La divisa e la fondina nella foto scattata dalla studentessa durante il rapporto.

Avevano bevuto e non poco le due ragazze quel mercoledì sera che ha cambiato il corso della vacanza-studio in Italia che sognavano da tanto tempo. L’hanno ammesso loro stesse davanti alla polizia e poi davanti alla pm Ornella Galeotti e al procuratore aggiunto Rodrigo Merlo. Vino e limoncello a cena, poi vodka lemon al Flò. Cena a Santo Spirito, risate con le amiche e balli scatenati in discoteca su quella terrazza incantevole che domina Firenze. Il troppo alcol non ha però impedito a una delle due ragazze di scattare una foto durante il rapporto sessuale con il carabiniere che lei ha accusato di stupro. Una foto scattata sul pianerottolo di casa, in cui si vedono chiaramente la divisa del militare e la fondina della pistola d’ordinanza. Si tratta di un tassello importante per la credibilità del racconto perché nella foto c’è l’ora in cui è stata scattata e perché lei l’ha consegnata agli inquirenti ben prima che il carabiniere andasse a raccontare la sua versione in Procura.

Quell’immagine è adesso finita agli atti dell’inchiesta sul presunto stupro. A consegnare il telefonino in Procura è la ragazza di 21 anni, quella che ha raccontato più dettagli della serata perché aveva bevuto meno. Lei, dopo essere scesa dall’auto dei carabinieri parcheggiata sotto casa, sarebbe salita a piedi fino al terzo piano sorretta da uno dei due militari mentre l’amica che non si reggeva in piedi, aiutata dall’altro carabiniere, sarebbe entrata nell’ascensore dove sarebbe avvenuta l’altra violenza.

La ragazza che era nell’ascensore ha detto di non ricordare quasi nulla di quello che è accaduto. Entrata in casa — hanno confermato le amiche con cui condivideva l’appartamento — è addirittura svenuta mentre l’altra, tra le lacrime, ha iniziato a raccontare quello che era accaduto.

È scattato così l’allarme prima alla tutor della scuola, poi al 118 che ha allertato la polizia. Ed è cominciato allora l’inspiegabile «tour» degli ospedali: le due ragazze vengono prima portate all’ospedale di Santa Maria Nuova, poi a Torregalli, poi di nuovo a Santa Maria Nuova, infine a Careggi dove viene attivato il «codice rosa», il meccanismo previsto in caso di violenza sessuale.

Quello che è certo è che i referti medici evidenziano un rapporto sessuale recente ma non una violenza sessuale dal momento che sul corpo delle ragazze non ci sono lividi, né graffi, non avendo entrambe reagito. «Non abbiamo urlato perché non eravamo in grado di farlo» hanno ammesso. «Non mi sono resa conto subito di quello che mi stava accadendo» ha detto la ragazza più lucida, quella che, pur avendo bevuto tanto, è riuscita a scattare la foto di nascosto ma anche a riconoscere il giorno dopo il suo aggressore in foto. «Sono in grado di riconoscerlo di persona», ha confermato di fronte ai magistrati.

Il racconto delle ragazze comincia dalle 2.30 della notte tra mercoledì e giovedì quando la centrale dei carabinieri manda tre pattuglie al Flò per una rissa. L’intervento si conclude dopo pochi minuti, la musica continua ad andare, le due ragazze, già barcollanti per aver bevuto troppo, decidono che è ora di tornare a casa. Chiedono a una ragazza italiana di chiamare un taxi, ma lei dopo alcuni tentativi spiega che non ci sono macchine disponibili.

È a quel punto — raccontano le ragazze — che si avvicina uno dei due carabinieri e si offre di chiamare lui il taxi. Si fa dare il cellulare da una delle due ed esce dal locale per fare la telefonata. La ragazza prova a raggiungerlo fuori ma un buttafuori la ferma: «Con il bicchiere non si può uscire». Così lei rientra e attende che il militare le riporti il telefonino. Passano pochi secondi: il carabiniere le dice che non ci sono taxi disponibili. «Però possiamo accompagnarvi noi a casa se volete». Nelle loro orecchie risuona quel messaggio sentito e ripetuto a scuola dal primo giorno dell’arrivo a Firenze: «Attenzione a chi frequentate, fidatevi solo di polizia e carabinieri». E loro quella sera hanno fatto proprio quello: si sono fidati di chi indossava una divisa.

antonella.mollica@rcs.it