Il ritorno dell’arte che faceva Zang Tumb (non abbiate paura).

Il progetto all’origine di Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943 , la prossima mostra milanese della Fondazione Prada, deve molto anche a chi (e a che cosa) l’ha preceduto negli spazi milanesi di largo Isarco: e, dunque, a Carne y Arena , esperienza di realtà virtuale full-immersion pensata da Alejandro Iñárritu «per far provare agli spettatori la dura realtà dei migranti tra Messico e Stati Uniti».

Perché questo viaggio nell’Italia dopo la Prima guerra mondiale immaginato dal curatore Germano Celant cerca prima di tutto di avvicinare il più possibile arte e società. Non attraverso una sequenza di capolavori asettici nella loro unicità, piuttosto il tentativo di riportare ogni opera (oltre 500 tra dipinti, sculture, disegni, fotografie, manifesti, arredi, progetti e modelli architettonici firmati da più di cento autori) al centro del proprio tempo. E questo avviene da domenica 18 febbraio, grazie a una sorta di realtà virtuale realizzata a colpi di rendering, fotografie, libri e documenti, inediti e no.

Sarà così possibile, ad esempio, rimettere al «posto giusto» il Dinamismo di un foot-baller (1913) di Umberto Boccioni, opera simbolo dell’esposizione che si apre sempre nel segno di Marinetti con il suo Ritratto psicologico realizzato da Fortunato Depero. A fianco dell’opera, un grande olio su tela di quasi due metri per due prestato per l’occasione dal Moma di New York, ci sarà un rendering fotografico ricavato da riviste dell’epoca che presenta Filippo Tommaso Marinetti nella sua casa in compagnia di una cameriera e con alle spalle il Dinamismo , ma adeguatamente renderizzato e colorato. Un modo anche per evitare le polemiche che accompagnarono nel 2011 Caos e classicismo , mostra curata da Kenneth Silver per il Guggenheim e dedicata proprio all’arte in Francia, Italia, Germania e Spagna tra 1918 e 1936. Che il «New York Times» aveva all’epoca criticato per la sua asetticità e «per aver tentato di falsificare la storia», parlando di «sale che grondavano sangue».

Storia reale e non più soltanto storia dell’arte. Una storia fatta di capolavori (Balla, Boccioni, de Chirico, Savinio) ma anche di grandi rassegne pubbliche come la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma, delle quali sono ripercorse le principali edizioni dell’esposizione veneziana dei due decenni, evidenziando i momenti chiave legati al «riconoscimento internazionale» di figure come Wildt, Casorati, i futuristi, Carrà, il gruppo dei Sei di Torino e i pittori italiani di Parigi riuniti nella mostra Appels d’Italie , Sironi, Martini e gli esponenti dell’Aeropittura. «Non ho voluto — spiega Celant — che le opere esposte dialogassero solo tra loro ma che fossero invece costantemente connesse con il contesto spaziale, temporale, sociale e politico per cui erano state create, messe in scena, vissute, interpretate dal pubblico dell’epoca». Un’epoca, quella tra il 1918 e il 1943, caratterizzata in Italia dalla crisi dello Stato liberale e dall’affermazione del fascismo, «nonché da una costante interdipendenza tra ricerca artistica, dinamiche sociali, attività politica». Tra i sottintesi della mostra c’è così quello legato alla stessa definizione di «libertà dell’artista». Rispetto a un regime che, comunque, poteva assicurare loro la possibilità di lavorare e di essere visti. In Italia e all’estero.

Di questo stesso regime l’esposizione (il titolo è uno dei tanti omaggi a Marinetti) documenta la pluralità di ambienti e situazioni locali (atelier, musei, Biennali, architetture, città) per cui dipinti, sculture, disegni — ma anche mobili e oggetti di design — erano stati concepiti, ma anche la voglia di internazionalità. Come nel caso della mostra Das junge Italien alla Nationalgalerie di Berlino (1921) in cui vengono presentati lavori di Giorgio Morandi. O della «Maison Rosenberg» a Parigi, della quale viene invece proposta la ricostruzione della Sala dei Gladiatori , concepita e realizzata nel 1929 da Giorgio de Chirico, all’interno dell’abitazione di Léonce Rosenberg, mercante e gallerista. Un’internazionalità che voleva dire promozione e propaganda dell’arte italiana all’estero, grazie anche alle opere di Casorati, Pirandello e Tosi presenti in diverse edizioni del Carnegie International di Pittsburgh. O alla mostra L’Art italien des XIXe et XXe siècles al Jeu de Paume di Parigi (1935).

