La “città santuario” che rende diverso il Texas

Quando viene menzionato lo stato del Texas, l’immaginario che solitamente viene evocato è una distesa di terre aride, ranch, bandiere sudiste e armi da fuoco. La realtà non è tanto diversa da questa rappresentazione stereotipata.

In Texas chiunque abbia compiuto 21 anni può comprare una pistola, un fucile, armamenti militari, silenziatori o mitragliatrici. I cappelli da cowboy, come quelli indossati da George W. Bush Jr. (che però è originario del Connecticut) abbondano, così come le bandiere: statunitensi, texane e degli Stati confederati d’America. Se gli Stati uniti vantano il primato mondiale per il tasso di popolazione che finisce dietro le sbarre (724 persone ogni 100 mila abitanti), il Texas è lo stato dove si trova la popolazione carceraria più grande del paese (157 mila detenuti). Negli ultimi 50 anni, in Texas, sono state “giustiziate” più di 500 persone, quasi un terzo di tutte le condanne a morte eseguite negli Stati uniti nello stesso periodo. Sempre in Texas, gli impiegati pubblici non possono né scioperare né organizzarsi per negoziare collettivamente le loro condizioni contrattuali.

Queste statistiche descrivono lo «Stato dalla Stella Solitaria» come una perfetta dittatura capitalista. Dal 1995, infatti, il Texas è uno Stato “rosso”, che negli Stati uniti significa repubblicano, cioè governato ininterrottamente da conservatori come George Bush Jr., Rick Perry e Greg Abbott.

QUESTO QUADRO REAZIONARIO incomincia, però, a mostrare delle crepe. I flussi migratori provenienti dal Messico stanno modificando la demografia dello stato. Gli ispanici, sono ormai diventati l’etnia maggioritaria, rappresentando il 47% della popolazione texana. Il predominio della destra repubblicana si sta gradualmente trasformando in un leggero margine di vantaggio: si è passati dal +16 del 2012 (Romney vs Obama) al + 9 del 2016 (Trump vs Clinton), alle nuove proiezioni che danno un vantaggio di 2 punti per Trump in un possibile scontro con Bernie Sanders.

Proprio Sanders è dato come favorito (24%) come candidato democratico nelle prossime elezioni primarie che si terranno qui il 3 marzo, durante il cosiddetto Super Thursday. Quello che potenzialmente potrebbe diventare il presidente più radicale della storia degli Stati uniti sembra in procinto di ricevere la benedizione degli elettori democratici proprio nell’enclave conservatrice texana. Uno stato dove sono in ballo ben 261 delegati da mandare alla convention democratica che a giugno eleggerà il candidato alla presidenza.

TRA LE NUOVE TENDENZE, o per meglio dire sacche di resistenza, nel profondo Texas, c’è la capitale dello Stato, nonché una delle cosiddette “città santuario”, Austin. Città Santuario è una terminologia nata negli anni ’80, quando scoppiarono conflitti sanguinari in El Salvador e Guatemala, in seguito alle destabilizzazioni promosse dagli Usa, e migliaia di esuli si rifugiarono negli Stati uniti. Il governo statunitense, però, negava le richieste di asilo, così chiese e sinagoghe si aprirono per dare rifugio ai migranti. Successivamente, alcune città come San Francisco, Chicago, Philadelphia, New York, incominciarono a emanare delle delibere per garantire un “porto sicuro” ai rifugiati. Le città santuario, tra cui oggi figura anche Austin, si sono opposte alle politiche anti-migranti dell’epoca, alle violazioni della privacy figlie della guerra al terrorismo di Bush Jr. e Obama e, negli ultimi 4 anni, si sono rifiutate di collaborare con I.C.E., il dipartimento che si occupa di dare la caccia ai migranti irregolari.

