Il Punto 17.03.20

Con i numeri stimati dal governo e un confronto con la Cina, facciamo qualche previsione su cifre e durata del coronavirus in Italia. Ricordando che i dati ufficiali non vedono i contagiati asintomatici. E che abbiamo davanti almeno due mesi di quarantena. In Sud Corea hanno fatto il test per il Covid-19 a 3.700 individui per milione di abitanti, in Italia 800, negli Usa 23. Da qui si vede l’inadeguatezza della risposta Usa alla pandemia. In un sistema che lascia senza copertura assicurativa quasi 30 milioni di persone povere, il poco che si muove adesso arriva con grave ritardo. La storia si ripete: anche nell’era della globalizzazione digitale, come già 1500 anni fa i virus circolano lungo le rotte del commercio. E la quarantena rimane un argine efficace. Come si può verificare con alcuni calcoli che mettono in relazione la diffusione del contagio e la sua diminuzione quando si adottano misure adeguate. Da non abbandonare troppo in fretta se no si ricomincia da capo.
C’è il rischio che l’assenza di liquidità delle imprese causata dalla crisi da virus si trasformi in casi di insolvenza e si trasmetta alle banche. E che queste ultime perdano la fiducia del pubblico. Perciò è necessaria una credibile assicurazione europea sui depositi. In questi tempi di emergenza sanitaria tutte le imprese che possono chiedono ai dipendenti di lavorare da casa. Ma lo smart working c’era già prima, seppure in pochi segmenti del mondo del lavoro, e una ricerca fatta su esperienze di questo tipo dice che mediamente i lavoratori lo gradiscono e la produttività non cala.
Prima il populismo, ora questa crisi: tutto congiura per mettere in soffitta le ideologie. Ma uno studio su 19 paesi Ocse mostra che le differenze tra destra e sinistra ci sono, soprattutto in tema di spesa sociale e politiche del lavoro. Gli effetti però si possono vedere solo nel lungo periodo.

La Cina è il modello per capire l’evoluzione del coronavirus anche in Italia. Lì ci sono voluti circa due mesi di rigida quarantena per batterlo. Da noi significa quindi guardare alla prima metà di maggio per la fine dell’emergenza.

A che punto siamo secondo il governo

Nel mezzo di una crisi senza precedenti come quella del coronavirus prevalgono smarrimento e ansia determinati dall’incertezza. È quindi importante che le istituzioni forniscano ai cittadini informazioni e previsioni sulla presumibile evoluzione nella diffusione dell’epidemia. Come riporta Marzio Bartoloni su il Sole 24 Ore, una stima del governo (estrapolata dalla relazione tecnica al terzo decreto sull’emergenza) sulla data e sul livello di contagiati indica: “92 mila contagiati dal coronavirus fino a fine aprile e oltre 360 mila in quarantena con il picco dei contagi atteso intorno al 18 marzo”. Si tratta di previsioni formulate in base ai dati del ministero della Salute relativi “all’andamento dei contagi fino all’8 marzo e ipotizzando un andamento futuro dei contagi giornalieri come dal grafico seguente, elaborato considerando un raddoppio dei contagi in circa 3 giorni fino a metà marzo e successivamente un graduale calo dovuto alle misure di contenimento varate dal governo. uesto andamento porterebbe ad un numero di soggetti contagiati complessivi pari a circa 92 mila”. Se a questo si unisce l’ipotesi che “per ogni nuovo contagio vengano messe in quarantena con sorveglianza attiva o in permanenza domiciliare fiduciaria 4 persone” si arriva alla stima di 390 mila persone in quarantena. Se poi, confermati i 92 mila contagi complessivi, si fosse in presenza di una percentuale di decessi del 3 o 4 per cento, le morti da coronavirus potrebbero essere in tutto oltre 3 mila.

Grafico 1


Fonte: il Sole 24 Ore, 13 marzo 2020.

