L’irrequieto e vitale respiro della psiche

Motori della vita. Il ruolo simbolico e fisiologico dei polmoni nel corpo umano, dalla filosofia antica alla più letteraria delle malattie, la tubercolosi, fino al virus che oggi ci minaccia e ci rende vulnerabili

«Scrivo poesia perché la parola inglese inspiration viene dal latino spiritus, respiro, io voglio respirare libero». Così Ginsberg nella sua Improvvisazione a Pechino. Se l’inspirazione butta aria nei polmoni, l’ispirazione porta ossigeno creativo alle nostre menti.

Senza curarmi troppo di quella piccola enne di differenza, mi lascio ispirare dall’inspirazione e scrivo di polmoni, i custodi spugnosi del soffio vitale oggi esposti alle punte maligne del virus coronato. Scrivo di polmoni per recitare la mia preghiera medica che celebra l’uomo fisiologico-spirituale caro al poeta che mi è più caro, Walt Whitman. Scrivo di polmoni perché, avvolti nelle pleure, custoditi in una gabbia, sono gli organi del respiro che si fissa nel linguaggio con la parola psyché (???? ) che è soffio, respiro e spirito. Perché la nostra psiche respira, nel corpo come nell’anima, che sono una sola cosa. Infatti non ci meravigliamo se gli antichi filosofi collocano nei polmoni la sede dell’intelligenza, se Anassimene indica nell’aria la materia primigenia dell’universo, se l’Antico Testamento usa il termine onomatopeico Rùach per nominare il soffio vitale che è vento, respiro e ispirazione divina. «E la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito (Rùach) di Dio aleggiava sulle acque».

Ci vorranno secoli e secoli per arrivare a una spiegazione scientifica del ruolo dei polmoni dentro il corpo umano (la prima intuizione la dobbiamo a un gentiluomo inglese del 1600, John Mayow), cioè quello di importare ossigeno per il sangue e di espellere anidride carbonica. Un lavoro che s’intuba dentro un albero respiratorio composto da trachea, bronchi e bronchioli, giù fino alle cellule specializzate degli alveoli, sedi dello scambio gassoso. «Oggi il vento soffia pieno di gioia e le ghiandaie abbaiano come terrier azzurri. Ti dico quel che vedo – il paesaggio dello spirito vuole un polmone, ma non la lingua». Esatta come sempre la Dickinson. È vero, lo spettacolo della natura vuole il respiro, non chiede la parola. Ma l’irrequieta funzione polmonare non resiste e si riverbera nel linguaggio di ogni giorno: fino all’ultimo respiro (che è anche l’À bout de souffle di Godard, manifesto della Nouvelle Vague), sprecare il fiato, tirare il fiato, tutto d’un fiato, mozzare il fiato, col fiato sospeso, il fiato corto. E poi il verde, i polmoni della terra, le foreste: l’Amazzonica, la pluviale del Congo, la Boreale. Bruciate, disboscate, infettate dall’uomo.

La vita è il respiro. Ma siccome vita e morte sono sorelle, con le particelle vitali entrano nei nostri polmoni anche quelle virali. Entrano ed escono, con tosse e starnuti che diffondono le ormai note temibili droplets, goccioline di saliva nebulizzata che in questi tempi pandemici impongono la debita distanza. Il respiro e la sua malattia hanno prodotto grande letteratura, complice il bacillo della tubercolosi che portava con sé un alone di paura e fascino, dissoluzione ed erotico pallore. Il mal sottile di Violetta e Mimì, il Dramma intimo di Verga, La cugina Bette di Balzac, il «chiuso morbo» della Silvia leopardiana, fino al grande salto simbolico de La montagna magica dove la Tbc si fa condizione esistenziale. Quanti geni portò con sé il bacillo di Koch: Keats, Chopin, Brontë caduta a trent’anni, ?echov, Kafka, Orwell e la Mansfield che cercò di curarsi all’Istituto per lo Sviluppo Armonioso dell’Uomo diretto da Gurdjieff, sottoponendosi a prove estreme fino all’ultima emottisi. Tubercolotico Gozzano che in versi leggeri racconta le sue visite, i medici che spiano «non so quali segni», auscultandogli «il petto davanti e di dietro» e sentendo «chissà quali tarli i vecchi saputi». Grande asmatico Proust, il primo attacco a nove anni passeggiando per il Bois de Boulogne, defunto per polmonite poco dopo i cinquanta e ritratto da Man Ray sul letto di morte: «chi ha visto questo profilo di calma», scriverà Cocteau, «non dimenticherà mai lo spettacolo di un incredibile dispositivo di registrazione che si è fermato, diventando un oggetto d’arte».

