Giordano Bruno, Grand tour e ritorno di un vecchissimo mercuriale serpente

«Se si vogliono comprendere i grandi pensatori dell’Umanesimo e del Rinascimento è essenziale collegare in modo organico filosofia e biografia, e valorizzare, di conseguenza, specialmente le fonti e i testi – in particolare quelli di carattere autobiografico». Questa la «persuasione teorica» da cui muove Il sapiente furore Vita di Giordano Bruno di Michele Ciliberto (Adelphi, pp. 812, € 22,00). Che funzioni in pratica lo si vede già in ciò che scrive di sé Bruno nel Sigillus sigillorum. Mentre Giordano era ancora in fasce un «grandissimo e vecchissimo serpente» comparve di fronte alla culla. Con «parole articolate» l’infante chiama, i familiari accorrono gridando, e intanto egli ne capisce i discorsi «con la stessa chiarezza con cui credo di poterli intendere adesso». Anni dopo racconta tutto ai genitori, «suscitando la loro meraviglia».

Nascita di un Mercurio
L’incontro col Serpente, sulla scia di Ercole, è presentato come «segno» della nascita di un «Mercurio», uno di quegli individui «eroici» che nella ruota del tempo compaiono in momenti di somma crisi, determinando svolte epocali. Analoga «autoconsapevolezza mercuriale», nota Ciliberto, è tipica di alcuni dei più grandi autori del Rinascimento (Cardano, Campanella, lo stesso Machiavelli), e la sua rilevanza in Bruno è fondante.

In quanto vero Mercurio, egli si sente destinato a combattere il falso Mercurio che ha dato inizio a un ciclo di tenebre culminato nelle guerre di religione devastatrici dell’Europa; ma se la notte è giunta al fondo, si prospetta il giorno. La filosofia post-cristiana di Bruno, basata su un cosmo in cui la divinità non è separata da natura e materia, e dove il copernicanesimo si fonde con l’universo infinito di Epicuro e Lucrezio, è il ritorno di un «vecchissimo serpente».

Nella Cena de le ceneri Copernico è «l’aurora» di quel «sole de l’antiqua vera filosofia» che, «per tanti secoli sepolta nelle tenebrose caverne de la cieca, maligna, proterva et invida ignoranza», è ora destinata, con Bruno, al fulgore meridiano. E nella stessa Cena si presenta come reincarnazione del titanico Epicuro celebrato da Lucrezio nel De rerum natura. Come un tempo il greco con i flammantia moenia mundi, così ora l’italiano abbatte le «fantastiche muraglia» che serravano il mondo fisico nel «fittizio carcere» del vecchio universo finito, solca l’immensità dello spazio e torna in terra a liberare l’umanità da una falsa religione fondata su una falsa fisica.

Se Epicuro era per Lucrezio un salvatore, tale si sente Bruno. Ma poiché il cielo era diventato cristiano, si trattava di salvare l’umanità dal Salvatore. Una missione pericolosa, in un’Europa ancora pre-post-cristiana. Fin dall’inizio, scrive Ciliberto, «ci fu una sorta di corpo a corpo tra Bruno e Cristo. Perfino il modo in cui morì sul rogo sembra una voluta, consapevole contrapposizione al modo in cui morì Cristo».

Tessendo organicamente biografia e filosofia, Ciliberto, autore di studi fondamentali su Bruno e curatore dell’edizione adelphiana delle Opere latine, traccia la peregrinatio paneuropea che porterà il Mercurio dal convento di Napoli alla pira di Roma, passando per Ginevra, Tolosa, Parigi, Oxford, Londra, Marburgo, Wittenberg, Praga, Helmstedt, Francoforte e Venezia. Durato sedici anni, questo grand tour a rovescio ha inizio con la fuga a Roma dal convento di San Domenico, dove Bruno aveva messo in dubbio l’Incarnazione e la Trinità, difendendo Ario. Che le sue disavventure abbiano inizio con un autore le cui opere, all’alba del ciclo cristiano, erano state condannate al fuoco da Costantino nel primo atto ostile del braccio secolare contro un’opera dello spirito per motivi di eterodossia è un altro «segno».

