La poesia che si nutre delle tenebre.

 

«Quasi leggera morte» curato da Serena Vitale (Adelphi)
I versi nell’inferno sovietico, il senso di un tempo primordiale: forza e verità di Osip Mandel’stam Destino Patì un eterno peregrinare ma nel 1933 con la moglie Nadezda visse nel centro di Mosca in due piccole stanze
Nove delle undici Ottave contenute in Quasi leggera morte , il bellissimo libro che Serena Vitale dedica alla poesia e al mondo di Osip Mandel’stam, furono scritte – e poi ricopiate, o ricostruite a memoria, e salvate da sua moglie Nadezda, nei materassi e nei cuscini – nel 1933. In quell’epoca, in una pausa del loro eterno peregrinare, Osip e Nadezda vivevano nel centro di Mosca, in via Furmanov: due piccole stanze con pareti «troppo sottili» e vicini ficcanaso. Ma era una casa, non uno di quei lugubri scantinati, di quei maleodoranti alloggi nei quali avevano sperimentato le umiliazioni della vita in comune. E dopo il viaggio in Armenia – il bagno rigeneratore in quella antica terra di re e pastori, di pietre scabre e di case «dal profilo ingenuo come disegni infantili» che Osip aveva vissuto come un approdo alla Terra promessa – al poeta era tornato il desiderio dei versi.
Essendo nato a Varsavia nel 1891 in una famiglia ebraica borghese, passata poi a vivere a Pietroburgo, Mandel’stam nel 1933 aveva 42 anni. Questo è un breve riassunto del ritratto che ne fece l’amica Lidija Ginzburg nel libro in cui sono raccolti i ricordi che, per motivi di censura, non poterono vedere la luce in Russia durante la sua vita conclusa nel 1990: «Non alto, magrissimo, fronte stretta, naso piccolo, ricurvo, la parte inferiore del volto appuntita, con una barbetta trascurata, quasi bianca, lo sguardo teso, come cieco alle cose di poco conto. Parla, stringendo la bocca senza denti, quasi cantando… Leggendo ad alta voce dimena le mani, respira al ritmo delle parole, con la fisicità di un corifeo seguito da un coro danzante. Cammina in modo ridicolo, la schiena troppo dritta, in punta di piedi… Ha pessimi rapporti con i più semplici accessori della nostra civiltà. Colletto e cravatta inverosimili, pantaloni troppo corti ricavati da un taglio di stoffa assegnato alla moglie… Nella strana grazia dei suoi inchini ad angolo retto, nella melodiosa tenerezza della voce quando chiede un fiammifero, c’è quasi un’allegra buffoneria… Vediamo la cosa più bella: il dono realizzato, un uomo completamente sprofondato nel proprio lavoro… Fuori non è rimasto quasi nulla: qualche scenata, le convocazioni davanti ai tribunali letterari… Si muove in continuazione, indifferente a chi lo guarda. Spettacolo tremendo. Sembra di spiare il concreto lavoro fisiologico della creazione…». Come accade in queste Ottave dedicate alla nascita della poesia.

È una nascita – spiega Serena Vitale – che avviene in un tempo antichissimo, senza data, «in cui l’eternità è ancora piccola e lo spazio infante, ancora addormentato, si stropiccia gli occhi. Dove le foglie mulinano senza alberi, i minerali scalmanati si aggregano per formare la crosta terrestre, il sussurro è già poesia, il vuoto contiene già la forma. Un luogo in cui vediamo luce e tenebra, azzurro e verde, acqua e terre. Nel quale indoviniamo il silenzio a cui il poeta si offre, rendendo muti e ciechi tutti i sensi a eccezione dell’udito, per cogliere l’eco lontana di un ritmo, i primi accordi di un’armonia: l’inizio di ciò che sarà perché deve essere». Lo stesso luogo in cui – come scrive Proust nel suo saggio su Chardin e Rembrandt – dimora «la potenza oscura e incomprensibile» dalla quale procedono gli atti creativi, e alla quale ogni artista deve assoggettarsi altrettanto oscuramente, evitando di illuminare le sue leggi con la ragione.

L’ Ottava che comincia con questi quattro versi: «Forse il sussurro nacque prima delle labbra,/ e senza alberi mulinavano le foglie,/ e coloro ai quali consacriamo l’esperienza/ prima dell’esperienza avevano già i tratti» è quella che Nadezda più amava. Vedeva in essa il miracolo dei primordi. Lì, aveva scritto Mandel’stam in La parola e la cultura , «il cieco riconosce un volto caro sfiorandolo appena con le dita veggenti, e le lacrime di gioia, l’autentica gioia dell’agnizione, sgorgano dai suoi occhi dopo il lungo distacco. La poesia è viva della sua immagine interiore, di quel sonoro calco della forma che precede i versi scritti. Non c’è ancora una parola e la poesia già esiste. È l’immagine interiore che risuona».

