Ore da 40 minuti e classi dimezzate È la nuova scuola

Lezioni all’aperto, lavori di gruppo, ingressi scaglionati solo alle superiori Il piano per settembre sul tavolo della ministra: mancano 80 mila prof Libri scontati e buoni mensa. Per tutti i docenti formazione al sostegno
di Corrado Zunino
ROMA — Il professor Patrizio Bianchi ha consegnato il Piano per settembre, “La scuola che riparte”, alla ministra Lucia Azzolina. Ieri mattina. È pieno di indicazioni, ancora grezzo nel linguaggio. Dice: l’istruzione ha bisogno di due nuove leggi per funzionare. Una è la riduzione dell’orario della singola lezione «fino a 40 minuti». Serve un decreto. L’altra è la depenalizzazione del reato di infortunio sul lavoro in un istituto scolastico: sotto questa casistica rientra il contagio da Covid. Al primo positivo in classe o nei corridoi, oggi, scatterebbe d’ufficio l’avviso di garanzia per il dirigente. I presidi non intendono riaprire con questa minaccia. Dopo 35 giorni, e non poche anticipazioni, i 18 esperti guidati dall’ex rettore di Ferrara — di cui 9 di estrazione universitaria, 6 tra docenti, presidi e dirigenti della scuola — hanno prodotto questo primo testo, che sarà velocemente integrato con il file ufficiale del Comitato tecnico scientifico, già rivelato da Repubblica e consegnato ieri alla task force. Il Piano per settembre dovrà guidare le scelte di una ministra in ritardo anche sulla ripartenza.
Tredici videoincontri tra i membri, altrettante audizioni all’esterno, un resoconto quasi quotidiano al ministero, molta tensione, diversi scontri. Il presidente Bianchi all’inizio avrebbe voluto trasformare il lavoro dei 18 in una costituente della scuola italiana e avrebbe voluto chiedere esplicitamente un investimento di 3 miliardi per i prossimi 5 anni. Poi ha visto il miliardo e quattro per due anni a bilancio nel Decreto scuola e ha trasformato la costituente in un richiamo ai principi costituzionali togliendo dal testo ogni quantificazione economica.
Il 15% di insegnanti in più
Il professor Bianchi e i diciassette della Fase 2 non dicono più quanto spendere, ma spiegano che nuove risorse sono necessarie per far ripartire e «cambiare la scuola». Indicano pure dove i soldi si dovranno mettere. Innanzitutto, serve assumere «personale docente». I 32 mila precari stabilizzati con il concorso straordinario e il rischio di una crisi di governo non saranno teste e didattica in più: saranno supplenti trasformati (tra un anno) in docenti di ruolo. Sempre gli stessi. E gli altri 48 mila dei prossimi concorsi arriveranno a settembre 2021. In questa stagione di distanziamento, per restituire ai nostri studenti il livello di insegnamento che conoscevano, visto che 26 mila maestri e prof andranno in pensione, servirebbe il 10-15%di insegnanti in più, «tra 80 e 120 mila». Il Comitato è consapevole che, di fronte a un calo demografico che toglierà un milione di studenti in dieci anni, la richiesta troverà difficilmente accoglienza alla Ragioneria di Stato, e allora ha presentato soluzioni alternative. Innanzitutto, dovranno essere riportati all’insegnamento diretto i 50mila docenti entrati con il potenziamento della “Buona scuola” e oggi impegnati in corsi di cinese o nelle biblioteche. Poi, suggeriscono i saggi, dovrà partire un rigoroso controllo del ministero sui comandati in altri enti e associazioni che, lavorando altrove, bloccano una cattedra che non può essere coperta con un sostituto. Con settembre si aprirà un anno duro per gli alunni bisognosi di sostegno o portatori di handicap. La commissione chiede a forza un immediato concorso sul sostegno e chiede anche una formazione specifica sull’argomento per gli 800mila docenti italiani. In ogni istituto scolastico dovrà esserci un dirigente. Basta reggenze, bisogna rivedere i parametri del dimensionamentio scolastico avviato nel Duemila: anche gli istituti con meno di 600 alunni hanno diritto a un proprio preside.
Poco tempo per i cantieri
Il comitato ha lasciato cadere la pressione iniziale sull’edilizia: «I tempi sono ristretti, i cantieri a inizio settembre rischiano di essere controproducenti». E ha abbandonata l’idea della separazione, con barriere mobili, delle aule: «Molte sono troppo piccole, indivisibili». Si cercherà di mantenere l’unità classe, ma gli studenti impegnati nella stessa aula — per rispettare il metro di distanziamento — dovranno scendere da 22-24 a 10-15 presenti. Significa che nella maggior parte delle occasioni le due “metà” della classe saranno impegnate in attività diverse.
Per farlo serviranno più insegnanti e una lezione breve. La deroga oraria chiesta, fino a 40 minuti, consentirà di liberare docenti per altre attività: il comitato ha calcolato che alle superiori ogni insegnante potrà recuperare 7 “unità orarie” a settimana, 10 alle elementari che consentiranno al maestro o professore di seguire nuove classi o nuove attività. Come da indicazioni della ministra, «nessun docente supererà il monte orario previsto dall’attuale contratto ». Ma la formazione, soprattutto digitale e sul virus, dovrà diventare obbligatoria.
Il ritorno del sabato Non si parla di turni, nel lavoro della commissione, ma di flessibilità. Gli studenti delle superiori, oltre ad avere la possibilità di continuare una parte del percorso con lezioni da remoto (a settembre parte la cablatura delle prime tremila scuole), conosceranno l’ingresso scaglionato: dalle 8 alle 10,15 con entrate ogni tre quarti d’ora. Per elementari e medie, tenendo conto dei genitori da liberare per il lavoro, si immagina un ingresso allo stesso orario (le 8), ma, se possibile, in luoghi diversi. A questo proposito il comitato lancia un censimento di tutte le aree pubbliche e private (oratori, per esempio) disponibili a offrire spazio alle scuole e chiede la firma di un patto scuola- studente-famiglia che, con l’ingresso obbligatorio dell’Educazione civica nel 2020-2021, responsabilizzi «tutta la comunità». Se necessario, si potrà usare il sabato. Fortemente consigliatele lezioni all’aperto, alle mostre, nei musei, «con cui si possono aprire convenzioni settimanali ».
Libri di testo a basso costo e voucher per gli alunni figli di famiglie a basso reddito che, con la discesa del tempo scuola a 30 ore settimanali, non potranno più pranzare alla mensa. Per le materne la volontà è quella di aprire più possibile, più complesso il discorso per gli 0-3 anni, le strutture sono soprattutto comunali o provinciali. Seve ancora un passggio con il ministero della Famiglia.
«Abbiamo l’occasione storica di cambiare una scuola lenta e burocratica », dice il comitato, «togliere le cattedre, dare responsabilità ai diciottenni, soprattutto quelli che lavorano nei laboratori delle professionali. Bisogna fare in fretta, però. Entro il 10 giugno il ministero dell’Istruzione deve uscire con le linee guida per la ripartenza».
www.repubblica.it