Cioran Eliade, amici antipodi

Carteggi /1. Cinquant’anni di missive tra «l’uomo più sfaccendato» di Parigi e l’illustre studioso: un’amicizia «all’insegna di una stimolante complementarietà»

«U n giovane di Sibiu, biondo, con i capelli scompigliati sulla fronte». Così, nelle sue Memorie, lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) rievocherà il primo incontro a Bucarest nell’inverno del 1932 con il connazionale Emil M. Cioran (1911-1995). All’epoca, questi – studente scapestrato di filosofia – aveva già perso il sonno, «la più grande tragedia che possa capitare», all’origine della sua visione umbratile del mondo. Il più ottimista Eliade, invece, era un promettente orientalista, appena tornato da un soggiorno di tre anni in India, dove aveva approfondito lo studio dello yoga, del tantrismo e dell’alchimia indiana. Dopo quel primo contatto, tra i due nacque «un’amicizia che le differenze biografiche non faranno che corroborare, all’insegna di una stimolante complementarietà», scrive Horia Corneliu Cicorta?, scrupoloso curatore, insieme a Massimo Carloni, del loro cinquantennale carteggio appena pubblicato.

Cioran ed Eliade, in effetti, incarnarono due modelli intellettuali per molti versi antitetici. Il primo, trasferitosi definitivamente a Parigi nel 1937 («Se si deve essere dei falliti, è meglio esserlo a Parigi che altrove»), snobbato se non detestato dai luminari progressisti, si vanterà di essere «l’uomo più sfaccendato» della città: «credo che in questo possa battermi soltanto una puttana senza clienti». Barricato nella leggendaria soffitta-topaia al numero 21 di rue de l’Odéon («vivo come un monaco»), diventerà uno specialista del frammento e dell’aforisma, unici generi compatibili «con i miei sbalzi d’umore». I suoi libri funerei e beffardi pubblicati da Gallimard, a cominciare dal Sommario di decomposizione (1949), avranno sin dal principio una circolazione stentata.

Eliade, all’opposto, secondo l’amico era «il meno ozioso fra tutti gli esseri che ho incontrato su questa terra». Pur dilettandosi nello scrivere anche romanzi, aveva la mentalità del ricercatore di lungo corso e dell’accademico avido di riconoscimenti. I suoi interlocutori erano i colleghi studiosi, non certo le prostitute, i mendicanti e i falliti in cui si rispecchiava Cioran. Dopo aver tenuto nel secondo dopoguerra alcuni corsi all’École Pratique des Hautes Études, nel 1956 Eliade lascerà Parigi per trasferirsi a Chicago, stimato cattedratico e rinnovatore di una disciplina al suo arrivo ancora troppo legata agli studi teologici. «Che carriera, la tua!», gli scrive Cioran alla fine degli anni Sessanta: «In questi giorni ho pensato alla strada che hai percorso da “Est-Vest”, la piccola rivista di cui ti occupavi appena diplomato, fino alla History of Religions».

Quando Eliade illustrerà a Cioran la tormentata stesura dell’«opus magnum» della sua vita, «una storia delle Idee religiose, dal paleolitico fino a Nietzsche» (uscirà in tre volumi a partire dal 1976), emergerà tutto il fossato che li separava. Agli occhi dell’amico, infatti, Eliade dilapidava il proprio talento in affreschi troppo vasti e dispersivi. Del resto, come aveva annotato lo stesso Eliade nel proprio diario alla fine degli anni Quaranta, già allora Cioran snobbava «l’aspetto oggettivo delle religioni», materia da storici: «Lui è interessato unicamente alle modalità personali, esistenziali dei vari santi e mistici».

Quel che li univa era invece l’estraneità allo spirito del tempo. Esaurite le infatuazioni giovanili per la fascisteggiante Guardia di Ferro romena di Codreanu, dopo il 1945 i due transfughi non riusciranno mai a identificarsi del tutto con il mondo liberal-democratico che li aveva accolti. «Il pensiero occidentale mi delude sempre di più, non mi dà nulla (…) Persino la musica è uscita dalla mia vita. Ho optato definitivamente per la prosa, in tutti i sensi del termine», scrive Cioran. Quando poi assiste da vicino ai «discorsi» e alle «farneticazioni» dei sessantottini all’Odéon e alla Sorbona, confessa di sentirsi «combattuto»: «mi è impossibile essere a favore, mi è impossibile essere contro». Gli appaiono «bambini di nessuno», al pari dei legionari di Codreanu. Più drastico Eliade, dal suo osservatorio di Chicago, scandalizzato dal fatto che persino gli studenti di Teologia si ribellassero contro il sistema: «Negli Stati Uniti l’incoscienza, l’infantilismo e il delirio di colpa (giacché sono “bianchi” e “cristiani”) hanno raggiunto limiti tali da non suscitare più, almeno in me, alcun interesse». L’«unica gioia» era stata la vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni: «Spero che Dayan [ministro della Difesa] sappia conservare quel che ha conquistato».

Se Cioran, Eliade (e Ionesco, il terzo grande esule romeno dell’epoca) avevano ormai abbandonato la terra e – in parte – la lingua avita, c’era un «amico lontano» qui spesso evocato: il saggista e filosofo Constantin (Dinu) Noica, rimasto in patria e perseguitato dal regime sovietizzato di Bucarest. Era stato lui, in quel lontano inverno del 1932, a presentare Cioran a Eliade. Insieme a Noica, tra il 1958 e 1960 ventitré intellettuali furono arrestati e rinviati a giudizio: accusati fra l’altro di aver letto e diffuso le opere dei due transfughi, introdotte clandestinamente in Romania da Marietta Sadova, un’attrice del Teatro Nazionale di Bucarest che li aveva incontrati durante una tournée a Parigi nel 1956. Il fantasma della patria perduta è il convitato di pietra di questo carteggio, in cui si alternano rimpianto e scherno: «Riguardo al nostro paese», scrive Cioran alla fine del 1968, «sono piombato in una totale indifferenza. Giornali, riviste, libri – tutto quello che ricevo da laggiù lo mando indietro subito, senza nemmeno dare un’occhiata».

Nell’ultimo scorcio dell’epistolario affiorano gli inevitabili acciacchi della vecchiaia. Pur civettando da sempre con l’idea del suicidio, Cioran era solo ipocondriaco. «Una volta alla mia età si moriva», scrive a sessant’anni suonati: «Erano i bei tempi in cui non si aveva l’indecenza di sopravvivere a sé stessi». Più fiducioso appariva Eliade, nonostante una grave forma di artrite alle mani: seguendo una certa tradizione indù, riteneva il dolore, la malattia e la morte altrettante «prove» iniziatiche in vista di una nuova vita. Un malore fatale lo coglierà quasi ottantenne nell’aprile 1986, proprio mentre stava leggendo un libro di Cioran (Esercizi di ammirazione). «Era il meno balcanico di tutti noi», scriverà l’amico in un necrologio dal titolo sottilmente ironico: Finalmente un’esistenza compiuta!

 

E.M. Cioran e Mircea Eliade, Una segreta complicità.

Lettere 1933-1983

A cura di Massimo Carloni

e Horia Corneliu Cicorta?

Adelphi, Milano,

pagg. 300, € 22

 

Raffaele Liucci

afpIn camera. Emil M. Cioran nella sua camera parigina in uno scatto del 1981. Sotto, Mircea Eliade nella sua casa in uno scatto del 1978