Di questa immagine tastata con l’udito, il poeta cieco non può far altro che riprodurre l’oscuro balbettio: il balbettio incomprensibile dei bambini prima della parola che – come pensava anche Tommaso Landolfi – è la più profonda e più incantevole delle lingue. Del resto, lui stesso balbettava leggendo i suoi versi: «Parla inceppandosi – scrive ancora Lidija Ginzburg, ricordando una lettura degli anni Venti – e dopo due o tre brevi frasi balbetta. Meraviglioso… Parla con le parole dei suoi versi: balbettando (in modo incomprensibile, con un ehmmm che interrompe continuamente il discorso) grandiosamente, spudoratamente». Quanto all’oscurità, e alla stolta idea che una poesia bisognasse spiegarla, cos’altro poteva pensare un poeta cieco se non che quando «un’opera in versi si rivela riassumibile, lì la poesia non ha mai messo piede»?

Con quale intelligenza e intensità, Serena Vitale – curatrice delle Lettere di Marina Cvetaeva, autrice di uno splendido libro sugli ultimi mesi di Puskin e di un libro altrettanto bello sullo strano suicidio di Majakovskij – riesce a entrare in queste magnifiche Ottave isolando la parola acuminata che a un primo sguardo può apparire perduta a ogni significato e nella quale, invece, è custodito un mondo. Con quale sofferto pudore e quale trepidante partecipazione incornicia le poesie di quest’uomo naturalmente ribelle (sostenitore di un universo in continuo divenire, nel quale i segni dell’umano passano al mondo animale, e da questo a quello vegetale, e da questo a quello minerale, in un «circolo eterno di movimenti e di cambiamenti che durerà finché il suo Autore vorrà, e lui solo conosce») nell’orrore del comunismo sovietico, del secolo belva che lo arrestava, lo perseguitava, non gli pubblicava le poesie, lo mandava in esilio, gli faceva soffrire la fame e lo avrebbe fatto morire in un lager nei pressi di Vladivostok nel 1938.

Ricordo, alcuni anni fa, un incontro di scrittori e editori italiani e russi a Mosca. Questi incontri, come pure i convegni – si sa – sono abbastanza noiosi. Ma era marzo; Mosca, gelida sotto un cielo azzurrissimo, splendeva come un cristallo di giorno; e magnifica, con le sue cupole dorate, era la notte. Per cui, appena possibile, con Serena Vitale ce la davamo a gambe. Una mattina, mi portò a vedere la casa dalla quale Marina Cvetaeva era partita, abbandonando la Russia, insieme a sua figlia Ariadna, per raggiungere il marito, Sergej Efron, in Europa. La casa si trova tuttora nel vicolo Boris e Gleb, proprio davanti alla chiesetta bianca dei santi Boris e Gleb. Ma l’autista non riusciva a trovarla, e Serena, col suo russo perfetto, si intestardì.

Poi arrivammo ed entrammo: in quell’ingresso rettangolare nel quale madre e figlia erano rimaste un minuto in silenzio, prima di abbandonare la patria, come voleva la tradizione. Sicché, in silenzio, restammo anche noi due. Poi una sera, dopo un ricevimento piuttosto divertente all’ambasciata italiana dove si bevette parecchio: noi italiani la vodka, i russi il whisky (e pure uscire fuori a riprendersi, con la neve sugli alberi, il ghiaccio che scricchiolava sotto i piedi, le decorazioni rosa o pistacchio dei palazzi, era un sogno), chiamammo un autista e insieme a Gian Arturo Ferrari ci infilammo in una macchina. Serena voleva farci vedere, di notte, la Mosca nella quale aveva studiato da ragazza svariati anni prima: la biblioteca,l’università, la Lubjanka, tutti quegli altri palazzi lugubri e tenebrosi nei quali si erano consumati gli omicidi e il terrore.

Adesso, secondo Serena che se ne lamentava, non era più lo stesso. C’erano troppe luci a illuminarli, troppe. E non aggiungeva altro, fermando alla soglia del pudore quella sua trepidazione. Ma non era difficile capire quale fosse il suo rimpianto. Che non era, ovviamente, per l’epoca. Bensì per non poterci comunicare – senza parole – tutto l’immenso sgomento del male, e, insieme, la perversa ferita che lascia nel cuore.

fonte: Corriere della Sera, http://www.corrieredellasera.it