Un Paese da curare adesso

Ma Giannini mette il dito sulle ferite reali, e queste riguardano il modo con cui l’«emergenza» viene affrontata, le politiche con cui si intende combatterla, e, prima ancora, il punto di vista culturale e politico che esse presuppongono e rivelano. Provvedimenti e norme alla rinfusa non possono nascondere inadempienze, insufficienze e incompetenze. Non è decretando assurdità inapplicabili e incontrollabili che si realizzano le 3000 e passa terapie intensive in più promesse la scorsa primavera o si assumono i medici e gli infermieri mancanti o si fanno funzionare seriamente e ovunque i centri per la diagnosi del coronavirus.

Non è stabilendo che in uno stadio da 50.000 posti devono starci 1000 persone (mentre in una sala da 300 possono starcene magari 80-100 – tutte cose quotidianamente sperimentabili da chiunque) che si fa funzionare, meglio che durante la «prima ondata», il rapporto tra medicina sul territorio, pronti soccorso, ospedale. Non è mitragliando con proclami di allarme i viaggiatori su treni, tram e metro che a medici e infermieri viene riconosciuto non a colpi di insulsa retorica il loro straordinario impegno. Non sono i consigli su quanti amici avere in casa la sera che mettono ordine nel caos di ordinanze, atti e norme tra amministrazioni comunali, Regioni e Stato.

Può darsi nessuno al governo ci pensi – e io penso sia così -, ma l’insistenza ossessiva normativistico-paternalistica dà a volte proprio l’impressione che siano queste precise responsabilità che si vogliono nascondere. Per non discutere di ciò che si doveva fare e non si è fatto. E soprattutto di ciò che si dovrà fare e di cui ancora nulla di preciso si sa. Qui la questione riguarda l’altra faccia della crisi, quella purtroppo che ci investirà più a lungo e temo ancora più radicalmente del virus. Interi settori dell’economia del Paese sono allo stremo; milioni di italiani attendono con angoscia la fine della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti. E non si vive con i soldi della Cig. Per moltissimi sono comunque arrivati con vergognoso ritardo, per molti sono stati anticipati da imprenditori responsabili. Alcuni, incredibile ma vero, attendono ancora. Le imprese più colpite – quella miriade di piccole imprese del commercio, dell’artigianato, legate alle filiere del turismo, che hanno retto l’occupazione nei settori privati – a differenza delle loro colleghe d’oltralpe si sono viste aiutare via sistema bancario con difficoltà e ritardi di ogni sorta. Dopo i primi, miseri aiuti, attendono ancora quelli ulteriori promessi, ma nessuno sa se e quando arriveranno. Un nuovo lockdown sarebbe la fine per tutte le attività legate al turismo di montagna e termale e a quelle dello spettacolo. Nel frattempo però tutti dovrebbero pagare tasse e mutui. Perché non si adotta un semplice provvedimento e si stabilisce per queste imprese una moratoria fiscale per il 2021?

Siamo in guerra, si dice. Se è così – come fortunatamente non è – allora si sappia che una guerra la si conduce bene soltanto quando si ha un piano per il dopo, soltanto se la si combatte per un fine, concretamente e realisticamente formulabile. Allora, ciò che mi interesserebbe davvero sapere da chi governa, e da solo, senza opposizioni di sorta, da ormai quasi un anno, è come intende spendere i quattrini del recovery fund, quali priorità ha in testa (nomi e cognomi, please – non «economia verde», «ricerca», «digitale», e via titolando, more Stati generali), con quali risorse garantire una vita decente a chi si troverà senza occupazione, attraverso quali politiche di distribuzione del reddito e cioè fiscali. Ogni italiano è tenuto a fare la sua parte – e non solo mettendosi la mascherina -, ma la parte di chi governa è superare tutti i ritardi, organizzare con efficacia la macchina sanitaria e dare risposte e prospettive concrete a imprese e lavoratori. Questo Paese è malato, molto malato da tempo; il Covid lo ha messo a nudo; affrontiamone la prova con questa consapevolezza, come un momento di quelli ormai improcrastinabili per riformare da capo a piedi il nostro sistema politico, istituzionale, amministrativo.

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