L’incognita degli indecisi.

di Selena Grimaldi

A poche settimane dal voto riemerge uno dei temi che più assillano i politici durante la campagna elettorale: quanti sono gli elettori indecisi? Finiranno per disertare le urne o decideranno all’ultimo di votare? La loro consistenza che impatto avrà sull’esito del voto? Nel recente passato a quale forza politica hanno accordato il loro voto? C’è la possibilità che possano essere convinti a rinnovarlo?

L’ultimo sondaggio CISE pubblicato dal Sole 24 Ore il 16 febbraio 2018 mette in luce come la schiera degli indecisi sia una quota davvero considerevole: il 25% su un totale di quasi 6000 rispondenti. Questo dato conferma un trend che è stato registrato anche nei precedenti appuntamenti elettorali, almeno a partire dalle elezioni del 2006.

Le ricerche politologiche più recenti hanno cercato di capire non solo chi siano questi elettori ma anche quanto siano politicamente coinvolti e se nella loro scelta finale di recarsi o meno alle urne contino fattori strutturali come i valori o fattori congiunturali come gli eventi della campagna elettorale*.

Il profilo degli indecisi è difficile da catturare dato che l’indecisione non sembra essere molto legata alle caratteristiche sociodemografiche, con l’eccezione del titolo di studio e del genere. Anche quest’ultima rilevazione conferma che tra gli indecisi vi è una prevalenza di donne (65%) e di coloro che hanno un titolo di studio medio-basso (54%). La provenienza territoriale invece pare avere un peso marginale, un dato che fa pensare che le subculture del passato siano di fatto completamente svanite. Secondo gli studi più accreditati, gli elettori indecisi sono quelli con i minori ancoraggi politici, che significa che non si sentono vicini ad alcun partito politico e a nessuna coalizione. Inoltre non sanno o non vogliono collocarsi sull’asse sinistra-destra.

Il precedente posizionamento politico di chi oggi si dichiara indeciso è forse il dato più indagato. Dalle ultime stime emerge che la maggior parte degli indecisi non ha votato neppure alle ultime elezioni del 2013 (43%) e di conseguenza per molti l’astensione sembra essere diventato un comportamento abituale piuttosto che una scelta momentanea legata alla volontà di protestare o di punire un partito o una coalizione. Inoltre, si riconferma la tendenza per cui, tra quanti hanno votato nel recente passato, la quota maggiore di indecisi riguarda coloro che sostennero il partito che oggi sembra sfavorito. Ad esempio, nel 2006 il clima della campagna elettorale era sfavorevole per il centrodestra e in effetti si dichiaravano maggiormente indecisi coloro che precedentemente avevano votato per la coalizione di centrodestra. I sondaggi attuali registrano che ci sono tendenzialmente più indecisi tra gli elettori che nel 2013 votarono centrosinistra. Se da tempo le analisi elettorali hanno dimostrato che esiste un effetto bandwagon (la tendenza a votare i candidati o i partiti che hanno o sembrano avere maggiori possibilità di successo), nel caso degli indecisi si può dire che pur non dichiarandosi disponibili a salire sul carro dei vincitori non vogliono neppure salire su quello dei potenziali perdenti.

