Salvini incontra Giorgetti, ora teme il partito del nord

L’incontro è stato «franco e cordiale». Salvini, dopo il faccia a faccia con il numero due della Lega Giorgetti e prima di registrare Porta a Porta, è abbastanza rilassato da permettersi la celia «Scusate, stiamo litigando». Ma la distanza c’è e nessuno prova a negarla. Non si tratta di particolari anche importanti: quelli ci sono sempre stati. Ma stavolta la divisione è a tutto campo.

Riguarda la collocazione in Europa e se formalmente si discute dei rapporti con la Cdu tedesca e con l’insieme del Ppe, che Giorgetti vorrebbe diventassero reali e dialoganti mentre il capo non ne vuole sentir parlare, nella sostanza è l’intero impianto antieuropeo di Salvini che Giorgetti prende di mira. «Gli elettori – replica dagli studi di Vespa il leader – hanno sempre ragione e la Le Pen è il primo partito in Francia. Io non sono contro l’Europa: se ci aiuta a uscire dalla crisi, evviva. Ma senza andare con il cappello in mano».

Il dissenso riguarda anche l’Italia, perché l’ex sottosegretario vorrebbe uno spostamento al centro, a maggior ragione se il sistema elettorale sarà proporzionale, e anche qui il leader è di avviso opposto. Giorgetti, del resto, è impegnato in un martellamento quotidiano. Ieri è stato il turno dell’analisi del voto: «Dire che in Lombardia abbiamo vinto non è vero. Se abbiamo perso abbiamo perso e noi non siamo di quelli che dicono di aver vinto quando perdono». Minore la distanza sul tema della riorganizzazione del partito, che procederà nell’incontro con gli europarlamentari di venerdì prossimo. Anche se a tenere banco sarà anche lì il rapporto con la Ue, con molti europarlamentari su posizioni simili a quelle di Giorgetti.

Ma anche questi temi, in fondo, sfiorano solo il nocciolo del dissidio, che riguarda la posizione da prendere subito o comunque a breve. Uno spostamento verso il centro e l’apertura di canali di comunicazione con l’Europa aprirebbero la strada a una proposta di governo di unità nazionale per fronteggiare una crisi economica durissima e gestire il Recovery Plan. Basterebbe a squassare tutto. Governo e maggioranza avrebbero se non i giorni almeno le settimane contate, una Lega finita ai margini rientrerebbe in partita. Sarebbe però una partita diversa da quella che ha sin qui giocato, che sa e che vuole giocare Salvini.

Ufficialmente l’argomento è tabù ma nei corridoi della politica le voci su una possibile sostituzione del leader si sprecano. L’operazione richiede i suoi tempi ma è ormai nel novero delle possibilità, se non delle probabilità, ed è un’eventualità che appena pochi mesi fa sarebbe stata impensabile. Ma la sconfitta a Reggio Calabria, dopo il fiasco delle regionali, sembra attestare che l’operazione di sbarco al sud è sostanzialmente fallita e dà molto fiato a quel «partito del nord» che si riconosce nell’ex sottosegretario e in Zaia più che nel Capitano.

Salvini, sicurezza ostentata a parte, è consapevole della delicatezza del momento. «La sconfitta, se serve da insegnamento, sarà una prossima vittoria», filosofeggia. Ma la lezione non sfiora i fondamentali. L’ex ministro degli interni promette che «alle prossime elezioni non ci saranno candidati con la tessera in tasca», evidentemente rendendosi conto di aver messo in campo candidati sbagliati.

Ma la correzione di rotta si arresta qui. «Fermerò il nuovo decreto legge sull’immigrazione in parlamento o col referendum. Siamo pronti a raccogliere le firme», annuncia. La bandiera è quella di sempre, la guerra all’immigrazione. Nella speranza, o nell’illusione, che gli umori popolari tornino a essere quelli, dopo il Covid lontanissimi, dei giorni di gloria.

 

 

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