Occhio agli indicatori

Dal testo citato sembra di capire che il governo tiene d’occhio la variazione nel numero dei contagiati come indicatore principale. Si prevede che l’indicatore aumenti fino al 18 marzo compreso, quando la crescita si dovrebbe azzerare, in corrispondenza del livello di circa 4.300 contagiati giornalieri e 36.922 totali. Da lì in poi, la variazione dovrebbe gradualmente decrescere verso lo zero, fino a raggiungere il livello di 92 mila contagiati totali nei successivi 45 giorni.

I casi registrati di coronavirus sono però un numero minore di quelli effettivi. Per capire se una persona ha il virus bisogna sottoporla a tampone faringeo che però – lo ha deciso il governo – si fa solo a quelli che manifestano sintomi e a chi è stato a contatto con pazienti positivi. I quasi 140 mila tamponi effettuati finora in Italia con questa regola hanno “prodotto” un numero di contagiati pari a 27.980 (dati al 16 marzo): circa uno su cinque.

Sono stati fatti “tanti” o “pochi” tamponi? Il confronto con un altro paese ugualmente in prima linea nella battaglia contro il virus come la Corea del Sud mostra che l’Italia di tamponi ne ha fatti pochi sul totale della popolazione. Fino al 15 marzo, i coreani hanno eseguito 274.504 tamponi su 51 milioni di abitanti (il 3 per cento è risultato positivo), cioè un paese con meno abitanti dell’Italia ha fatto il doppio dei tamponi. È quindi facile immaginare che da noi ci sia in giro un elevato numero di contagiati asintomatici che non sono stati sottoposti all’analisi e che hanno potuto contagiare altre persone, continuando a condurre la loro più o meno normale vita sociale.

È proprio la presenza di contagiati asintomatici a rendere il virus contagioso sottotraccia e a rendere necessaria la quarantena in cui tutta l’Italia è ora ingabbiata. Sarà un caso, ma in Corea il tasso di mortalità (misurato come numero di morti da coronavirus diviso per il totale dei contagiati misurati) è lo 0,91 per cento, mentre da noi è arrivato – sempre il 16 marzo – al 7,7 per cento, una percentuale che non si trova in un nessun altro paese del mondo. Dato che la sua sequenza genetica non risulta essere tanto mutevole da rendere il virus più mortale in alcuni paesi rispetto ad altri (i virologi ne discutono), la reale mortalità del coronavirus misurata come rapporto morti-contagiati effettivi dovrebbe essere più o meno uguale ovunque. In effetti anche in Cina fuori dall’Hubei (la regione di Wuhan, epicentro dell’epidemia), i morti sono stati 119 per 13.254 casi (fonte: Organizzazione mondiale della sanità, dati 15 marzo), pari allo 0,9 per cento. Come dire che per l’Italia è possibile che sia la sottostima nel numero dei contagiati – il denominatore del rapporto – a far salire il tasso di mortalità. A titolo di esempio (la mortalità infatti varia in base all’età media della popolazione del paese, in un range tra 1 e 2,5 per cento), se il tasso di mortalità della Corea e della Cina (non Hubei) fosse quello “vero” da applicare all’Italia, vorrebbe dire che al 16 marzo in Italia c’erano 235 mila contagiati, otto volte di più dei 27.980 registrati ufficialmente. Una differenza considerevole, che verrebbe spiegata dalle migliaia di contagiati asintomatici non rilevati che il passaggio del virus lascia dietro di sé e che ha reso fondamentale l’intervento di una politica dura come quella della quarantena.

La cosa da fare è dunque continuare a effettuare tamponi e a tracciare i contagiati, anche se l’unico vero numero che ci interesserà alla fine di tutto, data l’impossibilità di capire l’effettiva dimensione del contagio con gli strumenti a disposizione, sarà quello delle persone decedute. A differenza di quello dei contagiati, il numero dei morti (se classificati correttamente) è oggettivo e ci potrà dare un’indicazione sulla vera evoluzione e ampiezza delle conseguenze del contagio nei vari paesi.