Il polmone è l’arte dell’ascolto. René Laennec, un medico francese di fine Settecento, inventore dello stetoscopio, ci ha lasciato un volume straordinario sull’auscultazione, che la medicina moderna, con le sue nuove benvenutissime tecnologie, sta ingiustamente dimenticando: rantoli, ronchi, fruscii, crepitii, gorgoglii, fischi. E l’indimenticabile «dica 33» della nostra infanzia. Il polmone è anche l’arte della visione: radiografie, tomografie, risonanze, addensamenti, noduli, versamenti, ipertrasparenze, iperdiafanie. Tutte a raccontare le malattie dentro i polmoni: bronchiti, polmoniti, pleuriti, enfisemi e croniche ostruzioni, alcune così caratteristiche da produrre fisionomie e persino mutare i colori del volto (mi torna ora in mente il professore che spiegava le differenze fisiopatologiche tra i cianotici blue bloaters e i rosei pink puffers). Al tempo si parlava poco di apnee ostruttive del sonno e ancora vago era il profilo sonnolento e ansante del malato di Osas. Oggi invece sottoposto, dopo polisonnografia, a rimedi come la Cpap, macchinetta salvifica che introduce aria in quelle gole il cui palato molle ostruisce il libero passaggio dell’aria. Apparecchi oggi più che mai preziosi, come lo sono i caschi da ventilazione, per i pazienti Covid-19 in sofferenza respiratoria.

Il polmone è anche d’acciaio. Il primo fu costruito a Parigi nel 1876 e si chiamava Spirophore. In un polmone così abitò tutta la vita Rosanna Benzi, colpita a 14 anni da una grave poliomelite con insufficienza respiratoria. Da quel polmone fondò una rivista che si chiamava «Gli Altri» e lanciò campagne di sensibilità sociale. Scrisse due libri, Il vizio di vivere e Girotondo in una stanza. Il primo titolo benedice la voglia di vivere, più forte del destino mortale che comunque ci attende; il secondo si adatta bene a questi giorni di clausura. Giorni in cui alberga un altro male che serra il respiro: l’ansia. Lo ferma e lo aumenta, produce dolori toracici, oppressione, formicolii, vertigini. Man mano che si manifestano lei aumenta e può farsi panico, in circuiti di preoccupazione che scompigliano il confine tra la crisi del corpo e quella della psiche, comunque in continuo scambio. Anche per questo il respiro è centrale in ogni esperienza di sé, nell’autocontrollo riflessivo, nello yoga e nella meditazione. Ansia-respiro-passa. E cosa si dice ai bambini quando sono spaventati? Respira profondo.

I polmoni sono spugne che si ammalano di tanti mali, insufflati dalle sigarette o dispensati dall’inquinamento globale. Il tumore polmonare è protagonista di un libro speciale, Quando il respiro si fa aria, scritto da un medico speciale, Paul Kalanithi. Me l’ha suggerito un’amica e lo segnalo nella colonnina qui a fianco. Inizia così: «Feci scorrere le immagini della Tac, la diagnosi era chiara. Ero uno specializzando in neurochirurgia all’ultimo anno di tirocinio. Negli ultimi sei anni avevo esaminato decine di scansioni analoghe. Ma quella era diversa: era la mia». Un libro terribile ma dolcissimo, che non fa paura. Ci riconsegna al centro della vita, c’è una moglie-collega amorosa e tenace, nasce una bimba. Un libro pieno di coraggio e conoscenza. Che onora l’anima di medici e infermieri oggi in lotta contro la polmonite. Costretti a mascherare il respiro per proteggersi e proteggere, sono l’ossigeno di queste giornate senza fiato.

 

 

Vittorio Lingiardi

Tutto è respiro. L’installazione Hylozoic Ground della PBAI (Philip Beesley Architect Inc.) presente nel padiglione del Canada alla Biennale di Architettura di Venezia (2010)