Gian Pietro Lucini, nel suo Ragion poetica e programma del verso libero. Grammatica, ricordi e confidenze per servire alla storia delle lettere contemporanee del 1908, dedica qualche pagina (precisamente pp. 607-611) ad un poeta suo contemporaneo, tanto sconosciuto al tempo quanto oggi. Il suo nome è Agostino John Sinadino, per quanto i suoi scritti compaiano firmati anche come Agostino Giovanni Sinadinò e Agostino John Sinadinò. Lucini, nelle sue pagine, ne stende una biografia alquanto romanzata e ne elogia  il lavoro in versi, indicandolo come uno degli esempi più felici di libertà e rinnovamento dei canoni stilistici. Queste pagine luciniane sono state per lungo tempo una delle poche tracce del passaggio di Sinadino su questa terra. Si tratta, infatti, di un personaggio sfuggente, la cui opera risulta introvabile sin dalle prime copie, di cui mancano, salvo un caso, ristampe dalle prime edizioni. Tutto ciò ha contribuito ad adombrare enormemente la fama del poeta, tanto che ancora oggi è sconosciuto non tanto alla massa dei lettori di cultura media, ma anche a una vasta fetta di “addetti ai lavori”. Certo, il mondo della letteratura straripa di poeti dimenticati dalla storia, vuoi per inconsistenza dei versi, vuoi perché troppo legati alle contingenze in cui scrivevano. Non tutti i tentativi di recupero aggiungono qualcosa al panorama globale della storia della letteratura, rischiando di diventare semplici esercizi di erudizione. Quello di Sinadino, però, è un caso assai particolare, controverso, che merita almeno un poco della nostra attenzione.

Nato al Cairo il 15 febbraio del 1876, Agostino è figlio di un importante banchiere greco, Ioannis Constantin Sinadino, e di una musicista italiana, Carolina Casati. Ioannis era una personalità molto importante nel mondo della finanza, tanto da intrattenere rapporti lavorativi e di amicizia con la famiglia reale d’Egitto. Per questo, Agostino riceve la sua formazione culturale ad Alessandria d’Egitto, esattamente come altri grandi della letteratura novecentesca nostrana (Marinetti, Ungaretti e Pea). Sin da subito, però, è abituato a viaggiare: Agostino vive la sua giovinezza spostandosi continuamente dall’Egitto all’Italia, con sparute tappe in Grecia, seguendo gli interessi del padre e le esigenze familiari. Questo continuo viaggiare, la formazione ricevuta in una città come Alessandria e la famiglia particolare fanno sì che Agostino riceva una formazione estremamente cosmopolita, testimoniata anche dalle lingue da lui conosciute: oltre all’italiano e il greco, Sinadino parla fluentemente pure il francese e l’inglese, le lingue più diffuse in quel momento in Europa – la prima nel mondo culturale, la seconda nel mondo commerciale, per quanto fosse già da tempo di moda tra gli intellettuali. Alla morte del padre, avvenuta nel 1890, Agostino si aggiunge, in suo onore, il secondo nome “John”, usando l’inglese, probabilmente, in onore della già citata moda anglofona del tempo. A seguito del tragico evento, la famiglia si stabilisce definitivamente a Milano, luogo di origine della madre, ma Agostino non vuole proprio saperne di mettere radici: nel 1895 torna ad Alessandria, dove si lega ad associazioni culturali del luogo; negli anni successivi, sarà un continuo spostarsi tra Alessandria d’Egitto, Milano e Lugano. È questo anche un periodo di particolare fervore creativo: nel 1898 pubblica la sua prima silloge ad Alessandria, ovvero Le presenze invisibili, due anni più tardi, La donna dagli specchi a Milano e pure Melodie a Lugano. Sempre a Lugano, nel 1901, Sinadino pubblica il poema intitolato Solennità: La festa. Su quest’ultima opera, è necessario soffermarsi, anche per fornire una panoramica generale dello stile e della poetica di Sinadino.

