La strana passione del complotto virale

Il prestigioso filosofo sostiene che il pericolo è stato enfatizzato per imporre uno «stato d’eccezione» autoritario. Ma un altro esponente della sinistra intellettuale, Paolo Flores d’Arcais, ha bollato le sue tesi come «farneticazioni»

 

di Paolo Mieli

Per Giorgio Agamben (ma non soltanto per lui) è in atto un raggiro del potere a scapito della libertà

In principio fu Giorgio Agamben. Agamben, il celebre filosofo settantottenne che fece in tempo a frequentare i seminari di Martin Heidegger, ha insegnato in alcune tra le più prestigiose università europee e statunitensi, fu insignito della laurea honoris causa dall’Università di Friburgo, ha ricevuto premi di un qualche rilievo, è stato amico di Elsa Morante, Pierre Klossowski, Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini, che gli affidò perfino un ruolo nel Vangelo secondo Matteo.

Molto apprezzato dalla sinistra più radicale, a fine febbraio ha colto l’occasione dell’ingresso in Italia del virus Covid-19 per riproporre, sul «manifesto», i temi di un libro che pubblicò ai tempi della guerra in Iraq: Lo stato di eccezione (Bollati Boringhieri). In quel volume Agamben si collegava ad alcune riflessioni di Carl Schmitt per dimostrare come, dalla Germania di Hitler agli Stati Uniti di Guantanamo, alcuni Paesi occidentali si stessero sempre più abituando ad accettare che misure emergenziali, presentate come provvisorie e straordinarie, conducessero ad un «paradigma normale di governo». Pareva ad Agamben che l’attuale «supposta epidemia» fosse nient’altro che un pretesto per «frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate misure d’emergenza». I media e le autorità, denunciava lo studioso, «si adoperano per diffondere un clima di panico, provocando un vero e proprio stato d’eccezione, con gravi limitazioni dei movimenti e una sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro in intere regioni». A lui risultava (da «dichiarazioni del Cnr») che non c’era alcuna epidemia in Italia e ne traeva la conclusione che, al cospetto di una «normale influenza», si volesse indurre nelle coscienze degli individui uno «stato di paura» destinato a tradursi in «stati di panico collettivo». Talché, «in un perverso circolo vizioso», la «limitazione delle libertà imposta dai governi venisse accettata in nome di un desiderio di sicurezza». Desiderio di sicurezza indotto da quegli stessi poteri intervenuti, dopo aver provocato la paura, per aver poi l’occasione di «soddisfarlo».

Si dirà: suggestioni di un libero pensatore nel momento in cui non tutti avevano l’esatta percezione di quel che stava accadendo. Nient’affatto. L’11 marzo, a lockdown iniziato, Agamben è tornato sull’argomento prendendosela con «una delle conseguenze più disumane del panico che si cerca con ogni mezzo di diffondere in Italia in occasione della cosiddetta epidemia del coronavirus», vale a dire «l’idea di contagio». Idea da lui condannata in quanto «estranea alla medicina ippocratica», e che gli riportava alla mente (non era il solo) la Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni con la figura dell’untore. In che modo? Secondo Agamben le disposizioni del governo — che mettevano sottochiave l’intera Italia — trasformavano «di fatto ogni individuo in un potenziale untore, esattamente come quelle del terrorismo consideravano di fatto e di diritto ogni cittadino come un terrorista in potenza».

Particolarmente ripugnante gli pareva l’invenzione della «figura del portatore sano o precoce, che contagia una molteplicità di individui senza che ci si possa difendere da lui». Si augurava, il filosofo, che i decreti di Conte non venissero ratificati dal Parlamento («ma è un’illusione», aggiungeva). E perché? Perché, una volta convertiti in legge, avrebbero avuto come conseguenza «l’abolizione del prossimo». Concedeva, Agamben, la possibilità che, «data l’inconsistenza etica dei nostri governanti», queste disposizioni fossero «dettate in chi le ha prese dalla stessa paura che esse intendono provocare». Ma gli era ugualmente difficile «non pensare che la situazione che esse creano è esattamente quella che chi ci governa ha più volte cercato di realizzare». Cioè? «Che si chiudano una buona volta le università e le scuole e si facciano lezioni solo online, che si smetta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche e culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che, ovunque è possibile, le macchine sostituiscano ogni contatto — ogni contagio — fra gli esseri umani».

