Il Pd e l’anima smarrita.

“Il secondo partito italiano ha il dovere di ricominciare a pensare”, scrive Mario Calabresi nell’editoriale che ha aperto il dibattito sul destino del Pd, nel momento forse più difficile della sua storia. Per farlo è necessario partire da un dato oggettivo. Tutti i sistemi politici, anche quelli tendenzialmente proporzionali, tendono alla fine a disporsi in forma binaria. Ciò nasce da una spinta che attiene alla forma stessa della politica. Anche i sistemi tripolari, dopo il voto, arrivano a un punto in cui è inevitabile scegliere tra due alternative opposte. Si tratta di decidere dove situare la linea di divisione lungo la quale i tre poli si aggregano. Il recente esito elettorale propone al Pd due soluzioni possibili. Benché la sua scelta debba necessariamente tenere conto di quella degli altri due poli – cioè del centrodestra e dei 5stelle – sarebbe deleterio che il Pd restasse inattivo, sperando nel fallimento degli altri, senza lavorare per una delle due soluzioni che si aprono.

La prima è quella di collocarsi decisamente all’opposizione, spingendo di fatto gli altri due poli ad aggregarsi, o addirittura sperando che ciò avvenga. È la linea inizialmente scelta dal gruppo dirigente e, nonostante alcune turbolenze interne, ancora in piedi. È difficile negare che essa abbia più di una ragione. Intanto di coerenza con la lunga campagna elettorale che ha contrapposto il Pd sia al centrodestra sia, ancora di più, ai 5stelle. Ma anche di strategia. La sconfitta, se elaborata e compresa nelle sue motivazioni, può avere un effetto costituente. L’opposizione consente a una forza politica battuta di riorganizzarsi anche in base alle prevedibili difficoltà di chi va al governo. Tuttavia questa scelta ha un doppio prezzo. Da un lato quello di lasciare il Paese, per così dire senza combattere, a forze giudicate irresponsabili. Dall’altro il prezzo di collocarsi stabilmente dalla parte dell’establishment – precisamente quella che l’elettorato ha punito con il voto.

L’altra possibilità, per il Pd, è di cercare di rompere il fronte populista, appoggiando un polo – quello dei 5stelle contro l’altro. Anche in questo caso con alcune ragioni evidenti. Non solo il Pd ha maggiori punti in comune con il movimento di Di Maio che con il centrodestra. Ma in questo modo si ricostituirebbe una sorta bipolarismo tra sinistra e destra, che spingerebbe quest’ultima all’opposizione. Ma anche in questo caso gli svantaggi non mancano. Intanto la destra, sola all’opposizione, potrebbe continuare a crescere. Ma soprattutto il Pd finirebbe per porsi a rimorchio della forza che lo ha sconfitto, scolorendo un’identità già sbiadita. Agirebbe come una sorta di freno rispetto al programma più radicale dei 5stelle, acquisendo un ruolo moderato, certo non destinato a rafforzarlo.

E allora? A quale direzione rivolgersi? L’unica scelta non controproducente è quella di rafforzare la propria identità, attraverso un’analisi di fondo dei motivi della sconfitta. Ciò non è possibile che attraverso un congresso veramente rifondativo. Con un doppio obiettivo. Quello di definire una forza di sinistra di forte impegno europeo e quello di fare opzioni precise all’interno della società italiana. Con la consapevolezza che questa non è un tutt’uno. Che è attraversata da interessi diversi e spesso contrapposti. Rispetto ai quali bisogna schierarsi. Facendo ciò che avrebbe dovuto fare da tempo: battersi a fondo contro le ineguaglianze crescenti, da un lato aumentando il sostegno alle fasce sociali più deboli, dall’altro proponendo un sistema di tassazione fortemente progressivo. Esattamente il contrario della tassa piatta.

Fonte: La repubblica, www.repubblica.it/

#