La festa è considerata dai pochi studiosi di Sinadino l’opera più importante, nonché quella su cui si è creata la “leggenda” di Sinadino. Stampata in cento copie numerate, in carta di lusso (esattamente come tutte le opere di Sinadino), distribuita a pochi “meritevoli” – tra i quali probabilmente Lucini – La festa divenne introvabile già pochi mesi dopo la sua stampa. Per lunghissimo tempo, l’unica prova dell’esistenza di questo poema ha risieduto nelle note del già citato saggio di Lucini; nei rari ambienti di studio dedicati a Sinadino, La festa, che avrebbe dovuto costituire un esempio importante di sperimentalismo stilistico e linguistico pre-futurista, divenne quasi un oggetto mitologico; qualcuno cominciò pure a sospettare che si trattasse di un’invenzione dello stesso Lucini. Questo, almeno, fin quando nel 2001 – ovvero un secolo esatto dalla sua data di pubblicazione – non è stata recuperata una delle cento copie della Festa. Sotto l’influenza dell’ultimo Mallarmé, Sinadino crea un poema altamente sperimentale, dove le norme tipografiche – ovvero l’uso di caratteri uniformi, dell’uso uniforme dell’inchiostro nero -, le divisioni tra generi letterari – ovvero tra prosa e poesia – decadono completamente, lasciando piena libertà creativa all’esteta massimo, il poeta. Non è un caso che tutto il prodotto sia riconducibile a Sinadino: non solo il contenuto, ma tutto il volume. È sempre Sinadino, infatti, a scegliere il tipo e il formato della carta, le miscele e il colore degli inchiostri, il tipo di rilegatura, come se tutti questi dettagli fossero parte integrante della sua opera. D’altronde, il poema inizia proprio coi seguenti versi:

«Ogni aspetto della vita – geometricamente – concorre ad una sola Forma, solenne essenziale immutabile:

il libro

Lì dòrmono, inclusi, genitàbili, i germi;

Pane pàlpita, il

Fuoco

la Teogonìa;

le diamantine leggi e la mutévole materia del Mondo: assunte.»

Il libro, dunque, diventa parte integrante di un enorme processo creativo che cerca di inglobare tutta la vita. Di più, il libro diventa strumento per ordinare e cristallizzare «ogni aspetto della vita» in una forma specifica, vitale, fiammeggiante e totale a tal punto da “assumere” in sé tanto le «diamantine leggi» quanto la «mutévole materia». Con questo, dunque, si spiega l’uso abituale di Sinadino, non solo con questo poema, di pubblicare i suoi lavori in poche copie numerate, in edizioni estremamente curate e lussuose da lui curate sin nei minimi dettagli, fuori dai circuiti delle case editrici del tempo.

Tornando a La festa, il poema è diviso in tre sezioni: TeodiceaLa tempestaTeofania. Ognuna di queste, si compone di “frammenti”, uniti senza soluzione di continuità, di parole in libertà sulla pagina, brani in prosa, versi, richiami tipici del teatro. Anche solo dai titoli delle varie sezioni, è possibile ricavare due dei temi-chiave di tutta l’opera: il sacro (TeodiceaTeofania) e la forza impetuosa e incontrollata (La tempesta). La “festa” citata nel titolo, che in tutta la sua estensione viene accostata con il vocabolo “Solennità”, è un vero e proprio rito di iniziazione, a cui il poeta è ammesso:

«Chi mi ascolta , di tra la febbre e i clamori,

chi mi ascolta, – me centrale -, nel raggio

di questo mondo meraviglioso mio, di

questo universo ammansato soggetto obbediente?

Ma chi m’ascolta, in terra?

– Susciterò una orchestra di bronzi

limpida e d’ori;

                         clamerà verticale alle stelle:

Sono assunto al clamore della Festa

L’uso del verbo “assumere”, qui da intendersi come sinonimo di “innalzarsi”, quindi nel suo significato più “religioso”, conferma la sacralità di questa esperienza. Il fatto che il “rito” di iniziazione sia una festa, descritta poi con ricchezza di particolari come momento di munifico donare e creare, rende quindi importante il tema dell’elargizione, come d’altronde ha già giustamente notato Paul-André Claudel nel suo commento al testo. Il poeta, nell’atto creativo, elargisce a piene mani, sperperando anche fuori misura le sue forze e i suoi averi, anche violentemente (come accade, appunto, in una tempesta). Questo, per arrivare alla manifestazione più completa possibile, più bella possibile, della sua potenza creativa, in un oggetto concreto che quasi diventa manifestazione divina (una teofania, per l’appunto).

