Cosa unisce l’italia e la francia

Gli errori, le regole

 

di Alberto Alesinae Francesco Giavazzi

 

Dopo aver più volte solennemente dichiarato che un deficit del 2,4 per cento del Pil era un punto irrinunciabile, una vittoria simbolica importantissima per il governo gialloverde, che meritava di essere celebrata sui balconi di Palazzo Chigi, oggi siamo al 2,04 (chissà come mai proprio 2,04 e non 2: si vogliono forse confondere i cittadini con un piccolo zero?).

Cambiano i numeri, ma non cambia la sostanza di questa legge di Stabilità che molti, noi compresi, pensano sarà recessiva perché non contiene quasi nessun provvedimento che aiuti davvero le imprese e la crescita. Il premier Giuseppe Conte ha anche lasciato trasparire la possibilità di un ritocco delle aliquote Iva per finanziare pensioni e reddito di cittadinanza: speriamo sia stato un lapsus.

In ogni caso si tratta adesso di capire se la piccola riduzione nell’obiettivo di deficit possa soddisfare, e come, la Commissione europea. Prima di tutto, la manovra continua ad essere costruita sull’ipotesi di una crescita, l’anno prossimo, dell’1,5 per cento, mentre ormai si ragiona su meno della metà. Inoltre, le regole europee prevedono che i Paesi con un debito pubblico superiore al 60 per cento del Pil (come l’Italia) debbano scendere sotto al 60 per cento riducendo l’eccedenza di un ventesimo l’anno. Per noi significa ridurre il rapporto debito-Pil di circa tre punti e mezzo l’anno.

È molto improbabile che la nuova manovra del governo, anche dopo il piccolo passo indietro, soddisfi questo requisito.

La Commissione europea è un organo tecnico, il cui compito è applicare i Trattati. Questi Trattati, e le regole che essi prevedono e che tutti i Paesi dell’Ue hanno accettato, possono piacere o meno: se non piacciono o sono diventati obsoleti, vanno cambiati con le procedure previste. Ma finché restano in vigore non è compito della Commissione esercitare discrezionalità sul come e quando applicarli. Se lo fa, diventa un organo politico che giorno per giorno decide quali scelte dei Paesi membri siano politicamente accettabili e quali no. Esiste un organo politico che potrebbe esercitare questa discrezionalità, è il Consiglio europeo, cioè il consiglio dei capi di Stato e di governo, i quali possono assumersi la responsabilità di non applicare le raccomandazioni della Commissione, e talvolta in passato lo fecero. Ma la Commissione non può, come sta facendo in queste settimane, sostituirsi al Consiglio europeo assumendosi un compito che i Trattati non le hanno assegnato.

Tutto ciò vale ovviamente anche per la Francia. Essa pure, dopo gli impegni assunti dal presidente Macron per venire incontro alle richieste dei «gilet gialli», non riuscirà a soddisfare la regola sulla riduzione del debito, che nel caso francese dovrebbe scendere di due punti l’anno dall’attuale livello del 100 per cento del Pil. In più, la Francia violerà un’altra regola che l’Italia non viola: la regola secondo cui, qualunque sia il livello del debito, il deficit di un Paese non può comunque superare il 3%. Italia e Francia, in linea di principio, dovrebbero entrambe essere sanzionate dalla Commissione con una procedura di infrazione.

Se la Commissione comincia a fare valutazioni politiche su questo o quel Paese perde credibilità e crea un precedente pericolosissimo. Il fatto poi che il commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, sia un ex ministro delle Finanze francese aggrava la sfiducia e i sospetti. Non sta alla Commissione europea giudicare se i «gilet gialli» meritino di essere ascoltati e il governo gialloverde invece no. Non solo: il governo italiano ha proposto una legge di Stabilità, a nostro parere sbagliata, ma lo ha fatto seguendo le procedure europee previste. I «gilet gialli» hanno imposto all’Eliseo una modifica costosa della legge di Bilancio francese con la violenza della piazza alla quale Macron ha prontamente ceduto, perdendo gran parte della sua credibilità. Ecco un altro pericolosissimo precedente: con la violenza si piegano le regole non solo di un governo nazionale ma anche della Commissione.

Le elezioni europee di maggio saranno critiche perché è in gioco il futuro del nostro continente. Le istituzioni europee sono sotto attento esame. La Commissione non dovrebbe allontanarsi dal mandato che i Trattati le hanno assegnato. Deve dimostrare senso dello Stato (sovranazionale), prestigio, rispetto delle procedure, coerenza. Esattamente il contrario di quello che la Commissione sta facendo, con un comportamento che giustifica le critiche dei sovranisti. Che su questo hanno perfettamente ragione.

 

Fonte: Corriere della Sera, https://www.corriere.it/