Alla fine Draghi al Quirinale conviene a tutti, anche a chi non lo vuole

Stefano Feltri
  • La partita del Quirinale rivela tutti i limiti di una classe politica così vittima della propria miopia da non riuscire a giocare una partita che si muove su più livelli. Eppure è tutto più comprensibile, se guardano gli inventivi degli attori in campo.
  • Draghi al Quirinale è la scelta più razionale di tutti gli attori in campo, anche di quelli che lo considerano il male minore.
  • Il premier chiaramente lo sa e per questo non si pronuncia. Sa che la razionalità e l’istinto di sopravvivenza alla fine sono più forti di tutte le dichiarazioni e tatticismi.

La partita del Quirinale rivela tutti i limiti di una classe politica miope che non riesce ad anticipare le mosse dei vari protagonisti. Guardare gli inventivi degli attori in campo aiuta a fare chiarezza.

Gran parte dei parlamentari hanno interesse a completare la legislatura perché temono di non essere rieletti. La legislatura continua se si congela lo status quo (Sergio Mattarella rieletto al Quirinale, Mario Draghi a palazzo Chigi) fino alle elezioni del 2023, oppure se si elegge Draghi al Colle ma si salva la maggioranza.

I parlamentari privi di futuro sono anche privi di potere contrattuale: voterebbero qualunque governo, con Draghi o senza, pur di rimanere, quindi non hanno vera rilevanza.

Sergio Mattarella vuole congedarsi con tutti gli onori: può farlo ora, oppure accettare di rimanere al Colle per il tempo sufficiente ai partiti per preparare le elezioni e poi dimettersi, da presidente con data di scadenza che trasforma l’eccezione del 2013 (bis di Giorgio Napolitano) in una nuova normalità che cambia la Costituzione materiale. Ma chi glielo fa fare?

Draghi può candidarsi più o meno esplicitamente al Quirinale ora oppure dichiarare di voler restare a palazzo Chigi fino al 2023 e poi chissà (andare al Colle al posto di un dimissionario Mattarella, puntare a incarichi di vertice europei nel 2024…).

Continuare come premier significa fare da bersaglio per i partiti che dovranno preparare le elezioni politiche,  nel 2022 o nel 2023. L’azione riformatrice del governo diventerà più difficile col ritorno della competizione politica.

Restare a palazzo Chigi con un nuovo presidente della Repubblica sarebbe difficile per Draghi, visto che il suo mandato a commissariare i partiti si lega alle valutazioni di Mattarella. Un nuovo capo dello Stato eletto da questo parlamento finirebbe per avere un altro genere di legittimità, più endogena che esogena e dunque più problematica per Draghi.

La Lega e Fratelli d’Italia hanno interesse a essere parte della maggioranza che eleggerà il capo dello Stato per non essere osteggiati quando reclameranno la guida del paese dopo le prossime elezioni politiche.

Rieleggere Mattarella significherebbe avere ancora la Colle un presidente ostile ai sovranisti. Sia a Matteo Salvini che Giorgia Meloni conviene dunque eleggere Draghi anche per accelerare il percorso verso le elezioni.

Il M5s  pare in balia degli eventi.

Resta il Pd di Enrico Letta: l’unico argomento contro il voto per Draghi è il tentativo di avere ancora al Colle uno che viene dalla galassia Pd, Mattarella o magari Paolo Gentiloni. Ma il Pd da solo non può imporre un proprio candidato. O vota Draghi o cerca un compromesso gradito al centrodestra, tipo Pierferdinando Casini. Col bel risultato di abbattere Draghi, avere un presidente della Repubblica di seconda scelta e precipitare il paese verso elezioni che le destre vinceranno.

Draghi al Quirinale è quindi la scelta più razionale, anche di chi lo considera solo il male minore.

 

 

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