Vertici di Camera e Senato: due poltrone per tre.

La spartizione Lega-M5S è l’ipotesi più semplice. Carelli-Calderoli il ticket più “forte”
ROMA. Due poltrone per tre schieramenti. La legislatura comincia così, con un problema aritmetico. La partita dei presidenti delle Camere riguarda le forze che hanno vinto in maniera parziale le elezioni, 5stelle e centrodestra, o va allargata all’opposizione del Pd? La prima ipotesi appare la più semplice: una spartizione tra Di Maio e Salvini che si divida equamente gli scranni più alti della Camera e del Senato (in pole rispettivamente Emilio Carelli, 5stelle, e Roberto Calderoli, Lega). Non foss’altro che per evitare di infilarsi nel caos oggi rappresentato dal Pd a pezzi. Provare a trovare un accordo con il Partito democratico rischia di portare solo guai, anche se leghisti e grillini stanno provando, a parole, a discutere con tutti. Altra domanda: l’elezione dei presidenti disegna già un profilo di governo? È chiaro che Sergio Mattarella guarderà alla maggioranza in grado di superare lo scoglio a Montecitorio e a Palazzo Madama. Ma nessuno può scommettere che gli equilibri delle presidenze siano validi anche per formare un governo.

Dunque, nel Pd potrebbe reggere la posizione di chi cerca un dialogo, di chi non si preclude il confronto all’opposto dell’indicazione di voto che ha in testa Matteo Renzi, cioè scheda bianca fino alla fine. In fondo, il bipolarismo si è trasformato in tripolarismo replicando in qualche modo la Prima repubblica. Allora il Pci prendeva la presidenza della Camera (Ingrao e Iotti) in nome di una formula di garanzia. “Il terreno delle presidenze appartiene a una categoria diversa dall’esecutivo, ha un valore istituzionale”, diceva qualche giorno fa Piero Fassino. Vale anche in caso di accordo Lega-5stelle. Non è affatto sicuro che poi diventerà una coalizione di governo. Il gioco dell’esecutivo infatti comincerà molto più avanti. Intorno alla fine di aprile, probabilmente, con conseguente slittamento anche dell’assemblea nazionale del Pd.

I nomi, in caso di una spartizione tra i vincitori parziali, sono: Paolo Romani (Fi) per il Senato ed Emilio Carelli (5stelle) per la Camera. Particolarmente importante è la carica di Palazzo Madama, che potrebbe essere chiamato a un incarico esplorativo se lo stallo va troppo oltre. Ma proprio per questo il leghista Roberto Calderoli, mago delle procedure e gestore impeccabile dell’aula, sale. In questo schema i grillini rinunciano all’occasione di fare un giro come premier incaricati per via istituzionale. Se è il presidente del Senato la prima scelta del Colle, loro rimarrebbero tagliati fuori. Ma probabilmente si giocano il tutto per tutto per andare direttamente a Palazzo Chigi. Il Movimento invece ha l’ambizione di arrivare a Palazzo Chigi, Per questo la candidatura di Danilo Toninelli non è più tanto forte. Si accontenterà di fare il capogruppo.

Se c’è un’apertura a sinistra, il nome di Emma Bonino al Senato ha delle chance. Si è presentata in coalizione con il Pd, verrebbe eletta con i voti del centrodestra (se la Lega accetta la soluzione). Resta in corsa Dario Franceschini per l’altro ramo del Parlamento. Ma se il centrodestra a trazione leghista riesce a stringere un accordo complessivo con i grillini a Montecitorio potrebbe andare una donna e il nome è quello di Mara Carfagna.  Gli incastri possibili sono molti. Ma il ticket più solido, più gettonato al momento è quello di Calderoli al Senato e Carelli alla Camera. Segnerebbe la saldatura di un’intesa Lega-5stelle che si porterebbe dietro anche Forza Italia. E, secondo gli obiettivi dei grillini, aprirebbe la strada per un governo a guida 5stelle. Di Maio su questo già avverte: “Un governo senza di noi sarebbe un insulto alla democrazia”.

Fonte: La Repubblica, www.repubblica.it/