L’Italia non lascia l’Iraq e il Pentagono ringrazia

 Giampaolo Cadalanu
BERLINO — Nessun ritiro dall’Iraq, quanto meno per il momento: ci si sposta da Bagdad, dove l’aria è pesante. Il contingente dei carabinieri italiani impegnati nella capitale irachena per l’addestramento della polizia locale dovrà essere “ridislocato”, cioè trasferito in un’altra sede. Sul dove, per ora, c’è il massimo riserbo. Si tratterebbe di una zona vicina, fuori dalla capitale, ma non dal Paese. Non si parla quindi di un’altra base in Kuwait. Il trasferimento non è ancora operativo, ma dovrebbe avvenire nelle prossime ore, anche perché la base americana nella “Zona Verde” dove i nostri militari sono alloggiati è spesso obiettivo di lanci di mortaio.
La Difesa sottolinea che questa manovra fa parte delle misure indispensabili a garanzia dei militari. Non è dunque «una interruzione della missione e degli impegni presi con la coalizione». L’idea che il contingente internazionale fosse pronto a tornare a casa era stata in parte causata dalla strana vicenda della lettera americana al governo di Bagdad, che parlava di ritiro immediato e che è poi stata smentita dal capo del Pentagono, Mark Esper. Ma è stato lo stesso Esper a ringraziare l’Italia, attraverso il collega Lorenzo Guerini, per la decisione di non interrompere l’impegno che la vede in prima fila, come secondo contributore nella coalizione anti-Isis.
Il “ridispiegamento” italiano riguarda solo i carabinieri, che finora erano ospitati nel compound del contingente americano, diventato oggetto di attacchi dopo l’uccisione da parte americana del generale iraniano Qassem Soleimani. Tutto nella norma, invece, per il contingente di addestratori schierato nell’aeroporto di Erbil: le misure di sicurezza sono già elevate, nei giorni scorsi è cambiato solo qualche dettaglio nella preparazione delle uscite fuori dalla caserma, a partire dall’obbligo di indossare elmetto e giubbotto anti-proiettile in ogni circostanza.
Nessuna indiscrezione, invece, sul contingente di truppe speciali: una base operativa della task force 44 è a Kirkuk, nel nord del Paese ma al di fuori dei confini del Kurdistan, dunque potrebbe in teoria essere esposta allo stesso genere di rischi Una decisione di rischieramento è stata presa anche da Germania, Croazia e Canada: Berlino ha annunciato che i tre militari della Bundeswehr schierati a Bagdad sono già in Kuwait, mentre i 32 di Camp Taji sono stati ridispiegati nella base aerea di Al Azraq, in Giordania. Resteranno al loro posto invece i 90 del Kurdistan. Zagabria ha già portato in Kuwait il suo contingente di 14 militari, e lo stesso ha fatto il Canada. La Francia si è limitata a comunicare di aver rinforzato le misure di protezione del suo contingente, che conta circa 200 uomini. Lo stesso ha ribadito il comando di Inherent Resolve, confermando che per ora le operazioni della coalizione sono sospese per motivi di sicurezza.
In ogni caso, le decisioni su una possibile sospensione delle attività da parte dell’alleanza anti-Isis, come è ovvio, devono essere prese collettivamente. Alla missione prendono parte 67 Paesi, che hanno risposto a una richiesta inoltrata nel 2014 dal governo iracheno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, senza passaggi nel Parlamento di Bagdad. Un’altra missione è stata concordata nel 2018 con la Nato ed è destinata solo all’addestramento delle forze locali.
Ma anche rispiegando le forze, il coinvolgimento dell’Italia resta significativo: proprio da Camp Ederle, la base americana a Vicenza, partiranno i paracadutisti della 173 esima brigata diretti in Medio Oriente. Il compito, per il momento, potrebbe essere quello di difendere l’ambasciata Usa a Beirut.
Verso la zona di crisi stanno facendo rotta anche la nave d’assalto anfibio Bataan, una portaelicotteri con a bordo una unità di spedizione dei marine pari a 2400 uomini. In più, il Pentagono ha fatto sapere di aver previsto l’uso dei bombardieri pesanti B-52. Per sottrarli ai missili iraniani, Washington ha schierato gli aerei nella base di Diego Garcia, l’isola nell’oceano Indiano che costituisce un prezioso punto d’appoggio per l’Air Force. Fonti delle Forze Armate sottolineano che lo schieramento dei bombardieri non significa per forza che verranno usati, confermando fra le righe che si tratta di un monito all’Iran. E il mondo si augura che ci si fermi lì.
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