Il futuro che i politici non vedono.

 

Storia e voto
Colpisce la disinvolta nonchalance con la quale i partiti italiani si avviano alle elezioni del prossimo 4 marzo. Come se quel che accadrà dopo, a partire dalla necessità di dar vita a una maggioranza di governo, non fosse affar loro. Se la cavano (o credono di cavarsela) prospettando un futuro assai improbabile nel quale ognuno di loro sarà autosufficiente e da questa autosufficienza nascerà un regno di Bengodi nel quale
i vincitori potranno distribuire le regalie promesse nell’ultimo mese. Qualcuno già si avventura nell’identificazione di ministri e presidenti del Consiglio. Come se non sapessero che – tra quelle propostesi come tali – solo la coalizione di centrodestra potrebbe, in via del tutto ipotetica, conquistare un numero adeguato di deputati e di senatori. E che anche quella di una vittoria del centrodestra è, appunto, soltanto un’ipotesi, peraltro remota. Assai remota. Silvio Berlusconi – la cui riabilitazione in Italia e all’estero ha avuto un certo rilievo in questa campagna elettorale – annuncia che, nel caso nessuno ottenga la maggioranza alla Camera e al Senato, si andrà a nuove elezioni, «dopo aver rivisto la legge elettorale». Senza sentirsi in dovere di spiegare dove verrà trovata la maggioranza di deputati e senatori che dovrebbero approvare questa nuova legge, visto che l’avremmo già cercata inutilmente per dar vita a un esecutivo. Mistero.
Chi è sensibile a questa obiezione, confida cinicamente in una circostanza.

La circostanza che gli eletti a Montecitorio e a Palazzo Madama, pur di non tornare subito alle urne, potrebbero dar vita a «maggioranze provvisorie». Ma si può immaginare che l’espediente non passerebbe inosservato, sortirebbe il duplice effetto di sconquassare i partiti che partecipassero al gioco e di rinvigorire quelli che ne fossero esclusi. In più la nascita di un tal genere di coalizione non sarebbe in sé un buon viatico né per dar vita a un esecutivo stabile, né per scrivere nuove leggi. Tantomeno quella elettorale.

Al momento – stando a quel che si desume da sondaggi pressoché unanimi – si può fantasticare su tre maggioranze che votino la fiducia a un nuovo governo. La prima composta da Pd e partiti aggregati, Forza Italia, Noi con l’Italia – ammesso che la quarta gamba del centrodestra superi il 3 per cento – e, forse, Liberi e uguali a patto che il nuovo governo sia presentato come un «gabinetto del presidente»; a questi dovrebbero aggiungersi transfughi vari dagli altri gruppi. La seconda, da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia (oltre ad altri transfughi del genere di cui si è testé detto). La terza da Cinque Stelle, Lega, Fratelli d’Italia e qualche avventuroso proveniente dalla formazione di Pietro Grasso. Il fatto che tutte e tre queste coalizioni debbano essere «arricchite» da parlamentari propensi a «trasformarsi» fin dai primi giorni della legislatura, dice già molto in merito alla presentabilità e alla stabilità di tali combinazioni. Combinazioni destinate, per evidenti motivi, a impensierire un’Europa la quale – ben che vada – dovrà accontentarsi di trovare in uno di tali variopinti raggruppamenti, il primo, il partito di Emma Bonino.

Peccato, perché l’Italia è appena uscita, a fatica, da una lunga crisi che ha prodotto, anzi sta ancora producendo rabbie e pulsioni antisistema. E adesso, a dispetto di un quadro complessivo relativamente tranquillizzante sia sul piano istituzionale che su quello economico, l’improvvido passaggio da un sistema maggioritario a un sistema proporzionale rischia di produrre un pericoloso terremoto. Un sisma fatto di lievi scosse che si producono a qualche distanza una dall’altra, i cui effetti forse non saranno avvertiti nell’immediato ma che, proprio per questo, potrebbe cronicizzarsi. Fino a rendere impercorribili le vie per un ritorno alla normalità che avevamo conosciuto negli ultimi anni.

Ed è questo il punto: la prima domenica di marzo si sceglierà tra la continuità e la discontinuità del sistema che abbiamo visto all’opera nell’ultima legislatura. Il vero risultato di queste elezioni, poi, non lo vedremo nell’immediato, in cui è possibile che resti in piedi l’attuale esecutivo guidato da Paolo Gentiloni (anche se ancora non si capisce chi – a parte i parlamentari del Pd e Forza Italia – sarebbe disponibile a rinnovargli la fiducia). Bensì lo potremo vedere, il risultato di questo voto, tra due o tre anni, quando si saranno prodotte e cumulate tra loro le scosse di cui si è detto e saremo in grado di valutarne gli effetti.

Una situazione del genere si è già prodotta nel nostro Paese, novantanove anni fa. Le trasposizioni storiche sono sempre ingannevoli e nessuno si sognerebbe di proporre un paragone tra l’Italia del 1919 e quella di oggi. Però un’occhiata alle elezioni che si tennero il 16 novembre del 1919 consente di osservare da vicino gli effetti di un passaggio da un sistema maggioritario a uno proporzionale. L’Italia all’epoca era uscita, vittoriosa ancorché scossa, dalla Grande guerra. L’insieme teneva ma c’erano vari movimenti che chiedevano una forte discontinuità di governo; c’era poi una grande formazione antisistema, il Partito socialista italiano, assai suggestionata dalla Rivoluzione d’ottobre (i comunisti italiani sarebbero venuti al mondo soltanto due anni dopo). Il presidente del Consiglio dell’epoca, il poco più che cinquantenne Francesco Saverio Nitti al quale anche gli avversari pronosticavano un grande futuro, volle il passaggio al proporzionale nell’illusione che il governo da lui guidato avrebbe retto e che in qualche modo lui stesso sarebbe riuscito a imbrigliare – in tutto o almeno in parte – gli antisistema. Risultato? La nuova legge fu varata appena tre mesi prima delle elezioni. Il tasso di partecipazione al voto fu assai basso: 56,6%. I socialisti conquistarono il 32,3% e triplicarono i loro seggi. La Camera si rinnovò per circa due terzi. E a schede appena scrutinate si cominciò a ballare. I parlamentari del Psi, per smentire fin dall’inizio l’intenzione loro attribuita di volersi adeguare in qualche modo all’esistente, già all’inaugurazione della legislatura abbandonarono la Camera. Ne seguirono incidenti che diedero il là a una stagione assai movimentata nella storia del nostro Paese: scioperi a raffica, occupazione delle fabbriche, scontri tra fascisti e socialisti. Nel frattempo si era formata una sperimentale coalizione di governo tra liberal-democratici e popolari, alquanto instabile. E l’instabilità contribuì a incoraggiare ulteriori sommovimenti in tutta Italia. Nitti restò sì al governo ma solo per pochi mesi, fino al giugno del 1920. A sostituirlo fu chiamata la più grande personalità dell’Italia liberale, Giovanni Giolitti. Ma senza successo. Nel maggio del ’21 si provò a riportare il sistema alla stabilità facendo di nuovo (e anticipatamente) ricorso alle urne. Cambiarono i risultati ma senza che ciò producesse gli effetti sperati. Finché nell’ottobre del 1922, a tre anni dalla prima introduzione in Italia di un sistema proporzionale, intervenne, a chiudere la partita, la marcia su Roma. Ribadiamo quel che si è scritto poc’anzi: la storia non si ripete mai meccanicamente. Ed è, questa, l’unica costatazione che può indurci al momento a un po’ di ottimismo.

 

Corriere della Sera. www.corriere.it/