Secondo Myriam, operatrice di Casa Marianella, il centro di accoglienza per migranti senza documenti di Austin, la narrazione della “città santuario” è funzionale, perché lancia un messaggio ai governi federali: «Qualunque cosa accada, qui a Austin verranno tutelati i diritti umani». A Casa Marianella alloggiano migranti provenienti dall’America centrale e dall’Africa (soprattutto Eritrea, Congo, Angola e Camerun). Gli africani, ci spiega Myriam, attraversano l’Atlantico fino in Brasile e da lì iniziano a percorrere tutta l’America latina via terra. Un viaggio che dura tra gli 8 e i 10 mesi, pieno di insidie, estorsioni e pericoli. Molti rimangono bloccati a Tapachula, al confine tra Guatemala e Messico, per diversi mesi.

L’AMMINISTRAZIONE TRUMP ha fatto pressione sul governo messicano, minacciando di mettere dei dazi sulle esportazioni (l’export negli Usa rappresenta il 70% delle esportazioni messicane), affinché accettasse di bloccare i migranti alla sua frontiera meridionale, “esternalizzando” di fatto il muro di Trump. Inoltre, con l’applicazione del Mpp (Protocollo di protezione migranti), meglio conosciuto come «Rimani in Messico», le autorità statunitensi possono deportare i migranti in Messico, senza rispettare il diritto internazionale dei richiedenti asilo di poter aspettare una risposta dalle autorità giudiziarie in un terzo paese sicuro. Con l’Asylum Transit Ban, invece, Trump ha di fatto quasi annullato le possibilità di ricevere lo status di ayslee (asiliato), ai migranti che arrivano alla frontiera statunitense transitando per un terzo paese, ovvero, per forza di cose, il Messico.

I fortunati che riescono ad arrivare qui a Austin, possono fermarsi a Casa Marianella per tre mesi, durante i quali vengono aiutati a trovare un lavoro e una casa, e possono godere dei piani di assicurazione medica per le fasce svantaggiate, come MedicAid e MediCare. Secondo Myriam, la comunità locale è favorevole all’ospitalità dei migranti e i vicini partecipano donando oggetti e vestiti o realizzando opere artistiche per abbellire le casette a schiera dove vivono gli ospiti di Casa Marianella.

I DIRITTI DEI MIGRANTI non sono l’unico tema per cui si lotta ad Austin, esiste anche, e soprattutto, una problematica di giustizia razziale. Secondo Margaret X, nome in codice di un’attivista di Black Lives Matter Austin, la popolazione afroamericana della capitale texana sta pian piano scomparendo. «Ci stanno spingendo sempre più all’infuori della città e ora siamo meno del 6% della popolazione». Camminando per East Austin, la parte della città divisa dall’Interstate 35, che collega il Messico con il Canada, si vedono murales che raffigurano attivisti neri e ristoranti soul food, la tradizione culinaria degli afroamericani del sud. Qui a Est, sono state marginalizzate le minoranze etniche della città nel corso dei decenni. Oggi boom immobiliare e gentrificazione, accentuata dai giovani hipster che si avventurano al di là del ponte della I-35, stanno mettendo in pericolo la sopravvivenza della comunità afroamericana. Alla speculazione economica si aggiunge la persecuzione giudiziaria e la violenza delle forze dell’ordine.

Austin, , il muro recentemente consacrato a Kobe Bryant da Black Lives Matter

Secondo Margaret, le cause dell’alto numero di episodi di police brutality, omicidi perpetrati dalla polizia, arresti e condanne al braccio della morte ai danni di afroamericani è dovuto a un sistema di discriminazione etnica che pervade il sistema giudiziario statunitense: che parte dai giudici, passa per i membri della giuria durante i processi e arriva fino agli ufficiali di polizia.

AUSTIN, CON I SUOI CONTRASTI, rappresenta le contraddizioni di uno Stato, il Texas, con la più amplia popolazione rurale del paese e con le metropoli che registrano i più alti tassi di crescita negli Stati uniti. Qui a Austin, i magnati del capitalismo digitale come Facebook, Apple, Google e Amazon, stanno aprendo le loro succursali. Nella città santuario, dove il motto storico è Keep it Weird, «continua a essere strano, diverso», convivono leggi autoritarie, speculazione finanziaria, ma anche esperienze di solidarietà e lotta radicale che, a prescindere dai prossimi risultati elettorali, promettono di mantenere accesa una speranza di giustizia nel cuore dell’Impero.

 

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