All’architettura il compito di chiudere il percorso. Un’architettura sempre in bilico tra «il ritorno all’ordine di un glorioso passato e l’esibizione di fiducia nel futuro e nell’innovazione». Qui indagata attraverso i progetti di Giovanni Del Debbio, Figini e Pollini, Adalberto Libera, Giovanni Muzio, Marcello Piacentini, Gio Ponti, Carlo Scarpa, Giuseppe Terragni e gli architetti dello studio Bbpr. E tre progetti particolarmente innovativi come la Casa del Fascio a Como di Terragni; il Palazzo di Giustizia a Milano di Piacentini (che al suo interno accoglie opere di Carrà e Sironi); il Palazzo Liviano di Padova realizzato da Ponti e decorato da un’ampia pittura murale di Massimo Campigli e un’imponente statua di Arturo Martini.

Nel Podium sarà rievocato l’imponente progetto dell’ E42 promosso da Mussolini su spinta dell’allora governatore di Roma, Giuseppe Bottai, «massimo esempio dell’ambizione artistica e architettonica del fascismo».

Il lavoro di preparazione della mostra è durato oltre due anni. E, certo, scatenerà discussioni e polemiche più ideologiche che artistiche («Prima di loro abbiamo comunque ospitato qui le personali di Golub, Westermann e più in generale della Chicago School, artisti definibili come comunisti»). Anche per la scelta di avere voluto mettere rievocazioni, materiali di archivio, cataloghi, fotografie e documenti storici sullo stesso piano di capolavori riconosciuti come la Natura morta (1910) di Morandi o la Famiglia del pastore (1929) di Sironi. Tra gli effetti probabili c’e da aspettarsi, come accadde dopo Italian Futurism al Guggenheim di New York nel 2014, una rinnovata attenzione del mercato verso i futuristi e i loro contemporanei.

Si tratta di un mercato che vede i collezionisti americani in prima linea. Nel 2017 hanno raggiunto quota 500 mila euro, da Sotheby’s a Londra, un’ Astrazione di Gino Severini del 1918, e 65 mila euro le Forze spaziali di Giacomo Balla del 1925 (da Christie’s sempre a Londra). Dell’interesse verso questo momento sono testimonianza, d’altra parte, anche la mostra sull’ Illustrazione tra le due guerre (al Museo Salce di Treviso, fino all’8 marzo) e quella sul Primo Novecento (al Museo Revoltella di Trieste, fino al 2 settembre).

Non sarà un itinerario a senso unico. Al contrario verrà scandito da approfondimenti tematici dedicati a intellettuali e scrittori (Piero Gobetti, Curzio Malaparte, Alberto Moravia, Luigi Pirandello e Lionello Venturi) che hanno svolto un ruolo di critica e di opposizione silenziosa al fascismo. O che, invece, hanno rivendicato un sostegno più o meno convinto al regime. La mappatura ideale non esclude, dunque, gli opposti, ma vuole «ridare dignità a un periodo ingiustamente censurato in cui coesistono avanguardia e tradizione, utopia e realismo, modernità e ritorno all’ordine». A ricordare che l’Italia tra 1918 e ’43 non è stata solo «arte di regime», nella mostra della Fondazione Prada ci saranno poi le tensioni sociali e le vicende tragiche di prigionieri politici e oppositori raccontate dai disegni e dalle lettere dal carcere di Carlo Levi e Aligi Sassu, dalla Crocifissione di Guttuso (vincitrice nel 1942 del Premio Bergamo, nonostante la censura), dal Dux disegnato nel 1943 da Mino Maccari. Per riportare, ancora, l’arte al centro del proprio tempo. Nel bene e nel male.

 

Domenica 11 Febbraio 2018, La Lettura. www.corriere.it/la-lettura/