Il senso di Banksy per il copyright

È l’artista più irriverente e libertario. Ma ora ha un’agenzia e un team legale per arginare i falsi e gestire un’eredità complessa
di Scott Reyburn
Asinistra, l ’Autoritratto con berretto rosso di Rembrandt, cupamente introspettivo. A destra, dietro uno schermo di vetro protettivo, la Girl with Balloon (ragazza col palloncino) di Banksy, il dipinto finito nei notiziari di tutto il mondo per la clamorosa autodistruzione avvenuta durante un’asta: la tela sfilacciata ora pende inerte dietro la sua elaborata cornice dorata. Con il suo nuovo titolo, Love is in the Bin (l’amore è nel cestino), il risultato di quella che molti considerano la più spettacolare di tutte le trovate di Banksy è stata esposta per quasi un anno alla Staatsgalerie di Stoccarda, in Germania.
Il quadro danneggiato è il fermo immagine di quel momento, al termine di un’asta del 2018, quando, in mezzo alle esclamazioni di stupore dei partecipanti, il dipinto, che era appena stato venduto per 1,4 milioni di dollari, è scivolato attraverso un meccanismo tritacarte controllato a distanza, poi si è bloccato a metà strada. Sotheby’s era stata “banksyzzata”. La cosa paradossale è che gli esperti del mercato ora considerano l’opera ancora più preziosa, perché commemora una famosa trovata di Banksy pensata per portare alla luce gli eccessi del mercato dell’arte.
In questi undici mesi, secondo i dati forniti da Charlotte Mischler, la responsabile della comunicazione del museo, la Staatsgalerie ha attirato 180 mila visitatori, circa il doppio del consueto; negli ultimi giorni, per far fronte alla domanda di biglietti, è rimasta aperta fino alle dieci di sera.
È un cambiamento non da poco: quindici anni fa Banksy, giovane street artist emergente di Bristol, introduceva di nascosto le sue opere nei musei come scherzo; ora le sue opere sono le star ufficiali dello spettacolo, con tanto di tour guidati e conferenze. Nulla è accaduto per caso. L’ascesa incessante dell’artista inglese è il risultato di anni di controllo meticoloso del messaggio, del mercato e, cosa più importante di tutte, del suo alone di mistero. Steve Lazarides era l’agente, fotografo e collaboratore dell’artista nei suoi anni di formazione, e aprì una galleria commerciale a Londra che rappresentò Banksy dal 2006 al 2008. In una recente intervista, ha detto che l’artista è «un maniaco del controllo assoluto, fino all’ultimo dettaglio».
Banksy ora non ha nessuna galleria che lo rappresenti, ma vendendo con discrezione per milioni di dollari opere originali a collezionisti privati selezionati finanzia le sue imprese graffitare e progetti ambiziosi su più larga scala, come Dismaland, il finto parco di divertimenti costruito come installazione temporanea nel Sud dell’Inghilterra, e il Walled Off Hotel, spazio espositivo più negozio di vernice spray più albergo con nove stanze a Betlemme.
Banksy nel 2008 ha creato anche la Pest Control, un’agenzia che ha il compito di autenticare le opere e impedire che spuntino sul mercato falsi. I mercanti d’arte e le case d’aste rispettabili ormai vendono solo opere di Banksy certificate dalla Pest Control. La mano invisibile dello street artist può esercitare un’influenza pure sulle aste. A ottobre, quando i politici inglesi erano ancora in pieno stallo sulla Brexit, molte persone hanno sospettato che Banksy non fosse estraneo alla tempestiva messa all’asta del suo dipinto del 2009 Delvolved Parliament (Parlamento devoluto). Offerto da un collezionista privato rimasto anonimo, il dipinto mostra un animato dibattito nel Parlamento inglese condotto interamente da scimpanzé. Il team di Banksy ha negato qualsiasi coinvolgimento. Il dipinto è stato venduto senza incidenti per la cifra record di 12,1 milioni di dollari, più di sei volte la quotazione massima raggiunta da un’opera dell’artista in passato. Il mercante d’arte londinese Acoris Andipa, specializzato in opere di Banksy, ha fatto notare che Devolved Parliament era stato promosso sull’account Instagram dell’artista a marzo. «Sembra inconcepibile che un’opera possa arrivare a quella cifra senza qualche tipo di coinvolgimento dell’artista». Fuori dalle case d’asta, Banksy usa gli accordi di riservatezza e le leggi che tutelano i marchi registrati per mantenere il suo anonimato e la singolarità della sua visione creativa. «Fa firmare a tutti quelli che lavorano a progetti come Dismaland un accordo di riservatezza», dice Enrico Bonadio, docente di diritto alla City University londinese. «Usa moltissimi avvocati». Recentemente i rappresentanti dell’artista hanno cominciato a usare le leggi dell’Unione europea sulla tutela dei marchi per stroncare la commercializzazione di imitazioni. L’artista che una volta dichiarò, in uno dei suoi murales, che «il copyright è una cosa da perdenti» ora non sembra disposto ad accettare che altri traggano profitto dal suo lavoro. I suoi legali gli consigliano di creare e commercializzare direttamente il suo merchandising: sarebbe la risposta più efficace, perché dimostrerebbe che usa i suoi marchi registrati per un’attività commerciale. Il risultato è stato il Gross Domestic Product, un negozio online di breve durata che vendeva 22 prodotti scherzosi. Gli articoli erano visibili anche in una vetrina temporanea comparsa in un sobborgo di South London a ottobre e poi sparita due settimane dopo.
Il curatore e critico Francesco Bonami, che ha selezionato le opere per la Whitney Biennial del 2019, non è sorpreso. «I grandi artisti, per come la vedo io, sono quelli che inventano un linguaggio e una grammatica », dice. «Banksy non lo ha fatto. La sua è più una campagna pubblicitaria che arte». Mike Snelle, alias Brendan Connor del duo di artisti Connor Brothers, dice che l’eredità di Banksy non saranno tanto le stampe delle sue opere, quanto la follia originale di progetti come Dismaland e Gross Domestic Product. «Non mi viene in mente un artista paragonabile a lui per la portata di quello che fa», dice Snelle. «Per finanziare quei progetti servono cifre enormi. Lui è felicissimo di far seguire alle parole i fatti, quando si tratta delle cose in cui crede».
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