Due erano gli elementi del pensiero di Agamben: che l’influenza fosse poco più di un’epidemia stagionale (e questo non ha niente a che fare con la dietrologia); che qualcuno («chi ci governa») intenda approfittare dell’occasione per dar vita ad un regime autocratico. In merito alla prima questione, si è poi data una circostanza curiosa. Per quel che riguarda l’«influenza forse un po’ più grave ma non dissimile da quelle che l’hanno preceduta» — tesi desunta dalle non meglio precisate «dichiarazioni del Cnr» — si sono mostrati d’accordo (pur senza aver letto Agamben, immaginiamo) i leader della destra mondiale Boris Johnson, Donald Trump (costretti poi a ricredersi) e Jair Bolsonaro, che tuttora definisce l’effetto del virus una gripezinha (piccola influenza). Tra gli scienziati italiani, si è assai esposta per la tesi «poco più di una semplice influenza» Maria Rita Gismondo, battagliera ispiratrice del fronte della minimizzazione (a cui è stata affidata una rubrica quotidiana sul «Fatto»), alla quale si è aggiunto un variegato insieme di artisti e personaggi vari, tra i quali Gabriele Muccino, Gianrico Carofiglio e, più volte sugli schermi televisivi, Vittorio Sgarbi. Tutti in tempi successivi si sono pubblicamente ricreduti. Il che va a loro onore. Tra essi solo Muccino ha sconfinato nel pensiero dietrologico, ipotizzando che l’epidemia fosse riconducibile a «un’operazione per abbattere le economie cinese ed europea». Ma anche lui ha ritrattato.

Altri invece — e qui veniamo al secondo capitolo delle tesi di Agamben, al pensiero complottista — hanno individuato, dietro il coronavirus, oscure manovre: Diego Fusaro ha ipotizzato sia iscrivibile a una «guerra batteriologica da parte degli Stati Uniti», Red Ronnie (ci sarebbe un farmaco capace di neutralizzare il Covid-19, «ma qui in Italia ce lo nascondono») ed Eleonora Brigliadori («c’è dietro l’America»; «è terrorismo mediatico» e, testualmente, «la polmonite viene alle persone che hanno indebolito la loro sfera morale nel Respiro»). Poi anche Alessandro Meluzzi (ci nascondono il farmaco perché costa troppo poco per consentire grandi affari), Alessandra Mussolini (tutto è nato in un laboratorio cinese) e Domenico Scilipoti, secondo il quale ci sono validi elementi per «dedurre» che abbia ragione il cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo dello Sri Lanka, quando ha detto: «Il virus è il prodotto di sperimentazioni senza scrupoli da parte di nazioni ricche e potenti». Quali?

Sostiene la setta del reverendo Moon — nota in Italia per aver «traviato», tramite l’adepta Maria Sung, l’arcivescovo cattolico Emmanuel Milingo — che il virus sarebbe uscito accidentalmente da un laboratorio di Wuhan per la creazione di armi chimiche e batteriologiche. La stessa tesi della Mussolini, che ha trovato «conferma» nel celeberrimo video Rai del novembre 2015 — ancora una volta la storia del virus nato in un laboratorio cinese — che circola tuttora, nonostante sia stata dichiarata «falsa» da tutti, proprio tutti, gli studiosi di questo campo. Supposizioni che sono state rilanciate da Zhao Lijian, portavoce del dipartimento informazione degli Esteri a Pechino (con la variante secondo cui sarebbero stati militari americani a portare il virus a Wuhan). E, ai tempi della Sars, erano già state diffuse dai russi Sergei Kolesnikov e Nikolai Filatov. Ad esse si sono aggiunte le teorie di Gunter Pauli (un amico belga di Beppe Grillo, «prestato» dapprima all’ex ministro Lorenzo Fioramonti, poi, un mese fa, al presidente del Consiglio Conte) secondo il quale ci sarebbe un misterioso legame tra le reti 5G, la nascita del Covid-19 in Cina e la sua diffusione in Lombardia.

