La lotta per un posto da 700 euro al mese “Sopravvivono solo gli amici dei kapò”

Tra i compagni del sindacalista morto “Ci controllano anche quando andiamo in bagno Facciamo straordinari che poi non ci pagano”
 Brunella Giovara
BIANDRATE (NOVARA) — Dice Nadir, che è pachistano ma ha girato «molte aziende, molta logistica italiana », che in questi posti ci sono «molte mafie. L’Italia è così, il vostro santo è Salvatore Giuliano, vero? ». Intorno ha un gruppetto di uomini sporchi e sudati. Un vento caldo fa rotolare le centinaia di bottigliette di acqua svuotate in questa giornata rovente, davanti ai cancelli del centro logistico della Lidl. Le bottiglie scintillano al sole, che ha già calcinato il sangue di Adil Belakhdim, l’uomo che spiegava le buste paga agli operai. A coprire, un velo sottile di sabbia, perché Adil ha sanguinato poco, prima di morire. Allora un altro dice: «Sai, ci sono i kapò, se gli stai simpatico lavori tranquillo, se no ti mandano via. Se sei amico, o parente, meglio». Se ti fai male, peggio per te, «ho un amico che ha un mal di schiena tremendo, per colpa dei troppi carichi, ed è a casa da due anni. Non so come faccia a vivere, ogni tanto gli telefono».
Mohamed, 35 anni: «So benissimo cos’è un kapò. Anche se sono un afgano, conosco la storia. Un kapò è uno come noi, ma ha un livello più alto. Comanda, è il tuo padrone diretto. Controlla quando vai in bagno, poi segna. Non puoi guardare il telefono, mai. Pranzi nella sala mensa, per mezz’ora che devi poi recuperare. Io sono stato ripreso una volta, eppure avevo chiesto la pausa. Ho preso il telefono dalla tasca e ho chiamato il mio amico per dirgli che ero in pausa, così potevamo vederci. È arrivato quello, mi ha detto “ti multo perché hai usato il telefono. Tu sei pagato per lavorare, non per telefonare”. Gli ho detto che ero in pausa, non c’è stato niente da fare. Così mi sono guadagnato la fama di ribelle ». La cosa gli è successa non alla Lidl ma in un’altra azienda, ma è un dettaglio. Tutti questi uomini parlano italiano benissimo, grazie ai colleghi di lavoro italiani, che gli spiegano le regole della grammatica e del lavoro, il “per favore” e il “grazie” e l’”eppure”, perciò uno domanda: «Per favore, puoi scrivere che durante il turno non posso parlare con nessuno? Posso solo ricevere i messaggi dalla talkmail». Spiega che è «un apparecchio che ci mettiamo alla cintura, poi abbiamo una cuffia auricolare da cui sentiamo l’ordine». Tipo: «Cento Cole, 200 biscotti. Tu devi preparare il bancale, che tutto stia bene in ordine, poi devi fasciarlo. Poi lo trasporti davanti alla porta, fuori c’è il camion che aspetta».
Uno nero, alto e magro, con la maglietta Lidl, quindi un lavoratore dipendente, spiega che «noi durante la pandemia ci siamo sacrificati. Abbiamo lavorato duro per soddisfare gli ordini. Poi sono arrivati i cento euro, per due volte. Una specie di premio di produzione. Ma dopo abbiamo capito che arrivavano dallo Stato italiano, non dall’azienda. L’azienda non ci ha dato niente». Uno, un italiano che si chiama Marco, in pantaloni corti e telefono agganciato alla cintura: «Ah sì? A me sono arrivati una volta sola, non due». Come tanti, fa il picking. Significa «selezione e prelievo dei materiali, tutti i magazzini sono così. Ma c’è fretta, sempre più fretta. Certe volte penso che stanno meglio i colleghi di Amazon. A occhio, li vedo stare meglio ».
C’è sempre un meglio, c’è sempre un peggio. Rahaman, dal Bangladesh, in Italia da 15 anni. «Scusa, giornalista, posso dire una cosa importante? Io sono dipendente di una coop, e lavoro per l’Esselunga. A me non pagano i permessi, mi fregano con le ferie, non pagano gli straordinari giusti. Secondo te l’Esselunga lo sa?». Anche lui è andato da Adil con una busta paga «incomprensibile. Il loro esperto, un tecnico, ha detto che non si capiva niente. Le buste paga sono difficili da capire, lo sappiamo tutti», e allarga lo sguardo agli altri che sono rimasti a presidiare il piazzale vuoto. Altri sono andati a Novara, a manifestare davanti alla Prefettura. Qualcuno è rimasto qui, basta fare pochi passi e si arriva alla striscia di sabbia, qui è successo «l’omicidio, come lo definiresti tu, che lavori in un mondo normale, e hai una busta paga vera?». A gruppetti, gli uomini vanno a vedere il posto esatto in cui Adil è morto. Uno piange, un altro lo abbraccia. Seduti su una vecchia Mercedes, ci sono alcuni parenti del morto, che accettano le condoglianze di tutti, e ringraziano.
«Il contratto dice: 100 ore. Ma questo vuol dire guadagnare 700/800 euro, con il turno della mattina. Con questa cifra non è possibile vivere. La busta paga, poi, arriva 15 giorni dopo». Amir, pakistano. «Cinque figli da mantenere al paese, più una moglie, mia madre, i fratelli. Io sono responsabile di una famiglia, riesco a mandare a casa 300 euro al mese. Me ne restano 350, anche 400, dipende dal mese. Devo pagare una stanza, in una casa che divido a Novara con altri tre amici compaesani. Mangio poco, guarda come sono magro. Noi cuciniamo riso e pollo, nient’altro. Posso fare gli straordinari, certo. Ma poi nella busta non li vedo. Questo è il motivo per cui questa mattina siamo venuti qui a protestare: buste paga chiare, tanto per cominciare». Amir, peraltro, spiega che di tutta la merce che carica e scarica, «la maggior parte io non me la posso permettere. Noi compriamo nei nostri negozi. Merce scadente, però mangiamo. La carne? Bisogna farla cuocere tanto, perché non sia pericolosa. Così, con questo regime — e dice proprio regime — non vivi e non muori. Sopravvivi».
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