La dissipazione, d’altronde, è una delle poche costanti della vita di Sinadino: sperpero tanto di energie, quanto di ricchezza. Negli anni successivi alla pubblicazione della Festa, Sinadino ritorna a Milano, dove intrattiene contatti con Lucini, Marinetti (pubblica anche qualche verso di gusto post-simbolista in Poesia) e Prezzolini, con il quale però non riuscirà ad incontrarsi di persona. Sembra, dunque, interessato a costruirsi contatti letterari nel Bel Paese. All’improvviso, però, nel 1906, decide di abbandonare tutto e di trasferirsi a New York. Rinunciando ai suoi progetti letterari, Sinadino si butta, insieme ad un socio, in un’avventura finanziaria: decide di fondare una banca, seguendo dunque le orme del padre. Il progetto, però, decade velocemente, dato che una volta fondata, Sinadino si disinteressa completamente degli affari, passando le giornate a leggere e tradurre Whitman, Poe e Wilde – di cui traduce la SaloméLascia tutto in mano al socio, che si rivela un inetto. La banca fallisce poco dopo la sua fondazione; tutto si risolve in un enorme sperpero di denaro. Nel 1910 torna ad Alessandria e ricomincia la sua vita girovaga tra l’Italia e l’Egitto. Pubblica Il dio dell’attimo. Primo quaderno. Stringe amicizia con André Gide e, grazie a lui, comincia ad avere contatti con il mondo culturale francese. Questo, negli anni che precedono la guerra. Per la studiosa Margherita Orsino-Alcacer, sarebbe da attribuire a questo distacco dai principali ambienti politici e culturali italiani, la poca fortuna che Sinadino ebbe ed ha all’interno della penisola. In effetti, il poeta mancò di pronunciarsi sia sul dibattito “interventisti-neutralisti”, sia, successivamente, sull’avvento del fascismo. In Italia, d’altronde, disorienta trovarsi davanti persone che non si schierano apertamente sull’attualità. Dagli anni Venti, Sinadino si stabilisce a Parigi, dove frequenta i maggiori poeti post-simbolisti, scrive liriche in francese – meritandosi gli elogi di Paul Valery – e continua senza tregua a dilapidare il patrimonio di famiglia, mantenendo uno stile di vita eccessivamente dispendioso. Dagli anni Trenta in poi, comincia la crisi che lo porterà ad affrontare lutti familiari (morte della madre e del fratello), problemi finanziari e pure politici.

Allo scoppio della guerra, infatti, Sinadino si trova a Milano, in una situazione economica tragica. Il regime, a causa delle sue origini greche, lo osserva con sospetto, tanto da deportarlo in un campo di lavoro a Bari, dove rimane fino alla conclusione del conflitto. Alla fine della guerra, ormai sfinito e senza denaro, torna a nord, dove finisce la sua vita in povertà e in solitudine nel 1956. Addirittura, gli unici parenti rimastigli, alla sua morte, rifiutano di sostenere le spese per la sepoltura, così che i suoi resti mortali sono depositati nella tomba del padre, senza nome e senza data a commemorarlo.

Ora, ciò che emerge, è che la personalità poetica di Sinadino, per quanto forse non di prima linea, ha comunque una certa rilevanza, e dovrebbe certo sollevare qualche interesse in più rispetto a quelli dimostrati fin ora. L’italo-greco, infatti, rappresenta – forse più dello stesso Lucini – l’anello di congiunzione tra la nostra letteratura ottocentesca e quella novecentesca. Non solo, in Sinadino è possibile osservare anche uno dei rari esempi di trasformazione e sviluppo della poesia simbolista e post-simbolista in poesia ermetica. La sua ultima raccolta italiana di versi, Vitae subliminalis aenigmata. Idillio d’Hyla del 1934, infatti, è un magnifico esempio di poesia ermetica, e ospita pure una dedica, in incipit, a Giuseppe Ungaretti. Perché, dunque, emarginare ancora Sinadino? Anche il rapporto con Ungaretti, d’altronde, stimola alcuni misteri: come mai, nonostante la vicinanza anche delle esperienze di vita, nonostante la dedica, nonostante la vicinanza di alcune idee poetiche, il poeta del Porto sepolto non nomina mai, nemmeno per sbaglio, Sinadino? Possibile che non si conoscessero? Possibile che Ungaretti ignorasse un poeta come lui vissuto e formato ad Alessandria, che pure gli dedica, nel ’34, una raccolta poetica? Domande, queste, a cui è difficile oggi dare risposta. Per adesso, ci si accontenti di rivelare al mondo la presenza di un fantasma che si aggira tra i versi liberi del nostro Novecento: il suo nome è Agostino John Sinadino, il poeta senza epitaffio.