Il prezzo che paga Venezia

Biglietto d’ingresso a parte, la città è stata lasciata morire. L’educazione è la carta vincente, educazione culturale e storica, per visitarla e magari non visitarla, per conoscerla e rispettarla da lontano
 
Alla fine hanno vinto i futuristi centotto anni dopo. La Venezia dei forestieri e degli antiquari falsificatori, come scrivevano Marinetti, Carrà, Boccioni e Russolo, la città calamita dello snobismo (oggi divenuto di massa), delle imbecillità universali (confine sempre più difficile da tracciare), e “letto sfondato da carovane di amanti” (27,5 milioni di visitatori l’anno) e soprattutto “cloaca massima del passatismo” (come negarlo infine?), ha finalmente un prezzo: da 2,5 a 10 euro nei periodi di alta stagione.

Per entrare si dovrà pagare, come chiede da tempo il sindaco, e non solo lui. Se si paga a Disneyland, città della fantasia, non si deve pagare per visitare la Venezia città della fantasia storica odiata dai Futuristi, ma così amata dai nostri contemporanei? Il prezzo è giusto, anzi forse persino basso, ma in tempi di populismo trionfante non si può certo far pagare tanto al popolo dei visitatori, per quanto poi si tratta di moltissimi stranieri (“padroni in casa propria!”). Venezia è stata e ancora sarà logorata dalle scarpe di milioni di persone, i suoi ponti, le calli, i canali, le chiese, i musei, tutto è stato e sarà messo a dura prova dall’esercito del turismo di massa, che desidera vedere almeno una volta, se non di più, la città più bella del mondo.

La verità è che, biglietto d’ingresso a parte, Venezia è stata lasciata morire da chi aveva il potere di salvarla, per usare il titolo del libro di Simone Weil ambientato a Venezia, “roseo gioiello”. Carissima nei negozi, bar, ristoranti, alberghi e persino nei bed and breakfast, per non parlare degli affitti, senza strutture adeguate, spopolata dai suoi abitanti più giovani, priva di politiche sociali, oggi con il pur giusto biglietto d’ingresso Venezia è messa sullo stesso piano dei grandi parchi tematici.

La maggior parte delle persone, diseducata da anni di tv commerciale, considera in cuor suo Disneyland e Venezia analoghe, nonostante che questo gioiello architettonico sia stato reso tale da secoli di storia, dall’accumulo di ricchezze, ingegni, fatiche e sforzi di una intera civiltà. Tramontata come città storica, Venezia risorge come città del presente, dell’attualità. Chi intascherà i 50-60 milioni di euro dei biglietti annui sarà il Comune, eppure sono solo spiccioli per tenere insieme un monumento così complesso e articolato, il cui obolo d’ingresso non sospenderà il flusso dei visitatori. I soldi non sono tutto, eppure servono questi, e ne serviranno altri, per renderla una città viva e vissuta dalle persone e non un resort di lusso per italiani e stranieri. Il vero problema ancora una volta è la cultura, l’uso che se ne fa, la sua riduzione a kitsch di massa.

L’educazione è la carta vincente, educazione culturale e storica, per visitarla e magari per non-visitarla, per conoscerla e rispettarla da lontano. L’idea della democrazia come possibilità offerta a tutti di fare tutto a qualsiasi prezzo, con qualunque mezzo, è un problema serio che va affrontato, non sul piano amministrativo o con biglietti d’ingresso, bensì educando le generazioni giovani e meno giovani a conoscere qualcosa che non può reggere il turismo di massa attuale. Si può rinunciare a visitare Venezia com’è accaduto per le grotte di Lascaux, dove non è più possibile vedere le pitture paleolitiche. In fondo a Las Vegas una Venezia in miniatura, finta, ma più vera della vera, c’è già per chi coltiva il sogno di vedere con i propri occhi una città reale che forse, continuando in questo modo non esisterà più. O che forse non esiste più, ingresso libero o biglietto d’ingresso incluso.