Elezioni 2018: Berlusconi ha finito i miracoli, adesso la destra è in felpa verde.

Ora il Conducator del centrodestra è Salvini e in quel campo da oggi si impone una nuova sottocultura incline alle democrature neofasciste
Altro che unico “garante del centrodestra moderato”, come si era auto-definito. Altro che “Salvatore della patria”, come l’ha riabilitato Bill Emmott, che nel 2001 titolò la famosa copertina dell’Economist Why Berlusconi in unfit to lead Italy, per poi scoprire sedici anni dopo che era diventato “fit”. Altro che solido “presidio dell’europeismo italiano”, come l’hanno salutato i cugini del partito popolare Juncker e Manfred Weber. Se sono veri i primi dati della lunga notte elettorale, il “miracolo” berlusconiano non è riuscito. Alla fine, l’analisi che più si avvicina alla realtà è quella della “femen” che ieri ha accolto il Cavaliere al seggio con le tette al vento e lo slogan “sei scaduto”.

Silvio c’è, e già questo, a 81 anni suonati e con una fedina penale da paura, è un mezzo miracolo. Ma lo sfondamento di Forza Italia non sembra riuscito. Il Berlusconi “reloaded”, anzi “rebrended” come “uomo-mago italiano” (secondo la definizione dell’ultimo Newsweek) è un leader accerchiato, e dunque dimezzato. Il dato finale sulla distribuzione dei seggi dirà chi è davvero arrivato primo, nella spuria “Accozzaglia delle Libertà” riveduta e corretta dieci anni dopo il Pdl. Ma gli equilibri interni sembrano già sufficientemente chiari, anche per ragioni anagrafiche. Il nuovo, vero Conducator di questa anomala destra tricolore probabilmente non ha e non avrà il doppiopetto blu, ma la felpa verde. Non sale sul predellino di una Audi blindata, ma sul seggiolino di una ruspa attrezzata. Si chiama Matteo Salvini. A lui sì che il miracolo pare purtroppo riuscito. Nel 2013 ha ereditato la Lega marcia di Bossi e del Trota al 4,1, e in cinque anni l’ha portata a superare la vetta del 15%. Come minimo gli stessi voti di Forza Italia. Ha imposto alla coalizione e a un bel pezzo di Paese la sua agenda sovranista, fomentando e strumentalizzando ogni genere di paura contemporanea. Come dice l’entusiasta Steve Bannon, principe delle tenebre della campagna di Trump, la sua scelta di trasformare la Lega “da Nord a Nazionale” è stata “un colpo di genio”. Le sue piazzate in giro per l’Italia, i suoi bagni di folla inferocita nelle fabbriche e di middle class impoverita nelle periferie hanno prodotto più consenso delle innumerevoli comparsate televisive del Cavaliere, che si è concesso un abbraccio con la gente di San Gregorio Armeno solo l’ultimo sabato prima del voto.

Salvini è stato ovunque ci fosse da cavalcare un dolore e un rancore. Al fianco degli anziani gioiellieri che sparano e dei giovani precari che arrancano. Contro l’Europa dei tecnocrati e la sinistra con le “mani insanguinate”. Contro i rom e contro i migranti, perfetto capro espiatorio di una destra al cubo che vede nei confini, nei muri, e infine nella “razza” l’ultima difesa dell’uomo bianco. “Ne cacciamo 500 mila”, poi “600 mila”, infine “10 mila al giorno”. Salvini che in un comizio osa l’inosabile giurando sul Vangelo (come non fecero nemmeno i Comitati Civici di Luigi Gedda nel ’48 e come invece fanno oggi i neonazisti in Polonia), alla fine pesa di più di Berlusconi che su Chi espone le sue foto domestiche con la Pascale, mentre in cucina legge sereno due giornali davanti a un vassoio con tre banane marce. Salvini che dal palco tuona contro la Disney colpevole di far diventare lesbica Elsa, l’eroina del cartoon Frozen, e che spara la tassa piatta e la distruzione della legge Fornero rassicura più del Cavaliere che bercia sul condono edilizio e balbetta “la legge Fornero la correggeremo, ma non la aboliremo”. E se ai voti di Salvini si sommano quelli della Meloni, per quanto siano inferiori al previsto, la sedicente “coalizione” di centrodestra è davvero sbilanciata sull’asse di un radicalismo il cui modello non è più Le Pen, ma Orbán. In quella metà campo si impone un’egemonia culturale e sottoculturale di tipo nuovo. Non siamo più alla Padania del Senatur che tra una ruberia e l’altra amava comunque i partigiani e considerava “porci” gli eredi di Mussolini, e nemmeno all’alleanza nazionale di Fini che tra un appartamento a Montecarlo e l’altro provava almeno a imitare i conservatori gollisti. Siamo invece a una pericolosissima rincorsa a chi è più vicino al Gruppo di Visegrad, la banda dei Quattro dell’Est piu inclini alle “democrature” neofasciste che alle democrazie parlamentari.

Ammesso e non concesso che un condannato per frode fiscale e sospettato di finanziamenti alla mafia avesse mai potuto qualcosa, Berlusconi oggi può poco o nulla contro questa drammatica avanzata populista. Avrebbe potuto (e dovuto) la sinistra, ma questo è tutt’altro discorso, più inquietante e imbarazzante. Ora resta solo da capire dove andrà adesso, questa Cosa Nerazzurra che si staglia all’orizzonte. Non avrà i numeri per governare da sola, ed è una fortuna. Ma dobbiamo solo sperare che Salvini e Meloni non compiano l’ultimo strappo: mollare il Cavaliere Scaduto, e governare insieme ai Cinque Stelle. I numeri provvisori, sulla carta, ci sarebbero. Sarebbe il mesto crepuscolo della democrazia rappresentativa. E forse, per Diamanti e Lazar, l’alba malata della popolocrazia.