L’Italia riscoperta

La mostra Nelle Gallerie d’Italia-Piazza Scala un omaggio al fenomeno che «reinventò» il Paese arte, economia, tecnica la linfa del «gran tour»

di Roberta Scorranese

Nel XVIII secolo una nuova Italia si affaccia nella storia: quella nata dallo sguardo dei viaggiatori impegnati nel Gran Tour. Ed è come se il nostro Paese venisse «scoperto» da eserciti inglesi, francesi e tedeschi, per una volta composti non da invasori ma da visitatori. La mostra «Gran Tour» allestita nelle Gallerie d’Italia-Piazza Scala, restituisce questa visione «galileiana» del Settecento, dove è lo sguardo dell’uomo che dà nuova vita e fortuna al nostro Paese, nell’alveo di un lungo periodo di pace compreso tra il 1748 e il 1796, cioè tra la firma del Trattato di Aquisgrana e la prima Campagna d’Italia ad opera di Napoleone Bonaparte.

Venivano dunque in pace i lord inglesi che valicavano le Alpi o arrivavano via mare da Livorno, svernando prima a sud per poi risalire verso Milano e Venezia. Ritratti da Pompeo Batoni, alla cui opera il curatore Fernando Mazzocca (che firma la mostra con Stefano Grandesso e Francesco Leone) ha voluto dedicare una intera sala. «Se prima il ritratto era considerato un genere minore — dice Mazzocca — in questa chiave, nell’ottica dello status symbol, diventa invece un’attività di moda e redditizia». Venivano in pace i tedeschi, attratti certamente dalle rovine da poco affiorate, come quelle di Pompei ed Ercolano, ma poi accadeva qualcosa di inaspettato, uno di quei lampi di meraviglia che si leggono nei diari di Goethe: scoprivano la potenza feroce e imprevedibile della natura.

Sì, perché se molti intraprendevano quel viaggio di formazione — che arrivava a durare anche tre o quattro anni — perché curiosi di vedere la collezione d’arte dei Medici esposta negli Uffizi e arricchita dagli Asburgo-Lorena, è anche vero che poi si trovavano di fronte la furia arcaica del Vesuvio. O la forza di certe cascate del centro Italia. I boschi umbri, le campagne venete, le montagne, i laghi e le bufere di neve.

E così nasceva un nuovo linguaggio pittorico, che sembra unire realismo e simbolismo (per riprendere una ripartizione cara a Federico Zeri): c’era la cura realistica nel riportare i dettagli dell’eruzione del Vesuvio, per esempio, però nei dipinti di Pierre-Jacques Volare vediamo molto di più. Il vulcano come creatura da aspettare, inseguire, temere o amare. Proprio come annotava Goethe nei diari.

«Ma la natura e l’opera d’arte — prosegue il curatore — non vanno lette come due cose disgiunte, anzi. Negli occhi dei viaggiatori formano un tutt’uno». E così si spiega lo straordinario successo delle vedute di Roma di Piranesi, che guidavano i Gran Tourists in un viaggio che era assieme storico e spirituale.

È nel nostro Paese che

si poteva raggiungere una sintesi

tra natura, arte e storia: venivano per l’arte e scoprivano i vulcani

Questo ci fa capire che in quel periodo l’Italia non era solo, retoricamente, un museo a cielo aperto, ma era un vero e proprio laboratorio di rielaborazione del passato. Gli artisti studiavano le antichità, le «mandavano a sangue» come suggeriva di fare Antonio Canova, ma poi inventavano qualcosa di nuovo. Un inedito tipo di capriccio, per esempio, composizioni pittoriche che reinventano il paesaggio inserendovi elementi simbolici o immaginari. Questo e altri tipi di vedutismo veneziano resero celebri all’estero Canaletto e Bellotto.

Crebbero nuovi ritrattisti, nacquero manifatture, botteghe, modi di lavorare. Se si guardano da vicino le opere di Michelangelo Barberi si nota che sono composte di minuscole tessere di mosaico in pasta vitrea su piani di lavagna. Smentendo il luogo comune per cui in quegli anni l’Italia sarebbe diventata solo un mercato (più o meno trasparente) di opere d’arte, si vede la nascita di una raffinata produzione di pezzi contemporanei. La stessa industria dei souvenir iniziò un percorso a sé. I pezzi dell’atelier di Piranesi, il ritratto del Winckelmann (il fondatore della moderna archeologia) fatto da Mengs e l’Amorino alato di Canova possono dirsi orizzonti di un cerchio chiuso, motore di vitalità artistica.

E anche la pittura di genere si inserisce nel racconto di un paese-officina di cose nuove: le donne che sembrano madonne di Raffaello in versione popolana non sono che un altro ponte tra la natura e l’opera d’arte. Specchio di un paese dove l’alto e basso convivevano anche allora, dove le rovine romane erano abitate dalle vestigia di un passato glorioso e da mendicanti.

Dalla mostra arriva un augurio in filigrana: che il turismo, anche oggi, non sia solo «consumo» veloce e redditizio, ma che diventi stimolo per un rinnovamento delle arti, della tecnica e dei saperi.

C’erano le tappe d’obbligo come Roma e Venezia, ma poi i visitatori scoprivano le tante altre province.

 

 

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