Tutti questi personaggi hanno spopolato e spopolano su Internet. Derisi con bonomia — soprattutto quelli italiani — da Antonio Padellaro sul «Fatto» (li ha paragonati a personaggi dei film di Nanni Moretti), Enrico Bucci sul «Foglio» e Massimo Castelli su «Panorama». Nei confronti di Agamben, però, è stato usato un certo riguardo. Soprattutto da parte dei suoi colleghi. Con qualche caso anomalo tra cui si segnala quello del direttore di «MicroMega» Paolo Flores d’Arcais, che lo ha preso di petto, definendo, fin dal titolo del suo intervento, «farneticazioni» le tesi dell’autore di Stato d’eccezione.

Flores parla di Agamben come di un «filosofo di rinomata audience internazionale, che si porta molto, massime nel mondo accademico statunitense, saturo di post (post-heideggeriano, post-foucaultiano, post-derridiano, post post)». E duella con lui sull’esegesi della Colonna infame. Il «buon Manzoni», scrive il direttore di «MicroMega», «mai avrebbe immaginato che il suo romanzo sarebbe stato letto al contrario di quanto voleva dire, fino all’improntitudine più estrema». Le pagine sulla peste a Milano sono attualissime non già perché l’autore dei Promessi sposi stigmatizzi e neghi l’idea del contagio («che era realissimo e anzi sarà moltiplicato dalle processioni volute dal cardinal Borromeo») bensì, all’opposto, perché Manzoni «fustiga innanzitutto le autorità che troppo a lungo preferiscono ignorare il contagio». Perché «il governatore Ambrogio Spinola ritiene più urgenti le esigenze della guerra in corso e rifiuta le misure proposte dalle autorità sanitarie». E perché «una volta riconosciuto che la peste c’è e si diffonde (per contagio!) nell’ignoranza e superstizione dell’epoca, se ne fa carico agli “untori” anziché agli invisibili e allora sconosciuti agenti patogeni».

Ciò detto, merito del governo Conte — peraltro «assai mediocre», afferma Flores, («la sua principale virtù è che il possibile governo alternativo… sarebbe infinitamente peggiore») — è quello di essersi a un certo punto rassegnato a subire le pressanti insistenze degli scienziati. Talché, prosegue il direttore di «MicroMega», «seguendo il filo del ragionamento di Agamben», se siamo in presenza di un «potere che vuole terrorizzarci», a «complottare non è il governo ma i medici». Sarebbe insomma un «complotto dei camici bianchi nemici del popolo» (già Stalin, alla vigilia della morte, «ne aveva denunciato uno», aggiunge sarcastico Flores). Con l’aggravante che si tratterebbe di un «complotto di folli masochisti visto che i medici e infermieri sono i più esposti, i più “in trincea”, quelli che più di ogni altro subiscono il peso materiale e psicologico di questi giorni amarissimi e pagano un prezzo talvolta al limite dell’eroismo».

Non se ne può più, scrive ancora Flores, «delle superstizioni, dei guru e dei santoni, anche quando si impancano a filosofi o psicanalisti». D’ora in poi «bisognerà mettere da parte il bon ton corporativo, anche a rischio di ostracismo della gilda delle filosofie “post post” oggi egemoni». Talché ai manuali di logica, conclude Flores, nel capitolo dedicato alle «fallacie», «sarà d’uopo aggiungere una nuova fattispecie»: «la fallacia dell’untore, o fallaciagamben».

Va detto però che le posizioni di Flores, nella sinistra intellettuale alla quale lui e Agamben appartengono, appaiono minoritarie. Sono tuttora molti, moltissimi, i più, a formulare stravaganti ipotesi su che cosa si nasconde «dietro l’epidemia». Secondo un sondaggio Bva Doxa quasi un quarto degli italiani dà poi credito alle teorie cospirazioniste. All’estero è peggio: in Francia quasi il 30 per cento ha abboccato su Internet a questo genere di amo e la media mondiale dei creduloni sale al 36 per cento. Solo in Germania e nel Regno Unito i dietrologi del Covid sono in numero minore che da noi.

David Quammen, l’autore di Spillover (Adelphi), il libro che dieci anni fa previde quel che sta accadendo adesso, definisce questo genere di teorie cospirazioniste lo «zucchero del web»: più se ne legge, più se ne vorrebbe leggere; «una droga». Una droga anche per i filosofi.

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