da slogan di cinquant’anni fa. Resta solo da capire come fare, e quanto margine di successo abbia questa strategia.
Finora ho ragionato tratteggiando una distinzione di campo piuttosto netta fra noi e loro, ipotizzando un lettore solidale e attento all’etica collettiva. Non è una questione di arroganza o vacuo senso di superiorità: porre una linea di demarcazione significa assumersi la responsabilità di un’idea del mondo e di una prassi conseguente. Se per qualcuno le persone che affogano nel Mediterraneo sono colpevoli della loro stessa morte perché “potevano starsene a casa loro” (come si legge e si sente dire spesso), non è il caso di appellarsi a un presunto relativismo dei valori. La linea che ci divide esiste ed è profonda.
Tuttavia è facile esprimere solo sconforto o ribrezzo; e prendere in giro il cretino di turno su Twitter o sui giornali sarà anche un’attività divertente, ma mi domando quanto possa servire alla lunga. Con ciò non voglio stigmatizzare la rabbia. Di rabbia per questa situazione ce n’è molta ed è bene che ci sia: vorrei soltanto capire come indirizzarla per produrre qualche cambiamento.

Il 9 luglio scorso, su queste pagine, Andrea Muni si domandava con dolorosa concretezza come insegnare ai giovani in età scolare la tolleranza, l’amicizia, la democrazia. E per quanto riguarda gli adulti? Quando diventa troppo tardi? Quando bisogna rinunciare a far valere le nostre ragioni, in quale momento esatto il nemico diventa irriducibile?
Il punto diventa subito evidente se trasferiamo il discorso in situazioni meno protette di un articolo di giornale. Ad esempio: siete a una cena con persone che non conoscete. Una butta lì un commento becero sui migranti, aggiungendo che anche tanti italiani soffrono miseramente. Che fare? Potete tacere; potete andarvene; potete insultare quella persona (e andarvene); oppure potete discutere.
L’ultima possibilità è assai ingrata e vi rovinerà serata e umore: tuttavia, al punto in cui siamo, vale la pena tentarla. Certo non è semplice. Anzi, è parecchio irritante: richiede una qualche umiltà, impedisce il ricorso automatico al paternalismo, sporca la nostra buona coscienza con parole che non vorremmo affatto sentire, e obbliga a considerare anche le proprie eventuali responsabilità in tale collasso.
Conosco l’obiezione: “Con loro non si discute; con loro si lotta”. C’è sempre il timore che iniziare un dialogo implichi la legittimazione di una posizione inaccettabile. Questo è vero su un terreno pubblico e gestito da terzi, come ad esempio i talk show: ma nel famoso privato? In uno scambio occasionale? Esiste ancora uno spazio di contatto, un buco nella linea che separa noi e loro per un tentativo di critica e conversione?
Non stiamo parlando di un capo di partito che di questa cattiveria ha fatto una professione, né di un militante neofascista che ne ha fatto l’ideale di vita; stiamo parlando di un tizio qualunque, del vostro vicino di casa, di vostro cognato, di un vostro cugino. E forse la lotta quotidiana comincia anche qui: cercando di convincerlo del torto che si ostina a difendere – senza giustificarlo, ma senza neanche considerarlo come antropologicamente diverso o privo di possibilità decisionali. Ha scelto ed è giusto che se ne assuma la responsabilità; tuttavia potrebbe scegliere altrimenti.

Sono ben conscio che il terreno è scivoloso, le possibilità di fallire sono alte, e il metodo insufficiente proprio perché parziale: quest’onda si contrasta solo con un movimento collettivo, e uno dei motivi per cui mi pongo tante domande è anche la povertà dell’offerta politica. Non solo. La continua mortificazione della ragione e il sospetto verso l’empatia – quasi fosse segno di debolezza – rendono il compito ancora più difficile. Però da qualche parte bisogna pur ricominciare, in questi tempi tristi; è un esercizio di pedagogia diffusa e minimale. Se parlarne seminasse anche solo un dubbio nella fortezza del privato, se producesse anche solo un’incrinatura in quelle certezze, sarebbe già una vittoria. Ci abbiamo mai provato seriamente?

Fonte: L’Espresso, espresso.repubblica.it/