Renzi e il Pd

a sinistra È tempo di scelte

di Angelo Panebianco

 

Le democrazie che restano a lungo senza opposizione o con una opposizione troppo debole, impotente, corrono gravi pericoli. Dopo la stangata del 4 marzo l’opposizione in Italia non si è ancora ripresa. Era inevitabile che il processo di rinnovamento fosse lento, complesso e tormentato. Ma se esso dovesse durare troppo a lungo, per la nostra democrazia sarebbero guai seri.

Fermo restando che quando si parla di politica non si può mai dire mai, al momento sembra alquanto improbabile che Forza Italia possa recuperare un forte ruolo. Lo impedisce, prima di tutto, il fatto che quel partito si trova in una assai singolare condizione: è sì all’opposizione ma solo di una parte del governo (i 5 Stelle) in virtù del suo ambiguo rapporto con la Lega, e per la sua dichiarata volontà di fare il possibile per ricostruire l’alleanza nazionale con Salvini. Si tratta di una posizione scomoda (e anomala) che — fatti salvi la buona volontà e l’attivismo di certi suoi dirigenti — non può aiutare quel partito a ricostituire un forte rapporto con l’opinione pubblica, a farsi punto di riferimento dell’Italia contraria al governo giallo-verde.

Resta allora il Pd. Ma il Pd, come bene illustrano le cronache, è in grave stato confusionale. La domanda più importante che bisogna porsi per tentare di comprendere quale ne possa essere il futuro, è: che cosa intende fare Matteo Renzi? Come dimostra il ritiro della candidatura di Minniti, Renzi detiene tuttora un decisivo potere di interdizione.

Che cosa egli sceglierà di fare è dunque cruciale. In larga misura le sorti future dell’opposizione dipenderanno dalle sue decisioni. Darà davvero vita, come tanti dicono, a un nuovo partito? E se sì, quando lo farà? In politica non conta solo il cosa, contano anche il come e il quando. Per quanto tempo Renzi lascerà il Pd nell’incertezza sulle sue decisioni e, per conseguenza, per quanto tempo durerà la paralisi dell’opposizione politica?

A prima vista il calcolo di Renzi, per quel che sembra, per quel che possiamo intuire, non è sbagliato. Un Pd con segretario Zingaretti è un Pd che torna alle sue origini di sinistra-sinistra. Quasi certamente verrebbe anche «premiato» (ammesso che si tratti di un premio) dal rientro all’ovile di D’Alema, Bersani e degli altri scissionisti antirenziani: un evento che comunque, per tutti i nostalgici della sinistra del tempo che fu, sarebbe di grande effetto sul piano simbolico. Un Pd siffatto, pur continuando a fare opposizione, assumerebbe a poco a poco un atteggiamento più morbido, più dialogante, nei confronti dei 5Stelle o quanto meno di quella parte (Fico e altri) meno convinta dell’alleanza con la Lega. Ciò che tanti anni fa D’Alema disse della Lega di Bossi, il Pd di Zingaretti comincerebbe a sussurrare a proposito del movimento di Grillo, Casaleggio e associati: i 5Stelle quali «costola della sinistra». Nemmeno troppo nascostamente il Pd di Zingaretti, presumibilmente, si muoverebbe nella prospettiva di una possibile alleanza con i 5Stelle nella stagione successiva alla fine del governo giallo-verde. Noncurante del fatto — ovviamente — che, a causa dell’avvenuto mutamento dei rapporti di forza, adesso diventerebbe il Pd la «costola» dei 5Stelle (o la sua ruota di scorta).

Se tutto questo è vero è anche chiaro il calcolo di Renzi. Grazie al Pd di Zingaretti (e alla contemporanea debolezza di Forza Italia) potrebbero aprirsi vaste praterie elettorali al «centro» dello schieramento politico. Dove altro potrebbero andare — pensa probabilmente Renzi — gli elettori contrari ai 5Stelle e alla Lega? Un movimento neo-centrista ben costruito — diciamo, un’operazione alla Macron (di ieri, non di oggi) — non sarebbe forse una potente calamita?

Il calcolo può essere giusto o sbagliato. Le grandi praterie elettorali «di centro» possono esserci o no. Inoltre, ammesso che esistano, potranno essere ben sfruttate o no a seconda delle caratteristiche che assumerà il movimento politico che aspira a conquistare il centro, a seconda della qualità del suo personale, del tipo di campagna elettorale che condurrà, eccetera.

Però, dal punto di vista del funzionamento della democrazia italiana oggi, è essenziale che Renzi, quale che sia la sua scelta, la faccia subito, qui e ora. Egli potrebbe decidere (a sorpresa) di candidarsi contro Zingaretti puntando a riprendersi , anche ufficialmente, il Pd. Tenuto conto dei tempi e delle procedure, se questa fosse la sua scelta, egli dovrebbe candidarsi adesso.

Oppure Renzi può decidere di dare vita a un nuovo movimento. Ma anche in questo caso dovrebbe agire immediatamente. La ragione è evidente. Se il Pd eleggesse Zingaretti ma tutti restassero col fiato sospeso, nell’attesa (che potrebbe protrarsi per qualche mese) delle future mosse di Renzi, nell’attesa, cioè, di una imminente scissione, ne deriverebbero la paralisi del partito e il protrarsi del suo stato confusionale anche dopo il congresso e l’elezione del segretario.

Renzi si trova nella particolarissima condizione di essere colui che, in questo momento, più di chiunque può condizionare il futuro dell’ opposizione, nel senso di mantenerla nella sua condizione di debolezza oppure nel senso di accrescerne l’incisività e l’efficacia. Quale che sia la sua scelta (segreteria Pd o nuovo movimento) è importante che la faccia subito.

In entrambi i casi Renzi dovrebbe comunque cercare di fare tesoro dei suoi errori passati. Il più grave dei quali (è forse quello che più di altri ha favorito le sue sconfitte) è di essere stato un leader «escludente», con la fama di uno che non fa prigionieri, piuttosto che «includente». Anche ora (vicenda Calenda, vicenda Minniti) egli ha lasciato dietro di sé molti risentimenti.

Tenuto conto dell’importanza che riveste per una democrazia l’opposizione sarebbe bene che gli errori che ci hanno condotto fin qui non si ripetessero.

 

Fonte: Corriere della Sera, https://www.corriere.it/

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