Il simbolico costa poco.

 

più bandiere che risultati
Grazie alla prevalenza del simbolico, i due partiti di governo riescono a placare le inquietudini di un elettorato potenzialmente deluso dalla mancanza di risultati concreti. Il simbolico costa meno. Le promesse elettorali costano di più. E per arginare l’onda della disillusione si punta sul senso identitario. Si sventolano le bandiere, che danno il senso di un esercito in marcia.
Con la promozione del «decreto dignità» i 5 Stelle coprono sul piano simbolico il lato «sinistro» della coalizione. In una parte dell’elettorato frastornato dall’oltranzismo securitario e mediaticamente debordante dell’alleato di destra, quel pacchetto simbolico è un balsamo e una compensazione: finalmente si parla di lavoro, di precarietà, si riallaccia un filo con un sindacato che sembrava relegato nel recinto dell’irrilevanza, si assesta un colpo al predominio «neo-liberista», eccetera. Il costo complessivo di quel decreto fortemente voluto da Luigi Di Maio? Si vedrà. Ma intanto, aspettando tempi più propizi, si vede certamente che con quel decreto sarà minimo o inesistente l’aggravio sui conti pubblici: il vero santuario inviolabile, custodito con fare arcigno dal ministro dell’Economia Tria, che non maneggia simboli ma denaro pubblico. Sul lato «destro», aveva smosso il piano simbolico con maestria da primato il ministro e leader della Lega Matteo Salvini. Il grande agitarsi sull’immigrazione macina consensi in un elettorato scosso dai temi della sicurezza, crea coesione, alimenta consenso, dà il senso di una grande battaglia in Europa per restituire «peso» (simbolico) all’Italia. Ma costa relativamente poco, o comunque molto di meno di quanto costerebbe un’applicazione anche se non integrale dei principali provvedimenti che in campagna elettorale hanno alimentato speranza nella parte dell’elettorato che, sia pur da sponde talvolta opposte, ha dato il suo consenso ai due partiti del nuovo governo.

Eventuali malumori, primi accenni di disillusione, primi dubbi sull’operato del governo possono essere silenziati dalla prevalenza del simbolico. Per dire, il reddito di cittadinanza, la vera bandiera che è stata impugnata dai 5 Stelle regalando al movimento di Grillo il plebiscito in tutto il Mezzogiorno, costa troppo, bisogna aspettare, non si possono sfasciare i conti. Da qui la sostituzione simbolica con una legge certamente importantissima sul mercato del lavoro ma infinitamente meno onerosa. Per dire, la revisione radicale della riforma Fornero sulle pensioni, il vero bersaglio della guerra santa salviniana, oggi graverebbe sui conti in maniera rilevantissima, anche nella versione più blanda sinora avanzata. Cosa di meglio che un braccio di ferri simbolico con il presidente dell’Inps, destinato a fare la figura del «cattivo» che vuole sacrificare i giusti diritti dei pensionati e soprattutto dei pensionandi? E ancora di più per la flat tax, il provvedimento rivoluzionario sul piano fiscale la cui popolarità verso ampi strati dell’elettorato (altro che provvedimento per pochi nababbi) una sinistra ancora attardata su vecchi schemi non riesce a comprendere. Niente, per quest’anno non se ne parla. Costa troppo. E allora la prevalenza del simbolico attenua la delusione, rinnova l’atmosfera della «luna di miele», crea aspettative non ancora appagate. Un po’ sulla destra e un po’ sulla sinistra, come è necessario in una coalizione di governo così composita, il simbolico prende il sopravvento sul concreto, il materiale, il quantificabile. Una tregua con un elettorato inquieto, ma ben protetto su ambedue i lati dai provvedimenti simbolici sull’immigrazione e sul lavoro. Guadagnando tempo.

Pierluigi Battista

Corriere della Sera – 
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