Vendere Montepaschi costa oltre 10 miliardi. Il governo chiederà più tempo per uscire

Stallo della politica e nessun compratore per Siena. Il Mef valuta una proroga Ue, ma il conto aumenta

Toccherà al viceministro Pier Paolo Baretta trovare una soluzione per Monte dei Paschi. Oppure, come appare sempre più probabile, sarà lui a trattare con Bruxelles per comprare altro tempo. Intanto, il costo per le casse pubbliche dell’avventura Mps, tra la perdita del titolo e le eventuali compensazioni, lievita sempre più e potrebbe superare i 10 miliardi.

Per rendere possibile la vendita, il «temporary framework» della Ue sugli aiuti di Stato varato per l’emergenza Covid potrebbe consentire al Tesoro di farsi carico di una quota tra 6 e 7 miliardi dei 10 miliardi di rischi legali che gravano sul gruppo bancario e che adesso rappresentano una cifra che fa scappare qualunque compratore.

Poi ci sono i problemi operativi: Mps, con 24,7 miliardi di rafforzamenti patrimoniali dal 2007 a oggi, ha accumulato perdite per 22,4 miliardi in dieci anni, continua a perdere e la lunga strada del risanamento è quantomeno piena di buche.

Il Mef si trova a gestire partita sempre più complicata. Il decreto per l’uscita del Tesoro, già bollinato, è fermo da due mesi a Palazzo Chigi in attesa che si chiarisca il quadro politico. Al momento, le posizioni sono queste: Gualtieri e la struttura tecnica del ministero premono per trovare un partner in tempi brevi; i Cinquestelle accarezzano ancora, più o meno convintamente, l’idea di una banca pubblica; il Pd vorrebbe far slittare l’uscita del Tesoro dall’azionariato, sulla stessa linea dei sindacati, preoccupati dagli inevitabili tagli che qualunque ipotesi di aggregazione porterebbe con sé.

Il neo governatore toscano, Eugenio Giani, ha dato voce a questa linea in una delle sue prime uscite pubbliche dopo la vittoria elettorale. D’altra parte le stime di esuberi in caso di integrazione sono tutte sopra le 10 mila teste da tagliare. Un numero del quale nessuno vuole assumersi il costo politico.

E qui veniamo al secondo punto che poi è il primo: i soldi. Bruciata dalle indiscrezioni la strada di Banco Bpm mentre era ancora in fase di gestazione, il Tesoro ha cercato fin da luglio una sponda con Unicredit. Ma il numero uno Jean Pierre Mustier ha messo subito in chiaro che avrebbe potuto valutare l’operazione solo a patto di avere un impatto neutro sul capitale. Il modello è quello di Intesa per l’acquisizione di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Qui in realtà i soldi (pubblici) necessari sono molti di più.

Eppure, Unicredit sembra sulla carta il candidato ideale, per via del badwill di Mps e dei 3,6 miliardi di crediti fiscali (Dta) fuori bilancio che rappresentano uno dei pochi asset veri della banca senese e che Unicredit potrebbe sfruttare in pieno per via delle prospettive di utili futuri.

Il Monte ha un badwill di circa 4 miliardi che, come indicato dalle linee guida della Bce, possono essere portati a capitale della nuova banca consolidata dopo l’acquisizione. Le stime degli analisti indicano in due miliardi circa le spese per l’integrazione. Mentre altri 1,5/2 miliardi servirebbero per ristabilire il Cet1 di Unicredit, ora al 14,54%, una volta acquisita Mps (che ha un Cet1 del 12% dopo lo scorporo di Amco). E il tesoretto del badwill è già andato. Poi però c’è il capitolo dei rischi legali: sono 10 miliardi di cause aperte, la maggior parte classificata come «soccombenza probabile» (ovvero ad alto rischio di perdere la causa), per le quali al momento sono accantonati appena 500 milioni. L’ultima richiesta è arrivata dalla Fondazione Mps, 3,8 miliardi per gli aumenti di capitale del 2008 e 2011, anche questi ad alto rischio di perdita. Quando all’ad Guido Bastianini è stato chiesto in Commissione Banche perché sia stata classificata così, la seduta è stata secretata. Se anche il Tesoro si facesse carico di circa 7 miliardi (il pro quota del suo 68% di capitale) ne resterebbero circa 3 sui quali andrebbero effettuate comunque ulteriori coperture.

Esclusa Unicredit, fuori dal gioco Banco Bpm anche per ragioni dimensionali, scomparsa Ubi Banca e di conseguenza Intesa che l’ha appena acquisita e deve integrarla, resta ben poco. Cioè, resterebbe Mediobanca, che ha una solida posizione di capitale e praticamente non ha sportelli perché non è una banca retail ma si occupa di tutt’altro. Così al Tesoro hanno pensato di chiedere anche a piazzetta Cuccia, che di Mps è storicamente il consulente, recentemente rinominato. Ma Piazzetta Cuccia smentisce in modo «categorico» qualunque interesse.

Così, la soluzione più semplice sembra essere la riedizione di un grande classico: spostare la scadenza per l’uscita dal 2021 all’anno successivo. La Commissione europea, dai primi sondaggi, sarebbe peraltro ben orientata a concedere la proroga.

Questa soluzione però non risolve il problema della banca, che continua a perdere soldi. Nell’ultimo semestre altri 1,1 miliardi, con ricavi in calo e costi ridotti ma ancora elevati rispetto ai concorrenti.

Nell’attesa di soluzioni che non si vedono, Mps è già costata 4,5 miliardi al Tesoro: è la differenza tra quanto speso nel salvataggio per portarsi al 68% e il corso del titolo, che dall’ingresso del Mef ha perso due terzi del valore. Aggiungendo a questi i 6/7 miliardi di rischi si arriva a superare i 10 miliardi, un conto politicamente insostenibile per qualunque governo.

Una perdita per ora solo teorica, che emergerà con la cessione ma non sparirà prendendo altro tempo.

 

 

https://www.lastampa.it/