Con il Padre (se inteso come infinita potenza che non può non esplicarsi in un infinito effetto) e con lo Spirito Santo (se inteso come anima mundi inerente alla materia) Bruno poteva convivere; ma il Figlio come incarnazione mediatrice tra finito e infinito gli era inammissibile. L’unica incarnazione della divinità infinita era per lui l’universo infinito: la «unigenita natura» che nel De la causa prende il posto del Figlio unigenito di Dio. Come scrive Ciliberto «fu tramite la critica antitrinitaria di Ario che Bruno si incontrò con il concetto di infinito», alla cui «scoperta» egli giunse «per via teologica» prima che astronomica.

Prima di fuggire a Roma nel 1576 Bruno aveva gettato «nel necessario» ciò che leggeva: le edizioni di Girolamo e Giovanni Crisostomo con gli scolii di Erasmo, le cui opere erano state condannate all’Indice. Ma quando a Roma giunsero lettere da Napoli dove un frate amico lo informava che un frate nemico aveva rovistato nel «necessario» scoprendo ciò che vi aveva gettato, Bruno dismise l’abito e prese la via del Nord, dove scrisse e pubblicò tutte le sue opere.
Il racconto degli anni precedenti il ritorno in Italia nel 1591 è angoscioso. Per quanto a volte trovi brevi sistemazioni, in realtà, quando decide di scendere a Venezia, dove invece che una cattedra a Padova troverà un carcere dell’Inquisizione da cui sarà estradato a Roma, Bruno ha ormai esaurito le possibilità di un’esistenza dignitosa nelle accademie europee. Più di una volta si trova a ricevere denaro purché se ne vada. Come stupirsi che non vi siano cattedre per Mercuri furiosi?

Della vastità del corpus di Bruno il lettore potrà farsi un’idea mentre segue le peregrinazioni dell’autore, ma i dialoghi pubblicati in italiano durante il soggiorno inglese (1583-1585) hanno uno statuto particolare. Per la prima e ultima volta Bruno osa presentare in una lingua vernacola allora internazionalmente nota «un universo completo, alternativo al vecchio». È difficile recuperare il senso della magnitudine della sua rivoluzione.
La terra è una delle innumerevoli stelle degli innumerevoli sistemi solari di un universo privo di limiti e centro. La materia è animata da un’energia che assieme al moto produce un’infinita varietà di mutevoli forme di vita. Della sintesi aristotelico-tomistica in cui si riconoscevano tutte le Chiese non restava in piedi nulla.

Morire da martire
La quarta di copertina afferma che il libro prende le distanze dal «mito di un Bruno pronto a immolarsi quale martire del libero pensiero», mito su cui, dopo Frances A. Yates, si è molto ironizzato. Nel libro, però, si parla di una «consapevolissima scelta di morire ‘martire’ e ‘volentieri’». E nel principale documento sulla sua morte, la lettera in cui Kaspar Schoppe, convertito al cattolicesimo, racconta all’amico luterano Rittershausen il supplizio di cui era stato testimone, la dovizia di dettagli che egli infligge al destinatario, descrivendogli come si tratta a Roma un «mostro» che ha sostenuto «tutti gli errori dei filosofi pagani», ha lo scopo di porre il luterano di fronte a un aut aut finale: «E adesso vorrei sapere se approvate questo modo di agire, o se vorreste che fosse permesso a chiunque di credere e di dire tutto ciò che gli piace (an vero velis licere unicuique quidvis et credere et profiteri)». Anche se l’idea che la morte di Bruno abbia a che fare con la libertà di «credere et profiteri» fosse un mito, i liberali ottocenteschi non ne sarebbero i soli inventori.

 

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