Pd-Mdp, la trappola del maggioritario.

 

Alleanze. Un accordo a sinistra sottrarrebbe seggi uninominali a Fi­Lega ma paradossalmente favorirebbe la grande coalizione
Politicamente difficili candidati comuni ma con il Rosatellum desistenze impossibili I SEGGIA RISCHIO La concorrenza dei bersaniani potrebbe significare per i Dem la perdita di molti seggi in bilico al Nord, al Sud ed anche nelle regioni della ex­zona rossa
Improvvisamente il Pd ha scopertoi rischi del nuovo sistema elettorale. Più precisamente i rischi connessi ai collegi uninominali: 232 alla Camera e 116 al Senato. Sono pochi, ma non così pochi da essere ininfluenti sul risultato finale delle prossime elezioni. Con questo sistema elettorale per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi,o per impedire che altri la ottengano, non basta prendere tanti seggi proporzionali (386 Camera e 193 al Senato) occorre anche vincere nei collegi. Come? Correndo da solo se uno si sente tanto forte da poter prendere un voto più dei concorrenti. Facendo alleanze nel caso contrario. Il Pd è così forte da poter correre da solo? Una volta forse. Oggi la concorrenza di Mdp e di eventuali altre liste di sinistra potrebbe significare la perdita di molti seggi in bilico in diverse regioni sia al Nord (Piemonte e Liguria) che al Sud (Campania, Puglia). Non solo. Anche nelle regioni della ex­zona rossa, e cioè Emilia­Romagna, Toscana, Marche, Umbria, le divisionia sinistra potrebbero comportare per il Pd la perdita di una quota di seggi che altrimenti sarebbero sicuri.E senza che questo significhi la conquista di alcun seggio per Mdp. Insomma le divisioni a sinistra sono un regalo per la destra. Nulla di nuovo sotto il sole. Uniti si vince, divisi si perde. È la regola d’oro del maggioritario. Che Prodi e Berlusconi hanno devotamente cercato di applicare ai tempi della legge Mattarella e non solo. Nel caso del centro­sinistra di oggi, la regola d’oro va però riformulata. Uniti non si vince, ma si può impedire che a vincere sia il centro­destrao il M5s. Per essere ancora più chiari. Non siamo più ai tempi di Prodi e della legge Mattarella. Con questo sistema elettorale, e con i voti che ha, il centro­sinistra non può arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi. Questa è una certezza. Però, se fosse unito, potrebbe impedire a Berlusconi di farlo. È un obiettivo minore ma importante. Vorrebbe dire assicurarsi la partecipazione al prossimo go­ verno. Infatti se nessuno arrivasse alla maggioranza assoluta dei seggi la soluzione di governo più probabile sarebbe proprio un esecutivo Pd­Forza Italia, ammesso che arrivino insieme al 50% più uno, magari con qualche frammento di centro. Quindi vincere seggi uninominali in più grazie all’accordo Pd­Mdp non solo rafforzerebbe la presenza in Parlamento di entrambi i partiti ma produrrebbe anche un effet­ to sistemico. Cioè un governo di larga coalizione, invece di un governo di centro­destra con dentro Salvinie Meloni. Quindi, proprio grazie a questo accordo Renzi e Berlusconi si troverebbero a governare insieme. Naturalmente senza Bersani. Un bel paradosso! Di fronte alle difficoltà di un accordo politico c’è chi pensa che Pd e Mdp possano limitarsi a un accordo tecnico. Il pensiero corre alle desistenze concordate tra Prodi e Bertinotti nel 1996 o alle desistenze unilaterali di Rifondazione alla Camera nel 2001. Nel primo caso Ulivo e Rifondazione decisero che in alcuni collegi non si sarebbe presentato il candidato dell’Ulivo ma solo quello di Rifondazione. Gli elettori ulivisti avrebbero votato il candidato di Rifondazione. In altri collegi sarebbe avvenuto il contrario. Nel 2001 invece Rifondazione decise unilateralmente di non presentare i suoi candidati in tutti collegi della Camera. Non ne avrebbe vinto nessuno e ne avrebbe fatti perdere molti all’Ulivo. Si limitò a presentare la sua lista nella parte proporzionale. Queste tattiche elettorali non sono possibili con il Rosatellum. Se l’accordo si facesse i candidati nei collegi sarebbero candidati comuni frutto di un patto coalizionale e non di desistenze incrociate. in alcuni collegi il candidato sarebbe di Mdp, ma in quegli stessi collegi sulla scheda sarebbe affiancato sia dal simbolo del suo partito che da quello del Pd. E così in tutti i collegi sia della Camera che del Senato. Non si scappa. L’elettore Pd vota la lista Pde contemporaneamente il candidato di Mdp. In altri collegi l’elettore Mdp vota la sua lista e automaticamente il candidato del Pd. Il che vorrebbe voler dire fare campagna elettorale insieme su un programma concordato con la prospettiva eventuale di governare insieme. È realistico? Come si concilia un accordo del genere con il profilo che Matteo Renzi ha dato in questi anni al suo partito? Senza parlare della necessità di alleanze al centro dello schieramento politico per non lasciare campo libero a Berlusconi & Co in quella area. Quanto a Mdp, come reagirebbero militanti ed elettori davanti alla prospettiva di un accordo politico con Renzi? Sono tutte domande che portano ad una sola conclusione. È altamente improbabile che l’accordo si faccia. Stiamo assistendo a una pantomima il cui scopo è solo quello di attribuire all’altro la responsabilità della divisione della sinistra. Tanto rumore per nulla.
Il Sole 24 Ore.
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