Il Pd a rischio estinzione.

Quando una forza politica subisce una sconfitta cocente, ha bisogno di tempo per riordinare le idee. Per uscire dal rimbombo della disfatta. Ma quello del Partito democratico non è un semplice smacco elettorale. È qualcosa di più. Tocca il concetto stesso della sua esistenza.

Come è capitato in quasi tutti i Paesi europei, la sinistra è caduta in una crisi profondissima. Ma a differenza di tutti gli altri grandi Paesi del nostro Continente, solo in Italia – lo dimostrano le elezioni dei presidenti di Camera e Senato – ha vinto il fronte populista nel suo insieme. La singolarità di questo dato mette in discussione appunto la natura stessa di questo partito. Il Pd sta correndo sul filo dell’estinzione senza accorgersene. La dinamica con cui si è arrivati alla scelta delle due principali cariche parlamentari è solo parzialmente giustificabile con il peso elettorale conquistato alle elezioni. Sul centrosinistra incombe una vacuità politica che sterilizza ogni prospettiva e riduce tutto a mera tattica. Il voto del 4 marzo ha di fatto disegnato un nuovo sistema dei partiti, e i Democratici appaiono preoccupati soprattutto di tutelare la ridotta in cui sono precipitati. Imbalsamati, bloccati dai veti interni, paralizzati dalla semplice interdizione e dalla “fraterna” delegittimazione. Una palude in cui spiccano il potere di veto esercitato dall’ex segretario Renzi e la paura di tutti gli altri.
Nel 1994 il Ppi di Martinazzoli, erede della Dc, passò dal 29 per cento, ottenuto due anni prima, all’11 per cento. Venne travolto dalla novità berlusconiana. Non capì cosa fosse accaduto e quale evoluzione stesse segnando la politica e la società. Rimase fermo per troppo tempo a contemplare la fine di una stagione, non mise in campo rapidamente una reazione e di fatto morì.

Il Pd si trova in una situazione analoga. Non ha la possibilità di leccarsi le ferite come fece nel 2001 e nel 2008. La sua esistenza è legata ai tempi della risposta. Ha bisogno di trovare rapidamente una nuova prospettiva e un rinnovamento. Certo, la sua classe dirigente dovrebbe dimostrarsi in grado di riflettere su cosa significhi essere di sinistra nel 2018. Perché quei valori senza un nuovo codice interpretativo risultano perdenti e incompresi. Dovrebbe assegnarsi un orizzonte evitando di concentrarsi solo sulla necessità di lucrare sulle posizioni di un potere ormai perso. Il gruppo di comando di un partito che punta a governare il Paese avrebbe l’obbligo di capire le ragioni della débâcle e studiare come tornare a essere rappresentativo anche delle fasce di popolazione più debole e non solo di quelle più avvertite. Il suo compito sarebbe quello di elaborare un’agenda politica che non si riveli supina al pensiero dominante: reimparare a essere una forza popolare e non populista. Il punto è proprio questo: la destra sa cos’è e quali pulsioni sollecitare. La sinistra sa cosa è stata ma non sa cosa sarà.

Le esigenze di questa fase impongono tempi serrati. Immaginare di rinviare le scelte e aspettare tempi migliori per il Congresso equivale a una rinuncia. Il Pd deve scegliersi un nuovo profilo e un nuovo leader. Ne sarà in grado? L’incomunicabilità interna è un indizio contrario. La prospettiva di una ennesima scissione è ormai il vero oggetto di discussione in quel partito. Come lo è, specularmente, dentro Forza Italia. La crisi berlusconiana produrrà fisiologicamente la divisione tra chi seguirà il centrodestra di Salvini (sarà l’M5S a porla come condizione per conservare l’asse con il centrodestra a trazione leghista) e chi inseguirà un fantomatico partito unico antipopulista immaginato sul modello Macron anche da molti esponenti dem che fanno riferimento a Renzi. E questa è l’attestazione più chiara che – al di là dei giudizi su questa eventuale operazione – il vuoto in politica prima o poi viene colmato. E se non sarà il Pd a riempirlo, lo faranno altri.

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