Massimo Carlotto: «La cultura deve ritrovare centralità nel Paese»

«Ancora una volta il mondo della cultura e dello spettacolo sono trattati come un dettaglio o un surplus. Viene colpito quello che è stato l’ambiente più disciplinato e meno pericoloso dal punto di vista del contagio».

Tra i protagonisti del noir europeo – dal 25 novembre su Rai Due debutta la serie tv dedicata al suo personaggio più celebre, l’Alligatore -, autore e attore teatrale, Massimo Carlotto non ha dubbi sulle scelte che il governo ha assunto con il nuovo Dpcm, varato la scorsa settimana.

Chiudendo cinema e teatri l’esecutivo sembra considerare questi settori come superflui.
L’atteggiamento del governo traduce l’idea che si tratti di mondi marginali, come se non producessero reddito, come se molte persone non vivessero di questo. L’atteggiamento del ministro Franceschini è poi ancora più grave e sembra puntare tutto su questa «Netlix della cultura», una sorta di riserva indiana a pagamento che però andrebbe a distruggere quello che è un tessuto profondamente radicato nel territorio.

Contro queste scelte è però in atto una mobilitazione dei lavoratori del settore.
Si deve da un lato pretendere di più dal punto di vista del ristoro economico nell’emergenza e, dall’altro, sfruttare questa occasione per decidere che l’ambiente della cultura e dello spettacolo possano contare di più nel dibattito del Paese. Si sta progressivamente mettendo ai margini un mondo che una volta aveva una sua centralità nel dibattito collettivo. Ma possiamo recuperare centralità solo facendoci ascoltare e proponendo anche una visione diversa dell’emergenza: un sostegno economico ma anche progetti per poter produrre qualcosa di diverso in grado di andare incontro ai bisogni dei fruitori della cultura.

Si chiudono i cinema quando il picco dei contagi sembra venire da altri contesti.
Credo che la vera dimensione del contagio riguardi da un lato i trasporti – proprio stamattina osservavo la gente ammucchiata su autobus e tram – e dall’altro i luoghi di lavoro. Il tessuto produttivo è scomparso dal discorso sul Covid, nel senso che non se ne parla praticamente più. Ma se uno gira per la zona industriale di Padova, qui da noi le fabbrichette sono senza soluzione di continuità e passano da un paese all’altro, si nota che le forme di protezione dei lavoratori sono molto basse. È vero che ci si contagia anche in famiglia, ma temo che nei posti di lavoro accada anche in misura maggiore.

Si ha la sensazione che quando si immagina di chiudere un teatro, un cinema – o una libreria come accaduto durante il lockdown – faccia molta differenza se si sta parlando di un piccolo centro o di una grande città.
Questa infatti è una delle follie che rientrano nella decisione che è stata presa. Il tema del territorio dovrebbe essere centrale in questo momento, e invece non se ne tiene conto e si rischia che in alcune zone si produca una vera e propria desertificazione della presenza culturale. Qui a Padova già ieri ci siamo riuniti, parlo di diverse figure che operano in questo campo, per cercare di salvaguardare le iniziative culturali previste perlomeno fino alla fine di novembre, facendo naturalmente ricorso alle modalità più sicure di svolgimento. Abbiamo un’amministrazione comunale che è molto sensibile da questo punto di vista. Però la città rappresenta una realtà felice in una zona dove domina la Lega che non è certo attenta a questi temi.

Al di là delle violenze e delle possibili strumentalizzazioni, cosa pensa delle proteste che si stanno svolgendo in molte città?
L’atteggiamento del governo mi sembra suicida e rischia di consegnare il Paese alle destre. Moltissime delle persone con le quali sono stato in contatto in questi mesi, che avevano avuto un atteggiamento di comprensione durante il primo lockdown, giudicato come una necessità, oggi sono invece molto critici. La gente è spaventata – e lo è anche da un dibattito scientifico che crea solo confusione – e non ha certezze quanto al futuro. Questo genera sempre forme di ribellione, che non sempre sono positive. Così oggi l’estrema destra può essere in grado di gestire alcune piazze anche insieme alla criminalità organizzata. Però è anche vero che c’è tanta gente comune che scende in piazza perché si sente profondamente lesa dal punto di vista dei diritti.

Il suo ultimo romanzo, «La signora del martedì» (e/o) racconta di una solitudine estrema e minacciosa. Anche il tempo della pandemia sembra dominato da un sentimento analogo.
Assolutamente. La solitudine stava diventando una piaga nelle nostre città già prima del Covid. Ho scritto quel romanzo proprio perché sono spaventato dalla portata di questo fenomeno e dai suoi costi sociali. Da tempo siamo costretti a vivere una sorta di socialità fasulla sui social e ora, invece di tener presente il problema, si sacrifica ogni forma di vita sociale in nome della lotta alla pandemia.

 

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