L’indecisione politica è un fenomeno che potrebbe interessare circa 6 milioni di italiani e le possibili spiegazioni possono essere ricondotte a due categorie principali: il venir meno degli ancoraggi politici e il sempre minore coinvolgimento politico dei cittadini. Un fattore secondario invece riguarda l’esistenza o meno di eventi contingenti in grado di far maturare una scelta in base a una spinta di tipo emotivo. Eventi come quelli accaduti a Macerata, ad esempio, per il momento non sembrano aver avuto un grosso impatto sugli indecisi. Di conseguenza, se aumentano coloro che non si identificano più in un partito o in una coalizione aumenta anche l’indecisione. Per quanto riguarda l’Italia, come in molte altre democrazie europee, questo fenomeno non è nuovo: i partiti godono di scarsa fiducia da più di 20 anni. Nel nostro Paese, in particolare, le campagne anti-establishment o anti-casta hanno avuto grande risonanza e hanno portato alla nascita di un soggetto politico, il M5S, che ha fatto della lotta ai partiti tradizionali la sua principale ragione d’essere. Un altro aspetto di cui tenere conto è che l’indecisione aumenta se aumentano coloro che non sanno o non vogliono più collocarsi sull’asse sinistra-destra. In effetti, uno dei messaggi più paganti del M5S è stato quello di essere una forza politica innovativa proprio in virtù del fatto di collocarsi oltre la principale linea di conflitto dei principali sistemi partitici, ossia l’asse sinistra-destra. Del resto, il programma politico del M5S prevede una combinazione di politiche di stampo progressista e di proposte più vicine alla destra o alla Lega Nord.

Gli ancoraggi politici da soli però non bastano a spiegare esaustivamente il fenomeno dell’indecisione, poiché il venire meno della fiducia nei partiti e la disponibilità di autocollocarsi nel continuum sinistra-destra potrebbero derivare non solo dall’alienazione politica ma anche da un atteggiamento pragmatico e autonomo nei confronti delle proposte dei partiti e dei loro programmi, frutto di un processo di individualizzazione crescente. Il primo passo quindi è quello di tentare di capire il grado di coinvolgimento politico degli elettori, che è dato da una combinazione di fattori motivazionali (interesse per la politica) e cognitivi (specifiche competenze politiche). Le ricerche evidenziano che un alto livello di coinvolgimento politico consente di avere molto spesso le idee chiare sulla propria scelta di voto molto prima delle elezioni. La maggior parte degli indecisi invece ha un livello molto basso di coinvolgimento politico.

Probabilmente l’aumento dell’indecisione è dato dallo iato che esiste tra il forte calo della componente motivazionale e quindi dell’interesse per la politica, e al contempo il forte aumento della componente cognitiva, ossia della necessità di acquisire sempre maggiori competenze per poter capire la politica e per prendere decisioni politiche. Infatti, in questi ultimi anni sono aumentati gli elettori che pensano che la politica sia inutile o che comunque abbia perso di autonomia rispetto ad altre sfere del sociale, ad esempio palesando l’incapacità di governare la crisi economica scoppiata nel 2008. Inoltre, è richiesto un sempre maggiore grado di competenza per capire innanzitutto come votare, dato che le regole elettorali in Italia subiscono mutamenti quasi ad ogni elezione e non permettono ai cittadini di fidelizzarsi a un sistema, consentendo loro di prevedere con un certo grado di certezza l’esito delle proprie scelte di voto. Anche in questa occasione molti sono gli elettori che non hanno ancora capito come votare; ad esempio che non è possibile utilizzare il voto disgiunto o esprimere preferenze nei collegi plurinominali o che un candidato in un collegio uninominale possa anche presentarsi in un massimo di cinque collegi plurinominali. Come se questo non bastasse, è necessario avere sempre maggiori competenze per capire se le promesse elettorali delle diverse forze politiche siano davvero concretizzabili o meno, se avranno la copertura finanziaria per poter essere realizzate, se e quanto i politici nazionali avranno spazio di manovra per realizzare le loro proposte in un contesto di multi-level governance come quello dell’Unione Europea. Tutti questi aspetti presentano un grado di complessità molto elevato per i cittadini, che oggi più di ieri non possono nemmeno contare sugli ancoraggi politici e in particolare sui partiti, che erano in grado di attivare quelle scorciatoie cognitive che riuscivano a far decidere anche gli indecisi.

* Si veda M. Barisione – P. Catellani – L. De Sio, La scelta degli indecisi, in Votare in Italia 1968-2008. Dall’appartenenza alla scelta, a cura di P. Bellucci – P. Segatti, Bologna Il Mulino, 2010, pp. 359-389

 

Fonte: Treccani, www.treccani.it/