Liquidità alle aziende, scoppia il caso “Così saltano i vincoli antimafia”

La denuncia di Trano, presidente della Commissione Finanze Rivista la norma scritta nel decreto dopo l’allarme dei procuratori La maggioranza: “Con l’autocertificazione abbiamo solo previsto più responsabilità per l’imprenditore”
di Carmelo Lopapa
ROMA – Sotto la pressione della crisi da Covid e con l’urgenza di dare una boccata d’ossigeno alle imprese, stanno per saltare con un colpo di spugna i paletti finora piantati per impedire alla criminalità organizzata di mettere le mani sui finanziamenti pubblici. Proprio adesso che viene aperta e ripartita la grande torta degli aiuti di Stato, rischia di andare in porto un mezzo stravolgimento delle regole più restrittive: è maturato col via libera in commissione Finanze della Camera del decreto Liquidità del governo, che da lunedì inizia l’esame in aula. Sotto osservazione, la norma sui finanziamenti oltre i 25mila euro con garanzia pubblica che saranno erogati alle aziende.
Una autodichiarazione al posto della documentazione sui reali titolari delle aziende, sulla normativa antimafia e su quella antiriciclaggio. La semplice possibilità e non più la stringente obbligatorietà di far confluire gli aiuti in un conto corrente dedicato che faciliterebbe la “tracciabilità”. Si allargano le maglie, insomma, in nome della “sburocratizzazione” tanto invocata negli ultimi giorni dall’ex capo del Movimento Luigi Di Maio e da Matteo Renzi. Ad ogni modo, è con la copertura del governo – attraverso il ministero dell’Economia – che i relatori di maggioranza (Pd e M5S) hanno radicalmente riscritto due giorni fa in commissione la norma che in origine era ben più rigorosa. Era stata scritta alla luce dei rilievi mossi in audizione alla Finanze dal procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, e dai capi delle procure di Milano e Napoli, Francesco Greco e Giovanni Melillo. A sollevare il caso e a lanciare l’allarme ora è lo stesso presidente della commissione Finanze, l’ex M5S Raffaele Trano, firmatario della prima stesura: «Rischiamo di erogare finanziamenti oltre i centomila euro a soggetti che possono benissimo essere infiltrati dalla criminalità o, addirittura, essere essi stessi espressioni delle cosche. Ma saltano anche i controlli sulla tracciabilità perché non c’è un vero obbligo del conto dedicato».
Fari accesi dunque sull’art.1 bis del decreto Liquidità ora in rampa a Montecitorio: «Finanziamenti di importo superiore a 25mila euro». Tante le prescrizioni del testo originario scritto dalla commissione: acquisizione dei dati relativi ai soci titolari di partecipazioni qualificate e agli organi sociali; trasmissione da parte della banca che eroga il credito dei dati alla Direzione nazionale antimafia che provvede ad analizzarli; acquisizione dei dati sul titolare effettivo del finanziamento; la registrazione di tutti i movimenti relativi al finanziamento vanno su conti dedicati per garantire la tracciabilità.
Fin qui la norma. Due giorni fa, in commissione, dopo l’intervento dei relatori Gian Mario Fragomeli (Pd) e Luca Carabetta (M5S), viene stralciato l’emendamento originario e arriva una «riformulazione» che introduce una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà per l’impresa, esonerando le banche che erogheranno il prestito da qualsiasi controllo, segnalazione e comunicazione. Con la generica raccomandazione che l’autodichiarazione sia «completa » .
E poi, nessun obbligo ma la semplice previsione di accredito delle somme su un conto dedicato. L’elemento che desta maggiori preoccupazioni è che sarà sufficiente la dichiarazione di non trovarsi nelle «condizioni ostative» previste dalla normativa antimafia e sulle misure di prevenzione. La banca è inoltre esonerata dagli accertamenti di quanto dichiarato, fatta eccezione per gli obblighi anti riciclaggio.
«Nessun allentamento dei controlli, abbiamo solo introdotto un criterio di maggiore responsabilità a carico dell’imprenditore – spiega il relatore dem Fragomeli – Non potevamo caricare oltre di oneri le banche. Abbiamo raggiunto un’ importante mediazione con il Mef e il Mise. Eravamo stati accusati di rallentare l’iter dei finanziamenti».
Il presidente della commissione, Trano non la vede così: «Il governo rimanda i controlli della normativa antimafia a un protocollo d’intesa Sace-Mef-Viminale non vincolante, senza che vi sia alcun obbligo a carico delle banche. Resta il dubbio: semplificazione per i cittadini onesti o rinuncia ai controlli per i disonesti? ». Lo scontro da lunedì si sposta in aula.
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