Dove arriveremo

Per ridurre il contagio derivante dalle interazioni sociali dei contagiati asintomatici, l’11 marzo il governo italiano ha adottato un provvedimento “in stile Wuhan”, con una quarantena che sostanzialmente blocca la vita sociale e buona parte delle attività economiche in tutto il paese.

Grafico 2


La media mobile a 7 giorni serve per individuale meglio il trend di entrambi gli andamenti, in modo tale da poter avere un’idea più chiara sulla distanza dei due picchi.

Proprio usando il caso della Cina e della provincia di Hubei (che conta 60 milioni di persone, come l’Italia), si può provare a fare qualche conto sulla possibile durata dell’emergenza.

In Cina la quarantena è iniziata il 23 gennaio. Da allora, come si vede nel grafico, ci sono voluti 12 giorni (fino al 4 febbraio) per toccare il picco dei contagiati giornalieri, che poi sono gradualmente scesi verso lo zero. E ci sono voluti 23 giorni per arrivare al picco di decessi, avvenuto il 15 febbraio.

L’attuazione del decreto di chiusura delle occasioni di interazione in Italia non è stata drastica come in Cina, tanto che nella sua prima versione (quella dell’8 marzo) si sono consentiti i ritorni nel Sud Italia di potenziali asintomatici non sottoposti a quarantena; e anche nei giorni successivi eventuali comportamenti devianti rispetto alle nuove regole di restrizione sono stati sanzionati meno severamente che nel paese del Dragone. Sulla base dell’evoluzione osservata in Cina è difficile aspettarsi che il 18 marzo – a distanza di soli sette giorni dal blocco – si possa raggiungere il giorno di picco sui nuovi contagiati come indicato dal governo. Una data più plausibile potrebbe collocarsi intorno al 23 marzo. E per arrivare al picco dei decessi – la vera variabile da tenere d’occhio – si dovrà aspettare altri dieci giorni circa, cioè fino alla prima settimana di aprile.

Nel caso cinese la decrescita dei nuovi contagiati registrati dopo il picco del 4 febbraio è durata più di un mese, con i nuovi casi giornalieri scesi sotto i 100 a partire dal 7 marzo, mentre il 15 marzo se ne registravano 16. A questo punto, in Cina, il virus può dirsi sconfitto. Rimangono ancora da assorbire 9.898 casi positivi (dato Bloomberg al 15 marzo) che ai tassi attuali di guarigione potrebbero ridursi a zero entro il 25 marzo. Se sarà così, si potrà dire che l’epidemia coronavirus in Cina sarà durata due mesi completi, senza contare l’iniziale periodo di trasmissione, che si è protratto per tutta la prima metà di gennaio e, ipotizziamo, anche nella seconda metà di dicembre. In questo periodo il virus ha avuto il tempo di contagiare un numero di persone sufficientemente grande da scatenare una pandemia globale. Per fermare il contagio sono poi serviti due mesi di assoluta quarantena, senza deviazioni, forse impraticabili in una democrazia.

L’Italia, a suo modo, ha cercato di seguire le orme della Cina. Il ritardo nell’adozione della quarantena, tuttavia, si ripercuoterà anche sul tempo necessario per uscire dall’emergenza perché il numero di persone colpite è più grande. Nell’ipotesi ottimistica che l’Italia riesca a rimanere in linea con la Cina e considerato che la quarantena è iniziata l’11 marzo, l’epidemia del coronavirus potrebbe dirsi conclusa nel nostro paese intorno al 10 maggio. Naturalmente nel caso del nostro paese si dovrà tener conto anche di eventuali effetti di retroazione che derivano dalla rapida diffusione del coronavirus negli altri paesi europei, con i quali l’Italia ha tante relazioni economiche e sociali. In ogni caso, solo dopo il 10 maggio si potranno cominciare a smantellare le misure restrittive messe in atto in queste settimane, dalla riapertura degli esercizi commerciali a scuole e musei fino alle discoteche – sempre preservando le persone più anziane e quelle più esposte ai rischi sanitari – e pensare alla ripartenza che, come succede dopo le guerre, ha la possibilità di essere rapida.