UN MOVIMENTO A CUI PIACEREBBE CONGELARE LA SITUAZIONE

 

di Massimo Franco

 

Nel sostegno fuori tempo massimo alla ricandidatura di Sergio Mattarella da parte di pezzi consistenti del Movimento Cinque Stelle, e non solo, si indovinano due obiettivi: fermare il tempo e bloccare un passaggio di Mario Draghi al Quirinale. È un tentativo disperato almeno per quanto riguarda il primo. Il capo dello Stato uscente non ha intenzione di prolungare il proprio settennato; né vuole essere usato come alibi da chi cerca di sbarrare la strada all’attuale premier. Ma il tentativo di aggrapparsi all’attuale presidente della Repubblica dice anche quanta ostilità ristagni verso Draghi. Il fatto che provenga dalla formazione di maggioranza relativa in Parlamento fa pensare che di qui a un mese l’Italia potrebbe trovarsi senza nessuno dei due garanti che oggi ha: e cioè sia Mattarella, sia l’ex presidente della Bce. E conferma non solo il tatticismo ondivago ma anche l’idiosincrasia di fondo del leader dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte, verso Draghi. È vero che le vicende delle ultime settimane confermano la sua assenza di controllo sulle truppe parlamentari grilline; e non soltanto perché non è stato eletto. Ma dietro Conte si indovinano le sagome di decine di deputati e senatori del Movimento Cinque Stelle che cercano una candidatura da appoggiare; e diffidano di quella del capo del governo, che ha tolto Palazzo Chigi al Movimento e rappresenta una sfida tutta proiettata sul futuro. Troppo, per un grillismo che vede il futuro come presagio di ridimensionamento, se non di estinzione. La pressione su Conte affinché formalizzi l’appoggio a Mattarella riflette questa paura. E forse è anche l’unico modo per evitare una votazione in ordine sparso di un Movimento senza una guida unitaria e senza identità. «Nomi non ne facciamo, per ora», schiva il tema Conte, pur confermando «la stima unanime» verso il capo dello Stato, e giurando di non sentirsi sconfessato dai suoi. Ma il Movimento rimane a dir poco in fermento. Basta mettere in fila grillini ed ex che, pubblicamente o sottovoce, non escludono di votare perfino per il vituperato Silvio Berlusconi; o registrare l’opzione estemporanea di Conte a favore di «una candidata donna», senza spiegarne la ragione; o ancora le voci che accreditano un Luigi Di Maio in corsa per Palazzo Chigi, come compensazione se Draghi dovesse essere eletto al Quirinale. Più che prove di strategia, sono annunci di confusione. E ancora di più conferme di un Movimento che non solo non vuole ma quasi non riesce a staccarsi dallo schema del 2018, e cioè dal mito di «prima forza del Paese». In questo distacco dalla realtà, tuttavia, non è solo. C’è anche un frammento del Pd. E ne sembrano contagiati settori o esponenti di un po’ tutti i partiti, che inseguono schemi segnati da ambizioni e protagonismi personali. Sembrano non tenere conto di quanto il Paese rischi di emergere screditato e delegittimato anche sul piano internazionale, se il Parlamento dovesse compiere una scelta sbagliata.

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